A rebours: Eugene Atget e Werner Mantz

di Annalisa Albuzzi

Lo spunto per questa chiacchierata l’ha offerto – a suo tempo – la lettura della prime ‘puntate’ de L’ArchiMinimalista, magistralmente regalateci da Vito Leone e focalizzate su alcune personalità d’eccezione: i Becher e Gabriele Basilico. Vorrei perciò tentare di riannodare qui il filo del discorso, dopo le tematiche alle quali ci ha introdotto con limpida sapienza Simona Costantin.

Due artisti possono a buon diritto essere considerati i precursori dei Becher e di Basilico, con i quali hanno condiviso sia una ricerca progettuale avente come oggetto l’architettura e il paesaggio urbano, sia uno sguardo aduso all’essenzialità, alla razionalizzazione, per non dire al minimale. Due artisti accomunati da una bizzarra fortuna presso contemporanei e posteri: sostanzialmente postuma quella di Eugène Atget, misconosciuto durante tutta la sua operosissima attività, sebbene apprezzato da Man Ray, Berenice Abbot e dai Surrealisti;

quasi racchiusa entro i confini della sua Germania la fama di Werner Mantz, tuttora noto soprattutto grazie a pubblicazioni in lingua tedesca, benché numerose immagini siano conservate al Moma, alla Tate Gallery o faccian parte della Ford Motor Company Collection al Metropolitan Museum of Art. Non sarà un caso se neppure uno strumento popolare come Wikipedia gli ha dedicato una voce bio-bibliografica in tedesco, ma non in inglese e tanto meno in italiano.

Eugène Atget – Angolo rue Valette e il Panthéon, 1925

Oggi prendiamo le mosse da Eugène Atget: francese (1857-1927), cantore del ‘Vieux Paris’, portò avanti una mappatura quasi maniacale di una metropoli in vorticoso cambiamento, letta, tuttavia, attraverso dettagli quotidiani e dimessi, cioè attraverso quei soggetti che fino ad allora erano stati trascurati. Antiretorico per eccellenza, Atget non si lasciò intrappolare neppure dalla tentazione bozzettistica mutuata dalla pittura: fu anzi il primo fotografo che, con rivoluzionario anticipo rispetto ai suoi contemporanei, seppe liberarsi totalmente dai cliché del Pittorialismo, per conferire alla sua professione uno statuto vero e proprio, fondato sui soli mezzi dello specifico tecnico. La realtà non fu tuttavia da lui asetticamente riprodotta, ma ricreata, attraverso luci, ombre ed inquadrature originali, sfruttando in maniera interpretativa perfino i limiti di un’attrezzatura e di materiali non certo tecnicamente all’avanguardia, che, però, sembrano essere piegati con sapienza ai propri intenti piuttosto che passivamente subiti.

Ma Basilico che c’entra, ci si potrà chiedere? Ebbene: Atget fu definito instancabile ‘misuratore dello spazio urbano’, padrone assoluto di quel metodo analitico che segna la grande Fotografia documentaria; esattamente come lo fu Basilico, che lo considerò, più o meno tacitamente, uno dei suoi più influenti maestri. Lui stesso ce lo confida in un piacevole volumetto: Architetture, città, visioni – Gabriele Basilico


The inspiration came some time ago, as I was reading Vito Leone, skilfully introducing the Becher’s and Gabriele Basilico with The ArchiMinimalist digest of March. With my contribution I would start exactely from there, following that discussion thread, after Simona Constantin has magistrally introduced her topics last month.

There are a couple of artists that can rightly be considered precursors of the Becher’s and Gabriele Basilico. In different times, these artists had the same passion for architecture and urbanscape and the same essential, rational, minialistic approach to photography. Both of them challenged an artistic odd fame with their contemporaries and their posterity: Eugène Atget had almost no ackowledgment of his artistic work during his life, even though he was appreciated by Man Ray, Berenice Abbot and the Surrealistic artists, but his fame broke out after he died.

Werner Mantz’s artistic value was mainly acknowledged within Germany – where he is from – and still today known thanks to publications in German language, even though a large part of his photographic artwork are collected at the Moma, the Tate Gallery and at the metropolitan Museum part of the Ford Motor Company Collection. It’s no coincidence that even the so popular Wikipedia includes only the German biography and bibliography of this Artist, no English version available, not even in Italian.

Eugène Atget – Coin, rue de Seine, 6e – 1924

Let’s start by Eugène Atget (1857-1927), a French stroller of the “’Vieux Paris’. During his life, he documented in such a detailed and maniacal way the city of Paris just as it was being dramatically transformed by modernization, however enhancing the daily and shabby details, giving light to those subjects that were normally left aside. Atget was a firm anti-rethorical and didn’t get influeced by painting sketching: he moved away from Pictorialism much earlier than his contemporaries, giving to his has been indeed the first photographer able to free himself entirely from the influence of Pictorialsim, giving to his profession a theorical foundation based on specifical technicality. However he wasn’t a mere reproducer of his contemporary reality: he was able to give reality his own interpretation and view through the skilfull usage of light and shadow, always shooting with an original framing, being able to go beyond the limits of the adopted technical instrumets.

At this point you could also ask, Gabriele Basilico, what has Gabriele Basilico to do with al of this? Well, Atget was defined by him an unceasing “measurer of the urban space”, precursor and master of that analitic approach which will characterize to Documentary Photography. The same approach that Gabriele Basilico, years later, will adopt in his photographic artwork. He considered Atget one of his point of reference, as he wrote in this interesting booklet: Architetture, città, visioni – Gabriele Basilico

Link di approfondimento

Photographe de Paris, first published in 1930 – Eugène Atget

Eugène Atget Photography

Eugène Atget al MOMA

 

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