Ordine e razionalità, la fotografia di Franco Sondrio

In copertina oggi c’è Franco Sondrio. Nel consueto appuntamento dedicato agli Autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Alessandra Bettoni

L’intervista di oggi è dedicata ad una personalità del mondo artistico e culturale che stimiamo molto, Francesco Sondrio. La sua profonda passione per l’architettura e la storia dell’arte, maturata fin da bambino e cresciuta quasi di pari passo con quella per la fotografia, ne ha caratterizzato il percorso lavorativo e di vita. Un percorso di incessante ricerca, costituito dall’osservazione e lo studio della storia che lo ha portato ad esprimere nella fotografia, soprattutto nel genere minimalista, una visione artistica del tutto personale, nella quale sperimentazione ed estetica si fondono armoniosamente.

© Franco Sondrio

Francesco Sondrio nasce a Messina nel 1963 dove attualmente vive svolgendo la sua attività lavorativa a Catania. Compie gli studi superiori nella città dello Stretto, per poi laurearsi in Architettura presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Successivamente, consegue il titolo di Dottore di Ricerca presso la Facoltà d’Ingegneria dell’Università di Messina sviluppando una tesi su “La rappresentazione del paesaggio nelle opere di Antonello da Messina”. Ha svolto attività didattica presso la Facoltà di Architettura di R.C. ed è stato correlatore di numerose tesi di laurea negli ambiti del Restauro e della Storia dell’Architettura.

É autore di saggi e articoli su libri e riviste scientifiche e, a tutt’oggi continua la sua attività di ricerca, con particolare riferimenti al corpus pittorico antonelliano, agli apparati prospettici quattrocenteschi, agli sviluppi artistici e architettonici di Messina a partire dall’epoca rinascimentale.

Tra i progetti più significativi (con l’amico e collega Francesco Galletta) ha portato a termine lo studio dello spazio architettonico, della geometria modulare e della costruzione prospettica dell’Annunciazione di Antonello (1474), e il conseguente Restauro Virtuale delle lacune reintegrabili. Il progetto, in linea con le proposte dell’allora Istituto Centrale per il Restauro (I.C.R.) ha dato l’avvio all’intervento di fatto conclusosi nel 2008, in continuità con la teoria del restauro di Cesare Brandi.

Collaborazioni significative sono state quelle con il Museo Bellomo di Siracusa per il quale è stato esperto esterno, l’istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro di Roma e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

É docente di Storia dell’Arte e Tecniche di Rappresentazione Grafica nella Scuola Superiore.

AVB: Francesco intanto grazie per aver accolto il nostro invito e benvenuto. Da questo momento in poi preferisco chiamarti Franco, il nome con cui ti ho conosciuto e quello più familiare al nostro pubblico. Una vita molto intensa la tua: dalla professione agli interessi personali, passando per le tue grandi passioni, un viaggio attraverso la storia dell’arte, l’architettura e la fotografia che rende anche omaggio al profondo legame con la tua città Messina. Quanto hanno influito la tua formazione e professione nello sviluppo delle tue passioni artistiche?

FS: Grazie a voi per l’opportunità. Posso dire di aver avuto la grande fortuna di aver chiari – già da bambino – gli obiettivi che avrei voluto raggiungere da adulto. I miei interessi per l’arte e l’architettura, che coincidono con le mie passioni, si sono manifestati precocemente, orientandomi verso una formazione che affondava le sue radici nella storia di queste discipline.

La fotografia, in un secondo momento, ha rappresentato e continua a rappresentare un tassello importante di un percorso culturale destinato a durare tutto l’arco della vita. Intesa come mezzo d’indagine oggettiva ma anche come registrazione soggettiva della realtà, la fotografia mi si è rivelata come linguaggio espressivo, irrinunciabile per approfondire e comunicare brani di esistenza nell’irripetibilità della dimensione temporale.

Identifico il momento della “scelta del punto di ripresa” come attimo privilegiato per raccontare il “mio punto di vista” sulle cose, cercando di non discostarmi dall’estetica della forma e della rappresentazione cui tengo particolarmente. Per tornare alla domanda, non saprei dire quanto la mia formazione abbia influito sulle mie passioni artistiche; ho solo seguito le mie naturali inclinazioni con profonda partecipazione.

Il legame con la mia città è un capitolo particolarmente delicato da affrontare. Come tutti i legami comporta gioie e dolori. Vorrei ricordare i due terremoti disastrosi che hanno raso al suolo Messina nel 1783 e nel 1908. La città è stata ricostruita in cemento armato e con un tessuto a scacchiera, ma l’inevitabile taglio col passato ha fatto calare il sipario sulla sua storia. Insieme alle vite umane, agli edifici, i monumenti e le opere d’arte sono andati perduti gli archivi storici e quindi la memoria di una città che per secoli, con il suo porto, è stata crocevia nelle rotte commerciali e culturali del Mediterraneo.

La città ricostruita, con i suoi pregi e difetti, stenta ancora oggi a decollare e intere aree con affaccio diretto sul mare sono precluse ai cittadini dalla “cortina di ferro” della linea ferroviaria, mentre, altre zone sono di fatto off-limits perché ad uso militare, industriale o privato. La mia è una città di mare negata al mare. I concorsi per il water-front si sono semplicemente fermati ad idee che non trovano ancora oggi realizzazione. Nonostante tutto, la città continua a mantenere intatto il suo rapporto con il paesaggio, incastonata com’è tra i Peloritani e lo Stretto.

Le mie foto sulla città sono semplicemente un atto dovuto, soprattutto a me stesso, per continuare a credere nell’enorme potenziale di una città che deve certamente passare dal dire al far bene.

AVB: Già, i dolori. Molte città del sud purtroppo oggi condividono gli stessi dolori, martoriate da annosi problemi che ne corrodono l’anima, minandone l’essenza stessa. A volte però basta anche il più piccolo segnale di rinascita a promuovere ottimismo. C’è qualche nota positiva in questo senso attualmente?

FS: In effetti si, è una buona notizia proprio di questi giorni ovvero l’apertura del “nuovo” Museo Regionale di Messina la cui realizzazione ha attraversato, tra intoppi burocratici ed economici, tre interi decenni. Ma finalmente si riparte dal MuMe, con le sue 20.000 opere esposte che aprono molteplici finestre sul passato glorioso della Città dello Stretto. Mi piacerebbe che tutti i miei concittadini e soprattutto le nuove generazioni, guardassero alle testimonianze del passato per andare incontro ad un futuro che nell’arte e la cultura può trovare il suo riscatto.

AVB: Franco, ti conosciamo prevalentemente nella tua veste di fotografo minimalista, ma la tua visione artistica ha forse origine dall’architettura e dalla storia dell’arte, di cui sei profondo conoscitore. Prima dell’astrazione minimalista quindi sembri essere attratto dalla testimonianza della storia, la traccia rilevante del passaggio dell’uomo. E’ un concetto questo che ti appartiene? Puoi spiegarcelo meglio?

FS: Seguire le tracce del passaggio dell’uomo, dai graffiti di Lascaux alla Street Art di Banksy, passando per i più grandi artisti del Rinascimento ha costituito per me un viaggio stimolante quanto appassionante. L’aver vissuto i miei ultimi otto anni in Toscana ed aver lavorato in quel museo a cielo aperto che è Firenze ha fatto il resto.

Non avrei potuto apprezzare la Minimal Art senza passare per la storia. La conoscenza porta nuova conoscenza. Accostarsi ad una espressione artistica senza conoscerne i protagonisti, le diverse tendenze, i precedenti e i risvolti successivi, o senza avere gli strumenti per coglierne le differenze non può che produrre idee frammentarie e confuse.

Credo che quando ci si voglia esprimere artisticamente debbano essere chiari i limiti entro i quali muoversi; per far questo bisogna dedicare del tempo allo studio, andare a vedere con i propri occhi le architetture che hanno fatto storia, le grandi mostre, i musei… L’arte è davvero maestra di vita.

Come disse qualcuno: se la tua prossima domanda è “Chi è stato il tuo maestro più importante?”, la mia risposta è “L’arte stessa!” Chiaro il concetto?

AVB: La fotografia ha un ruolo rilevante nella tua vita quotidiana. Possiamo immaginare che questa sia uno strumento funzionale allo svolgimento del tuo lavoro, ma si percepisce che il tuo approccio alla fotografia affonda le sue radici in quell’inclinazione artistica che è molto forte in te. Raccontaci come hai cominciato, quando ti sei avvicinato all’arte fotografica? 

FS: Erano i primi anni 80; il mio percorso universitario prevedeva degli esami sul Rilievo dell’Architettura che, oltre agli immancabili disegni a schizzo, associati ai fatti dimensionali dell’oggetto da rappresentare, non poteva certo fare a meno della documentazione fotografica. Da li ho cominciato a indagare l’architettura attraverso l’obiettivo della fotocamera, spaziando scrupolosamente dal generale al particolare e viceversa. Da subito si pose l’esigenza di cogliere i soggetti secondo precise regole compositive intrinsecamente connesse alla geometria delle fabbriche.

C’è stato poi il periodo dei paesaggi; ricordo che rimasi fulminato dalla bellezza dei paesaggi siciliani di Diego Mormorio saldamente intrecciati alla cultura dell’isola. Da lì tutta una serie di scatti made in Sicily che non ho mai pubblicato perché sento solo miei; sono i luoghi dell’anima, quelli che vuoi custodire gelosamente.

E poi ci sono stati gli anni vissuti sull’Appennino Toscano a stretto contatto con la natura incontaminata della montagna pistoiese. Ho fotografato gli stessi paesaggi dipinti dai macchiaioli, a tutte le ore e in tutte le stagioni affrontando anche le tormente di neve a meno 18°. Indimenticabili gli sconfinamenti sul versante emiliano o le escursioni sulle Alpi Apuane.

Tutt’altro genere di attrattiva hanno esercitato le colline del senese dove le morbide geometrie della natura insieme alle continue variazioni della luce ti inchiodano all’obiettivo per scatti a 360°.

Altra tappa importante è quella dell’avvio alla fotografia delle opere d’arte, forse la più difficile per me, data l’importanza dei soggetti ripresi e l’enorme produzione in merito. Ci sto ancora lavorando per evitare di portare a casa solo foto souvenir.

Come si può vedere il mio percorso in fotografia riflette i miei interessi e le mie passioni e se mi è consentito vorrei dare ancora una definizione di fotografia intesa come specchio della vita. Non so esattamente se sono riuscito fino ad oggi a raccontarmi nei miei lavori, ma io mi ci ritrovo quasi sempre dentro e questo per me è già tanto.

AVB:  La fotografia ci riporta al Minimalismo. Sei molto attento ed impegnato su questo fronte. La Minimal Art è fonte di ispirazione per i tuoi lavori fotografici e sei un convinto sostenitore e divulgatore del Minimalismo applicato alla fotografia. Dal barocco siciliano all’arte resa nei “minimi termini”, come avviene questo inusuale passaggio? Cosa ti attrae del Minimalismo? Qual è l’aspetto che più esalta la tua vena artistica?

FS: Sono sempre stato attratto dal pensiero di Mies van der Rohe sull’architettura, che si può riassumere in due semplici parole: Ordine e Razionalità. Da qui è partita la mia ricerca di quel processo di conoscenza della forma che si identifica con la natura delle cose. É stato quasi naturale riportare questo concetto in fotografia, rimuovendo il superfluo e puntando su ciò che vuoi che conti.

Dal puro interesse intellettuale ai miei primi scatti in chiave minimalista il passo è stato davvero breve. Nel 2012, insieme a Bianca Maria Bini, sono stato tra gli iniziatori del gruppo fotografico su Facebook “Only Minimal”, uno dei primi sulla rete che oggi conta più di 8000 membri. Proprio su OM ho cominciato a pubblicare le mie foto e fare un lavoro critico su quelli altrui.

