I freak di Diane Arbus

Alcuni commentatori riconducono l’interesse di Diane Arbus per i freak alla visione del film Freaks di Tod Browning, del 1932. In questo articolo propongo una lettura diversa dell’opera di questa inquieta autrice.

di Rita Manganello

Voglio dedicare questo articolo a un collega di redazione, amico nel virtuale, buon pensatore e intelligente professionista. Parlo di #FrancoSondrio, scomparso prematuramente, del quale ci mancherà la brillante partecipazione a questo collettivo redazionale e la calorosa simpatia nei confronti di tutti. Amante del genere minimal in architettura e fotografia di architettura, è stato una presenza viva e vitale e continuerà a esserlo nella nostra memoria.


Non ho mai fatto mistero, sulle pagine di ArteVitae, di essere particolarmente interessata alla fotografia distante dal mainstream che accontenta tutti e assolve dal compito di cercare una visione meno prevedibile della realtà. L’uniformità, a lungo andare, annoia.

La fotografia offre molti spunti di ricerca sulle bizzarrie e le ambiguità che appaiono al nostro sguardo e che cerchiamo di afferrare con un clic.

Tra i grandi della fotografia mondiale si affaccia un’autrice molto conosciuta presso gli intenditori: Diane Nemerov Arbus nata a New York nel 1923, morta suicida nel 1971.

Allieva di Berenice Abbott e Alexey Brodovitch, art director di Harper’s Bazaar, inizia la sua carriera come fotografa di moda, in coppia con il marito Allan Arbus. Dopo questa iniziale esperienza avviene una svolta significativa nella sua carriera: l’incontro con Lisette Model nel 1958 alla New School di New York. Le biografie che si trovano in rete parlano di incontro folgorante per la Arbus, cui fa seguito un cambio di registro nella sua fotografia: ora l’autrice dà un senso più personale alla sua fotografia, iniziando a ritrarre soggetti ben lontani da quelli ammessi dalla cultura dominante: i cosiddetti freak.

Per freak si intendono quelle creature con le quali madre natura non è stata particolarmente generosa, facendone dei ‘diversi’ secondo quella visione perentoriamente divisiva della società, che stabilisce arbitrariamente i canoni dell’estetica e crea le sue icone; élite che tracciano il confine tra ciò che è ‘normale’ e ciò che non lo è alimentando la marginalità sociale.

Leggo mezza dozzina di saggi critici sul tema, rintracciando nelle loro parole un’impressione comune: la fascinazione del diverso. Casualmente si materializza una lettura interessante suggeritami da un’ amica psicoanalista: si tratta del saggio di Adam Phillips “Sull’equilibrio. La vita in bilico tra eccessi, desideri e paure.”

Phillips è un autorevole studioso di psicoanalisi e saggista contemporaneo, critico verso le teorie convenzionali e i relativi dogmatismi: un ribelle di sostanza.

Bene, il saggio citato contiene un capitolo dedicato proprio alla Arbus e i suoi bizzarri soggetti fotografici.

“La Arbus […] colloca il mistero che più le interessa, il suo mistero preferito, nell’unfamiliar, nell’insolito, laddove l’unfamiliar, il diverso, ciò che chiamiamo strano, ha origine nella famiglia.” Intorno al 1966 Diane Arbus lavorò molto al Washington Square Park di New York. Come riferisce Patricia Bosworth nella biografia della fotografa americana:

Diane scoprì subito che il parco era diviso in territori: i giovani hippy e i drogati su una fila di panchine, le lesbiche sull’altra. In mezzo c’erano i wino; le ragazze che venivano dal Bronx per diventare hippy dovevano prima dormire con i wino per avere un posto nella fila di panchine che apparteneva agli hippy drogati. Era diventata una nudista, ma non avrebbe mai potuto essere una di loro […]

Di fatto, sostiene Phillips, dal materiale biografico raccolto su questa autrice è evidente il senso di isolamento che la Arbus provava come figlia di un’ agiata famiglia ebraica; senso di isolamento che, verosimilmente, ha influenzato anche la sua visione fotografica.

