Giorgio Tani – Intervista a un grande promotore della cultura fotografica in Italia

Giorgio Tani è esperto conoscitore della Fotografia Amatoriale Italiana. Negli incarichi assunti dentro alla organizzazione FIAF ha contribuito in modo determinante alla sua divulgazione e conoscenza.

di Rita Manganello

Nato a Firenze, nel 1936, inizia ad interessarsi di fotografia durante gli studi tecnici per corredare una ricerca di tema architettonico che gli vale una borsa di studio.

Entra nel mondo del lavoro e riscopre la fotografia come espressione della realtà in occasione dell’alluvione di Firenze del 1966. Entra nel Gruppo Fotografico Il Cupolone.

Nel 1976 fonda il Gruppo Fotografico Ideavisiva del quale è tutt’ora presidente.

Moltissime sue fotografie vengono premiate in campo nazionale ed internazionale. In particolare la sua vena descrittiva si rivolge al racconto fotografico. Realizza lavori quali “La ballata della speranza” e “La sconfitta di Intes” premiati al Festival del Reportage e racconto fotografico “Città di Fermo”. Numerose le sue mostre personali, di solito a tema. Tra queste “I figli del sole”, “S.Spirito”, “Bianco-Nero”, “Arte al Belvedere”, “Qui Bruxel”, “Pietre”, ecc.. Si dedica inoltre, tra i primi, alle proiezioni in dissolvenza incrociata e poi al Diaporama, con il quale continua la sua tendenza al racconto fotografico e al reportage.

Portfolio – Racconti fotografici – Sequenze di Giorgio Tani

Ha realizzato tre libri fotografici, “Poesia e immagini” e “Gubbio, la corsa dei ceri”, “Territori dell’uomo” e partecipato ad altri.

Ha diretto la collana “Monografie di Arte Fotografica” edizioni Ideavisiva. Ha curato per 18 anni, come Direttore Responsabile, sia la pubblicazione della FIAF “Il Fotoamatore” (oggi Fotoit), trasformandola da un semestrale di poche pagine in una importante rivista mensile, da cui deriva “L’Annuario Fotografico Italiano”.

Promotore del settore editoriale della FIAF, dirige la collana tematica “Monografie” fotografiche, nella quale sono inseriti i prestigiosi “Autori dell’anno”. Suoi scritti, recensioni, articoli, saggi, sono comparsi su quasi tutte le riviste italiane del settore.

Insignito delle onorificenze internazionali Afiap e HonEfiap ha svolto una importante funzione di avvicinamento tra la fotografia amatoriale italiana e quella di altri paesi.

Nel 1983 è stato invitato in Cina in occasione di uno scambio culturale tra le due Federazioni nazionali. Eletto presidente nel 1993. Durante il suo mandato si sviluppano importanti iniziative tendenti alla valorizzazione della fotografia amatoriale, nella sua attualità e valore culturale e storico. Nel cinquantesimo anno della fondazione della FIAF, cura e segue con particolare attenzione la realizzazione delle relative celebrazioni.

Nel 1999, al 51° Congresso Nazionale viene rieletto alla guida della FIAF per il terzo triennio consecutivo. riceve il Premio Rodolfo Pucci “La Fibula d’oro”, dal Circolo Fotocine Garfagnana.

Nel 2000 sotto la sua presidenza la Federazione Italiana Associazioni Fotografiche FIAF, in collaborazione con la Federazione Internazionale FIAP, realizza il libro “La terre en 2000” con la partecipazione di oltre 100 nazioni. Nel 2001, ancora, la Federazione da lui presieduta organizza il 26° Congresso Internazionale FIAP a Prato. Qui si avvia una collaborazione intensa che porterà alla Presidenza internazionale un Italiano tuttora in carica, Riccardo Busi. Nel 2002, in conclusione del suo mandato di Presidente, per statuto non prorogabile, è nominato Presidente Onorario della FIAF.

Continua la sua attività di Direttore del Dipartimento Editoriale che realizza importanti pubblicazioni, quali: “Gli anni del Neorealismo”, e “Gli anni della Dolce Vita”.

