Follia maggiore di Alessandro Robecchi

Follia maggiore di Alessandro Robecchi, noir milanese a tutti gli effetti. Ironico, ammiccante, gradevole lettura per i milanesi nostalgici ma non solo, e per gli amanti del giallo alla Fruttero & Lucentini. #artevitae

di Rita Manganello

Non si è mai scritto tanto su Milano come negli ultimi tempi. Complice la rinascita glocal di una città spentasi nei decenni, ingrigita e trascurata dagli investitori e dalle precedenti amministrazioni locali.

C’è lo zampino di Expo che ha favorito l’apertura al mondo e dato un impulso al rinnovamento anche culturale. Non che Milano non abbia avuto, nel corso del tempo, trascorsi notevoli, ma mai come oggi le sue eccellenze vengono mostrate come bandiere e medaglie al merito per la moda, il design, business e innovazione,  e più recentemente l’inclusione sociale; il tutto fa sì che la città parli di sé anche attraverso storie e racconti, con quel tanto di mitico che fa da sfondo.

Milano è anche romanzo giallo, chi non ricorda Scerbanenco e qualche film degli anni ’60-70, da Banditi a Milano, Milano rovente, Milano odia, Milano trema e chi più ne ha più ne metta.

Milano è lo scenario dei romanzi noir ma anche soft di Alessandro Robecchi, autore televisivo e di teatro, giornalista ed editorialista per Il Fatto quotidiano, il Manifesto e Cuore e altre testate. Dal 2014, leggo nella sua biografia, Robecchi è l’ideatore di una serie di gialli che hanno come protagonista Carlo Monterossi, produttore di una trasmissione televisiva che lo disgusta letteralmente, definita “Grande Fabbrica della Merda” ma molto seguita dal pubblico del trash dei sentimenti, con grandi ascolti immancabilmente. Monterossi e altrettanto interessanti comprimari si trova al centro di avventure intessute nel clima milanese più scenografico che si possa immaginare, in una mescolanza di luoghi, storia, memorie, cronaca vera, per mezzo di studiate variazioni tra il popolare e l’upperclass, ammiccando ai cambiamenti di una società cittadina che le ha viste proprio tutte. Chi di noi non si riconosce nella geografia milanese, nelle abitudini, nei clichè tanto cari e rassicuranti, nelle atmosfere e nelle architetture del presente e del passato?

Qui si muovono i personaggi, le creature divertenti e maliziose di Robecchi in trame narrative gradevoli e ben costruite, colorite da una prosa venata di umorismo che a tratti vira al cabaret senza mai stancare.

In Follia Maggiore Carlo Monterossi si trova, suo malgrado, alle prese con un anziano facoltoso e sofisticato signore, che di mestiere nasconde i soldi dei suoi danarosi committenti,  ora assillato dai rimpianti esistenziali da viale del tramonto. Umberto Serrani, questo è il suo nome, lo coinvolge in una vicenda che ha come protagonista una sua vecchia e mai dimenticata fiamma, assassinata in circostanze tutte da chiarire. La donna lascia una figlia aspirante cantante lirica, di cui Serrani diverrà mecenate. Serrani pretende da Monterossi e dal detective Oscar Falcone un’indagine parallela: chi ha i soldi va per le spicce, non si adatta ad attendere i risultati delle indagini ufficiali. Qui entra in gioco il piedipiatti, il sovrintendente Tarcisio Ghezzi, altro ruolo stabile nei romanzi di Robecchi, che si trova con Monterossi in un rapporto di benevolo conflitto. Ghezzi è il co-protagonista, la spina dorsale, l’uomo di punta della questura che seguirà il caso: il rappresentante della legge votato al dovere senza risparmio, ma con quel profilo umano che lo salva dallo stereotitipo dello sbirro più prevedibile di sempre.

Follia Maggiore si legge d’un fiato, ci si immischia nel racconto con la giusta dose di immedesimazione: ci si avviluppa nell’afflizione sentimentale del Monterossi che mi aspetto di trovare sdraiato sulla chaise longue dello psicoanalista, in qualche prossima avventura, perché privo di una sacrosanta anima gemella, con grande dispiacere della governante Katrina solida donna dell’Est europeo, cuoca impareggiabile e grande fan della Madonna di Medjugorje. Ma la vera domanda è: senza la corposa presenza di una Milano partecipe e un po’ ruffiana, che storia sarebbe ?

Dello stesso autore: Torto marcio, Di rabbia e di vento, Il tavolo, Dove sei stanotte, Questa non è una canzone d’amore.


Note biografiche sull’autrice

Rita è milanese di nascita, amante della fotografia e del cinema da quando ha memoria. Dopo gli studi classici e la Scuola di Giornalismo, ha lavorato in società multinazionali di primaria importanza nell’area della comunicazione e delle risorse umane, maturando un profilo professionale che le consente, oggi, di avere uno sguardo aperto alla contemporaneità. Giunta a fine carriera torna a dedicarsi alle passioni di un tempo fra cui la fotografia, il cinema, l’arte e la letteratura. Alterna l’attività di esplorazione fotografica a quella redazionale e si occupa di lettura dell’immagine per i colleghi fotografi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: