Edward Burtynsky, la fotografia dell’antropizzazione

ArteVitae oggi si occupa di uno dei fotografi canadesi più conosciuti al mondo. Le sue fotografie sono per lo più dedicate alla rappresentazione di sbalorditivi paesaggi industriali globali e sono parte di prestigiose collezioni esposte in oltre sessanta musei in tutto il mondo.

di Luigi Coluccia

Edward Burtynsky | by David Kregenow

Edward Burtynsky, canadese, classe 1955, documenta da oltre trent’anni con dedizione e impegno l’antropizzazione del mondo. Con questo termine così astruso, si tende ad indicare quell’opera di trasformazione dell’ambiente naturale attuata dall’uomo per soddisfare le proprie esigenze e migliorare la qualità della sua vita, spesso però, a scapito dell’equilibrio ecologico.

Le sue fotografie, come detto, sono parte di diverse collezioni esposte in alcuni fra i più prestigiosi musei del mondo: la National Gallery of Canada, il Museum of Modern Art e il Guggenheim Museum di New York, il Reina Sofia Museum di Madrid, il Tate Modern a Londra e il Museo d’arte della contea di Los Angeles in California.

Grazie ai notevoli progressi fatti dalla medicina, la qualità della vita dell’uomo è notevolmente migliorata e la sua durata aumentata. Da questo ne è conseguito un incremento demografico importante che stima nel 2050 la presenza sul pianeta di nove miliardi di persone!

L’uomo ha sempre avuto bisogno dell’apporto delle risorse della natura per poter vivere, ma il ritmo con cui essa oggi viene razziata non è neanche lontanamente paragonabile a quello dei secoli precedenti. Possiamo quindi solo immaginare l’importante impatto ambientale che questa crescita demografica e questo aumento del fabbisogno mondiale potrà comportare in termini di danni all’ecosistema ed all’ecologia in genere.

Ci siamo allontanati sempre più dalla natura e dai suoi cicli vitali. Viviamo in case riscaldate, utilizziamo automobili per muoverci ma dimentichiamo spesso che tutto questo avrà un costo, un prezzo che dovremo prima o poi pagare. Abbiamo messo in soffitta tutto ciò che può ricordarcelo e lo abbiamo nascosto talmente bene che riusciamo a vivere serenamente nonostante tutto. Ecco, Edward Burtynsky, con il suo lavoro, ci mostra proprio la soffitta in cui abbiamo chiuso tutto questo degrado, tutto ciò che non si può e non si deve vedere, perché altrimenti sarebbe davvero devastante per le nostre coscienze e paure.

Uno dei lavori più significativi da questo punto di vista, è proprio quello che si è occupato delle aziende cinesi di produzione di massa, “China”. Nella provincia cinese di Guangdong, si può guidare per ore lungo numerose autostrade che rivelano un paesaggio praticamente ininterrotto di fabbriche e dormitori operai. Questi nuovi “paesaggi manifatturieri” sorti nella parte meridionale e orientale della Cina producono sempre di più i beni del mondo.

“Oil” invece, altro lavoro che mi ha particolarmente colpito, rappresenta fotograficamente una delle principali innovazioni industriali e tecnologiche di questo secolo: l’automobile. Considerata un perno fondamentale per il moderno sistema industriale, ci ha donato il senso della libertà. Ha reso possibile, grazie all’invenzione del motore a combustione interna e all’utilizzo del petroli, gli spostamenti della popolazione del mondo industrializzato.

Proprio il processo di trasformazione di questa materia prima in combustibile ha stimolato nell’autore la realizzazione di questo progetto di documentazione fotografica.

“Water” invece, pone al centro dell’attenzione una delle risorse naturali più importanti per l’uomo, quella rappresentata dall’acqua. Burtytnsky cerca di capire l’uso che ne facciamo, sia quello proprio che quello improprio. Ha documentato paesaggi che non rappresentano certo una visione di una risorsa inesauribile e di un mondo sostenibile.

Quello che rimane dopo aver osservato uno qualsiasi dei tanti lavori di questo incredibile interprete per immagini del mondo moderno, è proprio quella sensazione di incompiuto che dovrebbe stimolare l’osservatore a farsi delle domande e a cercare delle risposte concrete nella vita quotidiana.

Ha realizzato anche progetti fotografici dedicati a discariche, cave, miniere, cimiteri di navi, l’industria del sale, tutte attività dell’uomo che tendono a minare fortemente l’attuale equilibrio naturale inquinando moltissimi territori.

In sostanza Burtynsky si assume il compito di aprire la porta di quella soffitta in cui sono racchiuse tutte le verità che non vogliamo vedere, liberandoci dall’ipocrisia in cui viviamo. Il tema della sostenibilità ambientale rappresenta proprio l’anima della sua ricerca fotografica. Il messaggio veicolato dalle sue immagini non arriva immediatamente, ma assale il fruitore solo dopo che quest’ultimo ha saputo superare l’impatto iniziale con la bellezza formale delle sue composizioni. Quando rimane solo con il contesto che ritraggono, ne rimane destabilizzato, si risveglia da quel torpore della coscienza che avvolge ciò che non vuole sapere, conoscere e vedere sospingendolo inesorabilmente nello sconforto.

La sua ricerca della perfezione nella fotografia è maniacale, ogni fase del suo lavoro è portata avanti con rigore e dedizione. I suoi scatti esprimono solennità, fattore determinante per i suoi lavori. Le sue composizioni sono sempre alla ricerca di quella che lui ama definire: “una distribuzione democratica del frame”, in grado cioè di garantire che non vi sia nessuna zona dell’immagine che sovrasti le altre in termini di importanza.

Per ottenere il risultato desiderato l’artista è disposto a qualsiasi cosa: salire con tutta l’attrezzatura su scale, piattaforme elevatrici ma anche aerei, elicotteri o palloni aerostatici.

“Sono pronto a fare tutto ciò che è necessario a scattare la foto che ho in mente”.

Il suo lavoro prevede diversi tentativi che lo conducono allo scatto voluto. L’effetto che vuole ottenere è quello di riuscire a suscitare meraviglia, stupore, caratteristiche cui arriva solo attraverso un attento studio del soggetto, valutandone tutte le possibili variabili, come ad esempio le risultanze di luce nei vari periodi dell’anno, fin quando tutte queste attenzioni non si allineano, determinando le condizioni per lo scatto perfetto. La combinazione di questi elementi deve essere la più coerente possibile, in grado cioè di privilegiare l’armonizzazione piuttosto che la frammentazione delle forme analizzate, in modo tale che il lavoro di oltre trenta anni, risulti organico come un’unico grande progetto – quello di una vita.

Il fascino che ha esercitato su di me questa ricerca appassionata e appassionante spero vivamente possa essere condiviso da tutti voi. Lavori così coscienziosi, cosi articolati e approfonditi non sono proprio all’ordine del giorno. Questa è un opera che non ha l’intento di documentare un evento fine a se stesso, ma l’aggressione dura e pura contro la natura operata dall’uomo, quella natura che ci ha tenuti in vita per secoli.

Credo che ciascuno di noi dovrebbe sentirsi stimolato alla riflessione, sconvolto da queste immagini che spingono a vivere in una maniera diversa, forse meno comoda ma più sostenibile.


Note biografiche sull’Autore

Gigi, salentino di nascita e romano d’adozione, intraprende il percorso di laurea in Economia Bancaria e successivamente abbraccia la carriera militare. Alterna la passione per l’economia e la letteratura, ereditata dal nonno, a quella per la fotografia che coltiva da tempo, applicandosi in diversi generi fotografici, prima di approdare alla fotografia di architettura e minimalismo urbano in cui trova espressione la sua vena creativa. Dotato di personalità votata alla concretezza e con uno spiccato orientamento alla cultura del fare,  Gigi intuisce le potenzialità aggreganti della fotografia unite alla possibilità di condivisione offerte dal Social e fonda il Gruppo ArchiMinimal Photography attraverso il quale riesce a catalizzare l’attenzione di tanti utenti italiani e stranieri attorno ad progetto di più ampio respiro che aggrega una nutrita comunità attiva di foto-amatori. Impegnato nella promozione e nella divulgazione della cultura fotografica, crea il magazine ArteVitae, progetto editoriale derivato dal successo della community social, per il quale scrive monografie ed approfondimenti sugli autori fotografici e cura la rubrica Digressioni sulla Fotografia, ricercando nel panorama fotografico contemporaneo,  personaggi e spunti di interesse di cui parlare. 

 

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