Inizia nel 2002 la pubblicazione della collana “Grandi Autori” – volumi di grande formato – che presenta le opere di grandi fotografi italiani. Nel 1993 inaugura la collana “Monografie FIAF” dedicata ai migliori fotoamatori italiani e ai temi fotografici più attuali e che ha superato oggi un centinaio di pubblicazioni. Nel 2009 la Federazione lo nomina Autore dell’anno, dedicando una monografia, la n° 71, alla sua produzione fotografica.

Negli anni successivi continua la sua collaborazione con riviste del settore, la partecipazione a giurie nazionali e internazionali, convegni e dibattiti. Dopo l’avvento di Internet ha dato vita, nel 2013, ad un gruppo social di argomento fotografico che conta ad oggi 2695 membri, e in questo ambito, a una rivista online di ottimo gradimento, Note Fotografiche.

RM: Una biografia corposa, Giorgio. Grazie, innanzitutto, per la tua disponibilità a raccontarci una vita, la tua, nella fotografia.

Oggi sappiamo che la fotografia sembra essere l’attività centrale del terzo millennio, tra selfie con lo smartphone e torme di reflex in azione ovunque. Muove numeri importanti in fatto di commercializzazione di fotocamere e accessori, per non parlare delle piattaforme dedicate, tra Instagram, Facebook, Flickr e svariate altre, dove l’utente, a costo zero, pubblica le sue immagini.

Questo fenomeno invadente e talvolta dai risultati scadenti, ha come complice il digitale.

Il digitale ha semplificato, in apparenza, l’accesso alla fotografia.

Sappiamo che la questione può essere meritevole di un vero e proprio case study, data l’imponente mole di fotografie che ci sommerge quotidianamente.

Molti opinion leader del settore hanno scritto e commentato questo aspetto, ora vorremmo sapere da te come inquadri il fenomeno.

GTConosco questo cambiamento fin dal suo avvento, improvviso e irreversibile, ero presidente della FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) e la preoccupazione era, appunto, cosa sarebbe cambiato nei circoli fotografici e cioè nel grande contenitore che accoglie fotoamatori di tutto il territorio ed oltre. Anche le aziende del settore erano preoccupate e facevano indagini per conoscere la tendenza. Molte sarebbero scomparse per non aver previsto e non essersi adeguate. Lo stesso vale per un genere di fotografia amatoriale e professionale.

Già nel 2000, ero a Barcellona, ascoltai la predizione che il futuro della fotografia era nel telefonino. Rimasi sbalordito, sorridendo scetticamente, ma direi che le cose sono andate proprio in questo senso. La fotografia è cambiata in tutto e per tutto, sia l’amatoriale che la professionale. Basta pensare a quante fotografie vediamo quotidianamente e a quante vengono postate, milioni, nella rete. Si scorrono senza vederle, senza percepirne il messaggio. Per farlo bisogna essere addetti ai lavori. E’ in crisi anche la professione di fotoreporter, oggi tutto è in diretta e il giorno dopo è già cosa passata. Resiste il fotoreporter amatoriale ed è un modo nobile di produrre fotografie allo scopo di interessare gli altri a posteriori. Per noi il costo zero è un’agevolazione in ripresa, ma amiamo la fotografia e per praticarla e divulgarla i suoi costi ci sono.

Come inquadro il fenomeno? Non credo che si possa fermare neanche per un momento il progresso tecnologico – nel giro di 10 anni abbiamo visto comparire ogni genere di fotocamera di svariate versioni di Iphone e di applicazioni relative – la persona si adegua a questo gioco. Sarà così ancora. Per la fotografia come la intendiamo noi credo che la sua funzione resterà intatta in quanto la prerogativa principale dell’uomo è quella di riunirsi in gruppi, di creare socialità e interesse reciproco nel confronto di idee, nell’apprendere l’uno dall’altro, nella comunicazione reciproca. Per questo le associazione come la FIAF, i club fotografici, i social, continueranno ad essere punti di incontro e divulgazione dell’arte fotografica.