Posto il senso di irrealtà sperimentato da bambina all’interno di un ambiente familiare e sociale  privilegiato, alla base dei suoi ricordi c’è la sensazione che vi fosse qualcos’altro al di fuori del suo mondo, qualcosa che incontrerà al Washington Square Park nel 1966.

Ne consegue che “possiamo fotografare quello che non possiamo diventare”.
Prosegue Phillips nel suo saggio: “Le foto di queste persone – o meglio il modo unico in cui la Arbus ci costringe a guardare dove non vorremmo – soddisfano qualcosa che è in noi.”  Da notare il ricorso alle inquadrature in primo piano in talune immagini.

Nel saggio di Phillips emerge un’interpretazione interessante e condivisibile del lavoro fotografico di Diane Arbus e di chi intende la fotografia allo stesso modo: deviare dai criteri descrittivi della foto di documento: “la fotografia non ci avvicina all’oggetto ma alla progressiva comprensione dell’oggetto da parte del fotografo.” Perché ciò che ci dicono gli altri può essere fuorviante, non dobbiamo lasciarci influenzare. E lei, tenuta a distanza, imbrigliata nella sua condizione di irrealtà, si concentra su ciò che non aveva mai visto prima, facendone oggetto del desiderio, rappresentazione simbolica di quel qualcosa da cui si sentiva esclusa: “Ciò che riconosco è ciò che non ho mai visto prima”; i suoi ‘mostri’ sono, per definizione, ciò che lei intende includere e la fotografia è il mezzo che l’avvicina a ciò che non aveva ma fatto parte della sua realtà, ciò che gli altri, con le loro parole, le sottraevano.

Da qui la sua famosa frase “Una fotografia è un segreto intorno a un segreto, più rivela e meno lascia capire.” Quindi un ‘segreto che parla di un segreto’  è la definizione di inconscio.

Possiamo dunque ipotizzare che i freak rappresentino un modo non convenzionale di fotografare, non tanto per la scelta dei soggetti ma per l’assenza di soluzioni prestabilite, aprendo la strada a diversi interrogativi; come dice lei stessa una “patente” per l’imprevedibile.

Molti vivono nel timore di subire un’esperienza traumatica. I freak sono nati con il loro trauma, hanno già superato il loro test nella vita. Sono degli aristocratici.

Alla luce di queste considerazioni ci si discosta, a mio parere, dall’interpretazione standard data da alcuni commentatori: Diane Arbus non era interessata a fare, intenzionalmente, critica sociale; la critica sociale è secondaria rispetto all’inquietudine e al mistero che intravedeva in quelle creature sgraziate ma consapevoli e forse fiere del loro essere drop-out.

Ciò detto esiterei, comunque, a proporre conclusioni definitive su questo tema, perché l’autrice il segreto l’ha portato con sé e ce lo rivela la sua produzione fotografica a tratti indefinibile, e non solo per quanto riguarda i freak.  D’altro canto le osservazioni di Phillips mi sembrano pertinenti in quanto riferite a una personalità complessa. Osservando le sue immagini senza alcuna aspettativa o proiezione fantastica, eviteremo di cadere nel retaggio dell’interpretazione più ovvia del fenomeno Arbus.


Note biografiche sull’autrice
Rita è milanese di nascita, amante della fotografia e del cinema da quando ha memoria. Dopo gli studi classici e la Scuola di Giornalismo, ha lavorato in società multinazionali di primaria importanza nell’area della comunicazione e delle risorse umane, maturando un profilo professionale che le consente, oggi, di avere uno sguardo aperto alla contemporaneità. Giunta a fine carriera torna a dedicarsi alle passioni di un tempo fra cui la fotografia, il cinema, l’arte e la letteratura. Alterna l’attività di esplorazione fotografica a quella redazionale. Si occupa di lettura dell’immagine per i colleghi fotografi e scrive per la rivista online Note Fotografiche.

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