Credo di aver selezionato e recensito migliaia di fotografie in questi anni, sviluppando una particolare propensione per la lettura critica delle immagini. Molti fotografi minimalisti hanno mosso i loro primi passi in OM e oggi sono stimati artisti a livello internazionale.

Non è semplice spiegare il passaggio dal barocco siciliano all’arte che tende al grado zero. Ciò che posso dirti è che, anche quando fotografo un edificio barocco, metto in atto tutte mie risorse dell’esperienza minimalista. La resa non sarà minima ma l’ordine e la razionalità governano il risultato finale. Ciò che più esalta la mia vena artistica è senz’altro la consapevolezza delle cose che faccio e i continui stimoli che ricevo dalle nuove conoscenze.

Penso che la fotografia minimalista dovrebbe essere propedeutica agli altri generi perché, senza ombra di dubbio, è una lezione di armonia della visione che fa tendere all’arte anche il più insignificante dei soggetti. Ed è proprio questo che mi attrae del Minimalismo e che mi spinge verso una sperimentazione che non lascia nulla al caso.

Le astrazioni minimaliste di Franco Sondrio

AVB: La tua produzione fotografica è ampia e molto interessante, costellata da molteplici lavori.  Di questi, ce n’è qualcuno a cui sei particolarmente legato. E perché?

FS: Il mio pensiero va subito a due lavori in particolare: il primo è uno scatto eseguito anni fa in Garfagnana, dal buio interno del duomo di Barga verso l’uscio attraversato da un uomo anziano. Sullo sfondo lo sky-line delle Alpi Apuane. La descrizione fa pensare a troppi elementi per uno scatto minimalista ma la composizione in bianco e nero, lo sfondo neutro che occupa la maggior parte del frame e il decentramento del soggetto restituiscono una visione e un senso delle cose che ancora oggi mi sorprende.

Il secondo lavoro è uno scatto ai limiti della follia, se non altro per la situazione e il momento in cui la mia attenzione è stata catturata. Attraversavo una strada nel pieno caos automobilistico romano quando improvvisamente vidi sulla scalinata della Basilica di Santa Maria in Ara Coeli delle persone disposte sui gradini secondo un andamento serpentinato che rendeva dinamica la visione. Non ho esitato a fermarmi, rischiando la mia incolumità fisica tra gli insulti e i clacson impazziti. Il centro della strada era il mio punto di vista privilegiato in quel preciso istante. Valeva certamente la pena bloccare il traffico. Un click col cuore in gola e via di corsa. Confesso di andare particolarmente fiero di quella foto.

AVB: Guardando al futuro Franco, hai nel breve periodo dei progetti di cui ti stai occupando o che vorresti mettere a punto? Qualche anticipazione?

FS: Oltre ad una personale fotografica ho in cantiere delle pubblicazioni in collaborazione e un libro monografico su Antonello da Messina.

AVB: Per finire Franco, si percepisce nel tuo lavoro e nelle tue parole molta passione per ciò che fai, cosa ti sentiresti di suggerire a coloro che inesperti vogliano approcciare questa nobile arte? Cosa ti ha insegnato la tua esperienza?

FS: Suggerisco di seguire il loro istinto supportandolo con la passione e lo studio. La mia esperienza mi ha insegnato l’importanza di mettersi in cammino verso i propri obiettivi seguendo un percorso di ricerca aperto a tutti i possibili esiti.

AVB: Franco, a noi non resta che ringraziarti di cuore per questo appassionante viaggio alla scoperta della tua personalità e del tuo incredibile talento. I nostri migliori auguri per un futuro ricco di successi professionali e personali.

FS: Grazie di cuore a voi, per avermi dato la possibilità di raccontare la mia storia, un saluto a tutti i lettori di ArteVitae.

Franco Sondrio – Galleria Fotografica

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