Chiedo scusa se ho nominato la parola “arte”, ma la comunicazione è da sempre considerata un’arte. Inoltre, come avrai visto, in questi ultimi anni c’è stato un incremento fortissimo della fotografia al femminile. Io credo che la semplicità comunicativa di Facebook e di internet abbiamo contribuito moltissimo a liberare la creatività fotografica e artistica della donna. Ho le mie nostalgie, ma non si può pensare in negativo a quanto sta avvenendo.

RM: Della tua lunga carriera nel mondo della fotografia a più livelli, da fotografo a commentatore, organizzatore di eventi e curatore di mostre, cosa ricordi con affetto?

GT: Ho vissuto il periodo più intenso della fotografia italiana e non solo, ho conosciuto tante di quelle persone che la parola “affetto” nel mio caso è diffusa così ampiamente da rendere l’elenco troppo lungo. Il mio affetto è per tutti quelli, amici e amiche, che hanno condiviso e continuano a condividere con me la passione per la fotografia. Come sai, ho intervistato anch’io, ho seguito autori per averne curato monografie, articoli, libri, presentazioni eccetera, se il sentimento di affetto nasce dalla condivisione di ideali e dal perseguire gli stessi scopi divulgativi, potrei ricordare Wanda Tucci Caselli del Circolo Fotografico Milanese, per l’intellettualità caparbia con cui seguiva il percorso della fotografia amatoriale, Giuliana Traverso per la scuola di fotografia al femminile che ha creato, con Stefania Adami perché sta scoprendosi, oggi, fotografa, e con la stessa passione segue il principio che la fotografia è cultura. E c’è ancora una fotografa che ascoltandola in una intervista, seguendola nel suo percorso fotografico, nel racconto delle sue vicissitudini, delle sue idee non convenzionali e delle aspirazioni odierne di creare a Palermo un Centro Internazionale Scuola e Museo di fotografia, ha conquistato quel sentimento che tu, Rita, chiami “affetto”. In particolare tra gli uomini questo affetto è stato per Sergio Magni, che è stato il più importante divulgatore di concetti fotografici nella nostra Federazione e che ti chiesi di intervistare.

Nell’attualità, tra i grandi fotoreporter della storia giornalistica italiana, Francesco Cito. L’affetto con lui è per la sua professionalità, ma anche per l’etica del pensiero, la difesa delle proprie idee dovute all’impatto con le tragiche realtà che ha fotografato, e l’onestà di fondo che guida i suoi reportage fotografici, cosa rara. Ora sono attratto da un fotografo incontrato su Facebook, Francesco Comello, del quale Note Fotografiche ha pubblicato il lavoro vincitore del World Press Photo 2017 con “L’isola della salvezza”, realizzato a Jaroslavl nel nord della Russia. Non è giovanissimo, non è professionista, credo. Ho visto che sta proponendo foto del suo viaggio a Cuba al seguito delle spoglie di Fidel Castro, foto particolari, umanissime. Non c’è affetto ne conoscenza, ma credo che potrebbe esserci per tutti quei buoni motivi che ho detto. Per associazione di idee, mi è venuta in mente Antonella Monzoni anche lei ha la prerogativa di vivere intensamente i reportage di cui è autrice e questo mi avvince.

RM: A tuo parere l’affettività intesa come gamma di sentimenti, ha un’influenza sul lavoro fotografico?

GTSicuramente si, il fotografo è sensibile per definizione. Se non è obbligato sotto contratto, fa quello che gli viene da dentro e cioè cerca il significato, la composizione e la bellezza. Con naturalezza – perché la fotografia prima che fuori nasce dentro. Vale anche per me.

RM: Secondo la tua esperienza, cosa spinge un individuo a dedicarsi alla fotografia in modo più approfondito, che non sia il ‘punta e scatta’?

GT: Siamo ognuno diverso dall’altro. Credo che tendenzialmente siano due i motivi: la voglia di imprigionare qualcosa che ci sembra bello e l’attimo fuggente in un’immagine duratura e la propensione alla testimonianza, cioè legare la fotografia agli eventi che in piccolo o in grande avvengono sotto casa o nel mondo, al fine di fare comunicazione. Consciamente o inconsciamente fotografiamo sempre per gli altri.

RM: Ritieni che ci sia sopravvalutazione del proprio lavoro, da parte dei fotografi di ultima generazione, quelli che una foto in pellicola non l’hanno mai fatta? Mi riferisco all’effetto Dunning Kruger.

GTSi, è un difetto comune, di prima e di ora, dal quale siamo afflitti tutti, anche chi oggi fa selfie con il telefonino. Come avrai notato anche in Facebook, guai a criticare una fotografia, l’autore la difende strenuamente e addirittura, spesso, si offende e magari reagisce scrivendo che il commentatore non capisce nulla. Figurati ai livelli iniziali, quando uno crede di aver fatto un capolavoro e si sente dire che non lo è.

RM: In base al tuo punto di vista, una fotografia deve necessariamente emozionare, per esser ricordata, o può essere semplicemente interessante per l’aspetto costruttivo, formale, senza particolari richiami emotivi. Tanto per intenderci, una foto di architettura o un soggetto astratto può essere apprezzabile senza sentimento ?

GT: Una fotografia deve comunicare. Se non lo fa è una fotografia inutile. Emozionare è un verbo o meglio un sentimento in ricezione che dipende dalla sensibilità, cultura, esperienza di vita del ricevente. Per l’architettura o l’astratto è soprattutto la cultura visiva che entra in gioco, sono i riferimenti al già visto e assimilato, alle sensazioni interiori, che fanno dire se un’immagine è bella o no, emozionante o no.

RM: Sono a conoscenza del tuo reportage ‘La sconfitta di Ines’ del 1973. Un racconto per immagini, parte del tuo bagaglio creativo-progettuale che non si limita al singolo bello scatto. Un lavoro pregevole. Il portfolio è l’organizzazione matura del lavoro di un fotografo non casuale o eccessivamente generalista. E’ quindi consigliabile muoversi in questa direzione più organica?

GTSi ritorna al concetto di comunicazione, c’è chi dice che con una fotografia si dice tutto e chi, come me la pensa all’opposto. Se la fotografia è un linguaggio si compone di parole, le parole sono segni, messe insieme in sequenza logica formano un discorso. Lo stesso è per il fotografo che ha necessità interiore di raccontare un evento od un qualcosa che sente dentro e che ha bisogno di esternare o di partecipare. I mezzi sono il “Portfolio”, il “Racconto fotografico”, il “Reportage”. “La sconfitta di Ines” è il racconto di un evento riassumibile in immagini, come ho fatto, e nelle seguenti parole “quell’anno a Firenze fu deciso di eseguire sfratti di occupanti delle cosiddette “case minime”, un appezzamento dove queste casette erano state costruite e assegnate a quei disperati che avevano avuto distrutta la loro casa dalla guerra, per far posto a nuove costruzioni del genere “la periferia avanza” e questo senza tener conto della loro disperazione. Ci andai, parlai con qualcuno di loro, si sfogarono credendomi un giornalista. Difficile dire questo con una sola fotografia, me ne occorsero una quindicina.

Giorgio Tani “La sconfitta di Ines” – (Opera premiata a Fermo 1973 “Reportage e racconto Fotografico)

RM: Quali sono i criteri per definire una foto, una buona foto ?

GT: Ho fatto la stessa domanda a Gianni Berengo Gardin e mi disse che, se la foto era buona se ne rendeva conto quando, con il tempo, veniva citata, riproposta e considerata una foto, dico io, con significato emblematico. Esempio tra le altre la sua foto che tutti conosciamo quella della automobile in riva al mare con due occupanti dentro.

Certo ci sono dei criteri – ovvero delle misure che valgono e sono prese dalla pittura: sezione aurea, regola dei terzi, ecc. La domanda che mi pongo quando guardo una foto: “mi dice qualcosa o non mi dice niente? E’ la mia misura, altri possono avere altri metri e fare altre considerazioni.

De Biasi, Gardin e Tani – Photoshow 2003

RM: Qual è il fotografo italiano che ritieni abbia lasciato una traccia memorabile nello scenario della fotografia nazionale e internazionale?

GTPer chi conosce la storia della fotografia italiana, sa che la risposta è “molti”. Si comincia dal Conte Primoli – del primo novecento, poi Guido Rey, Tina Modotti, Federico Patellani, Ghirri, Basilico, De Biasi, Scianna, Jodice, ecc. Fare dei nomi significa dimenticarne altri di pari valore. Comunque oggi, nella loro assoluta diversità mi sentirei di rispondere alla domanda nominando Oliviero Toscani e Gianni Berengo Gardin. Due poli opposti, ma la fotografia ha una infinità di orizzonti.

RM: Giorgio, nel 2013 hai fondato il gruppo di fotografia su Facebook, Note Fotografiche e poco dopo la rivista online che porta lo stesso nome del gruppo, e della quale sei direttore editoriale.

Cosa ti ha spinto, oltre alla passione per la fotografia, ad avviare un’attività così impegnativa? Quali sono le soddisfazioni che ne ricavi?

GTMah! Io ritengo di essere un fotografo, se lo sono, innamorato della fotografia degli altri. E’ un po’ tutta la mia storia che mi ha spinto a farlo. Soprattutto la “rivistina” perché l’editoria è stata il mio pallino in FIAF e ci ho sempre creduto come mezzo di divulgazione, di formazione e di cultura. Ho creato il gruppo perché la rete e Facebook sono un mondo che vive di immagini e soprattutto perché tanti fotoamatori sono isolati e se non trovano un luogo in cui proporsi e confrontarsi restano alle … elementari. Tutto quello che faccio è sempre stato per passione quindi tutto quel che ne ricavo sono piccole delusioni e simpatie, amicizie e affetti e il vedere che non è tempo perso, ma che qualche buon fotografo riesce a farsi le ossa e farsi conoscere meglio.

RM: Sei troppo modesto, Giorgio ! Continuerei volentieri questa piacevole conversazione, perché qualcosa mi tiene ancorata alla sedia ad ascoltare i tuoi racconti, Maestro, ma è venuto il momento di chiudere, con la promessa di riprenderla fra qualche tempo. Grazie di cuore per l’attenzione.

GT: Grazie a te Rita e a tutti i lettori di ArteVitae.

8 Replies to “Giorgio Tani – Intervista a un grande promotore della cultura fotografica in Italia”

  1. Bello leggere questo articolo ! Brava Rita per l’idea di intervistare Lui e brava per come hai svolto l’intervista. Giorgio lo conosciamo e anche se non ero a conoscenza di tutto ciò che ha fatto con e per la fotografia , l’opinione su di lui si era già formata…Siete grandi entrambi scrivete e parlate col cuore in mano…Grazie di averci regalato una così bella e buona lettura..Paola

    1. grazie, Paola, per il commento. Era un buon modo per farlo parlare della sua esperienza, una miniera di storie e momenti di vita. Faremo dei supplementi, sempre su ArteVitae. Giorgio è un interlocutore che sa esprimere con chiarezza e competenza le sue idee. Siamo fortunati ad averlo incontrato.

  2. Una bellissima intervista davvero! Ha toccato molti punti importanti e tante note dolenti come quella relativa alla capacità degli autori di recepire le critiche, o l’uso del telefonino come fotocamera o, ancora, il fatto se la fotografia sia arte in sé oppure arte del comunicare semplicemente. Complimenti sia all’Intervistatore che all’Intervistato: credo sia stato un gran bello scambio!

    1. Giovanni, grazie innanzitutto per il commento. Parlare di fotografia con Giorgio Tani e come bere un bicchiere d’acqua; la sua competenza e umanità sgorgano dalle sue parole con chiarezza e semplicità, quella semplicità che nasce da una profonda conoscenza dei temi e dal rispetto, da gran signore, nei confronti dell’interlocutore. Un vero piacere. Parlare con lui è un arricchimento.

La tua opinione ci interessa. Facci sapere cosa ne pensi. Grazie!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: