Donne e fotografia

Cerco ispirazione per scrivere un pezzo che parli delle donne che scattano fotografie. Donne fotografe, fotoamatrici, selfiste anonime e chi più ne ha più ne metta. Già, le donne non sono nuove alla fotografia.

di Rita Manganello

Donne e fotografia

Provate a digitare “donne e fotografia” sull’immenso motore di ricerca dominatore dell’universo e vi comparirà una carrellata di immagini di fotografe famose: da sinistra a destra: Tina Modotti, Nan Goldin, Cindy Sherman, Annie Leibowitz, Diane Arbus, Dorothea Lange, Margareth Bourke-White e altre celebrità di cui tanto si è detto e scritto.
Ma il mondo della fotografia ormai non ha confini; molte appartenenti al bel sesso, come dichiarerebbe una compiaciuta articolessa, si dedicano oggi a questa attività amatoriale/terapeutica; così la definiscono gli osservatori.
Sento quasi l’urgenza di parlarne anch’io, con riferimento a meno conosciute autrici della fotografia amatoriale, interessanti per il loro ‘sentire’ la fotografia, ciascuna secondo una modalità definita dalla cultura personale, curiosità e intelligenza.
Luciana Milani Guidugli, Patrizia Minelli, Monja Zoppi. Amiche incontrate su Facebook, creatrici di fotografie non banali, non casuali, ispirate dalla loro interiorità come scelta autonoma svincolata dai modelli correnti.
E qui mi riferisco a quella noisa reiterazione di immagini calco di soggetti molto sfruttati, cloni dei cloni; ogni ambiente cittadino ha il suo luogo d’elezione che genera flussi infiniti di fotografie ormai indistinguibili le une dalle altre. Volete un esempio ? A Milano piazza Gae Aulenti, a Roma il palazzo dell’Eur, a Livorno la Terrazza Mascagni.
Luciana, Patrizia e Monja no, preferiscono sganciarsi dalla serialità della solitudine, dell’ indifferenza e altre originali definizioni, per approdare a una fotografia più personale, non stereotipata.

Luciana MIlani Guidugli

Luciana si orienta con buoni risultati verso la fotografia umanista. Così commenta Giorgio Tani, leader del gruppo su Facebook Note Fotografiche, presidente onorario FIAF e presidente del gruppo fotografico Idea Visiva:

Li hai descritti bene, in tante sfumature, dalla ragazza un po’ triste perché a colazione da sola al venditore di ricordini, al barcaiolo, al pranzo d’affari con la bella passante, all’uomo degli uccellini, al clochard. Parigi nel suo piccolo o, nel suo grande, è sempre la stessa, da Atget, a Berengo Gardin, a Doisneau… a te.

Gli occhi aperti sul mondo, uno sguardo limpido riscaldato dalle emozioni, quello della nostra autrice, ma anche indagatore. Il mondo circostante in un misto tra l’impulso di lasciarsi sorprendere, quando l’emozione ha il sopravvento e il desiderio di documentare tra siparietti e figure della mitologia urbana, per renderci partecipi di ciò che accade davanti ai suoi occhi, che diventano i nostri.

 

Patrizia Minelli

L’immagine del tempo è la specialità di Patrizia Minelli. Patrizia si interessa di esplorazione urbana, Urbex per gli addetti ai lavori, ovvero la fotografia dei luoghi abbandonati.
La prima domanda che sale alle labbra di chiunque non conosca questo genere fotografico, è: “perché fotografare i luoghi abbandonati?” Come se fosse inusuale farlo o particolarmente stravagante.
Secondo il mio punto di vista, qui l’autrice si gioca il rapporto con il tempo, un tempo che non si vuole coniugare al passato, quel passato che deteriora le cose a dispetto della nostra volontà di conservazione degli oggetti che sono, di fatto, ricordi, il timore della separazione e di perdita di senso della vita.
Dalle parole di Patrizia:

Ci sono luoghi dove ci sono stanze. Le stanze del cuore, dove la vita ha trovato un proprio corso. In ogni edificio abbandonato che visito mi soffermo a pensare a chi ci ha vissuto, chi ha amato o provato dolore. Cammino in punta di piedi, come per cercare di non disturbare. Chissà se qualcosa è rimasto, una forma di energia o dei pensieri.

Grande sensibilità. Ecco, la morte è azzerata, l’energia vitale non si spegne con la caducità della materia.

 

Monja Zoppi

Segnate dall’austerità del bianco e nero le immagini di Monja Zoppi. Per alcuni autori il colore è considerato distraente e ci priva del piacere della ricerca dell’essenza del soggetto ritratto.
In questa scelta Monja Zoppi si ritrova agevolmente, conciliando estetica e comunicazione.

In un mondo in cui siamo subissati di immagini, la fotografia è innanzitutto consapevolezza e responsabilità dei contenuti che decido di mostrare. E’ il mezzo espressivo che utilizzo per tradurre la mia storia, i libri che ho letto, la musica che ascolto; è anche la libertà di poter dire senza parlare, di mostrare qualcosa di me senza necessariamente farmi vedere. Più di tutto, attraverso una proposta di visione mia personale, è gioco e ricerca di un concetto di bellezza applicabile in ogni cosa su cui poso lo sguardo, è un meccanismo di sottrazione alla macchina del fango, intesa come lotta alla negatività, al qualunquismo, alla tendenza a logorare tutto; qualcosa che possa resistere al tempo con positività.

Monja Zoppi

Una dichiarazione di libertà di espressione non soggetta ai canoni della fotografia normata secondo la volontà delle scuole di fotografia digitale, o del conformismo di massa che detta le regole dei “Like” sulle piattaforme social. Gli amanti del mainstream chiedono relax: una foto deve essere bella, tirata a lucido, priva di orizzonti inclinati e osservare la regola dei terzi. Pensiero depotenziante che non penetra la sostanza di un autore.
La fotografia di Monja Zoppi si presenta come ricerca di una sintonia tra interiorità e soggetto ripreso, un risveglio dal sonno della realtà.
Basta osservare le sue foto per apprezzare questo aspetto di ‘ribellione’ verso le forme note del muoversi entro i confini di un’inquadratura che non offenda nessuno.
Fotografare vuole anche dire osare, sperimentare, provocare. Ecco, le parola chiave per definire i lavori di Monja sono: ‘provocazione e riscatto’, sfidare le convenzioni.

Le autrici che vi ho presentato non fanno ricorso alla cosmetica fotografica come elemento distintivo della loro produzione; donne che vivono la fotografia come compendio della loro natura di creature libere nel pensiero e dotate di volontà di affermazione. Vi invito a osservare bene le loro immagini e comprendere che la fotografia non la si fa sotto dettatura, è un linguaggio e, in quanto tale, serve per comunicare. Cosa, come? Decidete voi.


Note biografiche sull’autrice
Rita è milanese di nascita, amante della fotografia e del cinema da quando ha memoria. Dopo gli studi classici e la Scuola di Giornalismo, ha lavorato in società multinazionali di primaria importanza nell’area della comunicazione e delle risorse umane, maturando un profilo professionale che le consente, oggi, di avere uno sguardo aperto alla contemporaneità. Giunta a fine carriera torna a dedicarsi alle passioni di un tempo fra cui la fotografia, il cinema, l’arte e la letteratura. Alterna l’attività di esplorazione fotografica a quella redazionale. Si occupa di lettura dell’immagine per i colleghi fotografi e scrive per la rivista online Note Fotografiche.

3 Replies to “Donne e fotografia”

  1. Brava..anzi Bravissime!!
    Che bel regalo ci hai fatto Rita, è veramente interessante vedere l’approccio di ogni una con il suo vissuto, il suo racconto..
    Sempre molto accurato il tuo modo di invitarci e coinvolgerci. Diventa tangibile l’emozione che le Donne vivono, con sensibilità ma anche con quella naturalezza nell’affrontare il quotidiano, anche quello della memoria.
    Complimenti a tutte.. e Buona Luce!!

    L’8 Marzo è tutti giorni!

La tua opinione ci interessa. Facci sapere cosa ne pensi. Grazie!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: