Funeral train, le foto perdute del lungo addio a Bobby Kennedy

Storie di fotografie oggi ci propone la storia di uno dei reportage fotografici più intensi e commoventi mai realizzati, Funeral Train di Paul Fusco, frutto di un’intuizione avuta in una circostanza apparentemente avversa o forse solo del caso. Il fotografo rimane seduto per 8 ore, fissando il mondo circostante dal finestrino, su di un treno “lento e desolato” che attraversa parte dell’America in un triste pomeriggio di quasi 50 anni fa. Funeral Train, questo il nome del reportage, racconta, attraverso ben 1800 fotografie, per molto tempo inedite, il lungo addio che il popolo americano ha tributato al feretro di Robert Kennedy in viaggio verso il cimitero di Arlington.

In questa rubrica di ArteVitae, Edmondo Di Loreto ogni settimana ci propone una fotografia. Di questa, ci racconta la storia che in essa vive per sempre, con la spiccata sagacia che lo contraddistingue. Lo fa raccontando le particolari situazioni ed i fortuiti eventi che l’hanno generata. Analizza cosa ha indotto il fotografo ad immortalare quel momento unico ed irripetibile, rendendolo cosi immortale. La rubrica prende spunto dall’attualità, da particolari ricorrenze, ma anche da circostanze curiose piuttosto che eventi storici.

Il reportage di Paul Fusco è uno dei più emozionanti ritratti di un popolo mai realizzati. Un documento che commuove e indigna. A raccontare questa Storia di Fotografie, mi aiuta Luigi Calabresi, autore del libro “A occhi aperti” edito da Contraso.

Paul Fusco aveva trentotto anni quel giorno, quando il feretro di Robert Francis Kennedy partì dalla Penn Station, a New York, per arrivare alla Union Station di Washington. Il candidato democratico era morto due giorni prima a Los Angeles, colpito al cuore da un proiettile mentre festeggiava la vittoria alle primarie della California. Il funerale si tenne a Manhattan, nella cattedrale di St. Patrick, poi la bara venne caricata su un treno di dieci vagoni che la portò, percorrendo 328 km,  alla sua destinazione finale: il cimitero di Arlington.

Paul Fusco, fotografo di Look Magazine, rivista bisettimanale con una storia illustre, era sul quel treno con tre macchine fotografiche e trenta pellicole a colori. “Nell’ultimo vagone – ricorda – i servizi segreti decisero di mettere la bara di Bobby, la appoggiarono per terra, poi dissero ai familiari e agli amici di prendere posto nella penultima carrozza. Erano loro ad aver preso il comando del treno e non volevano discussioni. Ma i ferrovieri pensarono che sarebbe stata un’offesa alla folla che attendeva e appena il convoglio cominciò a muoversi la sollevarono e la appoggiarono sugli schienali dei sedili. Era una sistemazione instabile e precaria, ma così il feretro si poteva vedere attraverso i finestrini. 

Era l’8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d’estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il Funeral Train”.

Continua a narrare Fusco: “Ero seduto ed impossibilitato a muovermi. Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

Tutto scorreva lungo quel finestrino, Paul Fusco riusciva a fermare quasi duemila ritratti di gente comune e di ogni tipo: “Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: Dai, scatta, scatta, scatta”. 

La luce calava, le fotografie cominciavano ad essere mosse, sgranate. “Avevo una pellicola Kodachrome, quella che amavo di più, ma era lenta e cominciai a preoccuparmi mentre vedevo il sole scendere“. I volti erano sempre meno riconoscibili ma Fusco continuava imperterrito a scattare senza muoversi dal suo posto. Fino a destinazione.

Look magazine decise di non pubblicare alcuna di quelle foto. Il direttore disse che erano belle ma il concorrente Life uscì prima, con le foto della morte e dei funerali; Look decise così di fare uno speciale sulla vita di Bob Kennedy e il reportage di Fusco finì in archivio. Ci rimase per tre anni, finché la rivista non chiuse per una crisi economica e di pubblicità, nonostante vendesse più di sei milioni di copie! Fusco portò via con sé un centinaio di quelle stampe e ricorda: “Non mi sono mai dato pace del fatto che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque.

Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum, ma ogni volta che c’era un anniversario cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provai a chiamare Life, che nel frattempo era diventato un mensile, ma dalla redazione risposero che non gli interessavano. Tornai sconsolato nella sede di Magnum e mi fermai a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dissi: Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato? Mentre stavo per rimetterlo via lei mi disse stupendomi: “Io lo so, fammi provare”. Telefonò al George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate“.

L’interesse per “Funeral Train” è nato in quel momento. Il nuovo direttore dell’ufficio di Magnum non poteva credere che quella storia fosse stata chiusa in archivio per tre decenni: “Ma perché siete stati seduti su questo lavoro per tutti questi anni?”. Fu così che fece preparare un portfolio per mandarlo in Europa. Una famosa galleria londinese allestì la prima mostra, la Xerox stampò un libro in edizione limitata di trecento copie che nel Duemila diventa un volume pubblicato in tutto il mondo. “Chiedo che le foto siano stampate solo sulle pagine di destra – dice Paul Fusco – perché i lettori non devono muovere la testa, ma restare immobili, girare solo la pagina e veder scorrere le facce come se fossero anche loro dietro il finestrino del treno, accanto al feretro di Bobby“.

Fusco ricorda anche di quando la mostra venne esposta alla prima edizione di FotoGrafia, il Festival internazionale di Roma: “Era stata allestita alla stazione Termini, la gente scendeva dai treni e se la trovava davanti, fu un’idea bellissima e geniale“. Quando Look fallì, in cambio della benevolenza del fisco il proprietario decise di donare tutto l’archivio alla Libreria del Congresso: cinque milioni di foto presero la via di Washington. “Anche i miei scatti finirono là. Due anni fa il gallerista James Danziger è andato a cercarli e ha trovato le altre milleottocento foto. Erano inedite, nessuno le aveva mai viste. Eccitatissimo mi ha chiamato e mi ha convinto a fare un nuovo libro e una mostra con lui

Cosa insegna questa storia? Insegna che non bisogna mai buttare via niente ma conservare tutto ciò che si scrive e si scatta. Potrebbe sempre tornare utile, chissà magari dipo quarant’anni. Vi consiglio inoltre di leggere e sfogliare questo libro: “Funeral Train” di PAUL FUSCO.

Per Storie di fotografie, Edmondo Di Loreto con Luigi Calabresi

 

Edmondo Di Loreto

Edmondo Di Loreto è nato a Roma nel 1956 e vive tra Puglia e Abruzzo. Fotografa, con passione ondivaga, dall’età di 7 anni. Ha viaggiato in tutto il mondo ed ha realizzato numerosi reportage. Nel 1994 ha vinto il concorso nazionale di foto-reportage Petrus World Report.  Nel 2004 ha ricevuto il gran premio della giuria al concorso del Touring Club Italiano sulle case rurali “Alta Definizione della campagna Italiana”. Nel 2006 è stato uno dei 5 autori selezionati per il Premio Chatwin: Camminando per il mondo con due video, un racconto ed un portfolio fotografico sui popoli del fiume Omo in Etiopia, esposto a Genova presso il Museo del Castello d’Albertis.

 

E’depositario e curatore dell’archivio storico fotografico familiare che comprende oltre 10.000 immagini in lastra e negativi ed ha donato parte di tale materiale al Museo del Territorio di Foggia che lo espone in pianta stabile. E’ socio del FotocineClub Foggia BFI EFI  del quale è stato anche vicepresidente e con cui ha allestito varie mostre personali e numerose collettive. Con Elio Carrozza e Giovanni Torre ha promosso il progetto Anime Salve legato alla questione delle migrazioni che, con una mostra e due volumi fotografici, sta girando l’Italia. Ogni volta che può, promuove la fotografia in  ogni sua forma e significato.

One Reply to “Funeral train, le foto perdute del lungo addio a Bobby Kennedy”

  1. Sono immagini particolari! Esse ricordano l’ultimo viaggio di un uomo che, con suo fratello, avrebbe potuto cambiare davvero il mondo e, forse, in parte lo han fatto…
    In quei tredici giorni per Cuba, o quando si disse: “cosa posso fare io per il mio paese…”
    Erano quelli della Nuova Frontiera!
    Le immagini mostrano una frontiera, ovvero il limitare della ferrovia e su questo lo scorrere del tempo bloccato dalla morte…

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