I disegnatori narratori dei dipinti di Antonello

Nel corso del Novecento, il ruolo dei disegnatori nello studio dello spazio prospettico degli artisti del ‘400, si è evoluto fino a specializzarsi. Più recentemente, le potenzialità del rilievo strumentale e l’uso del computer hanno ampliato il campo di ricerca. Anche Antonello è stato finalmente studiato in questo ambito.

Di Francesco Galletta e Franco Sondrio

Il rilievo e il disegno dei dipinti, supporti indispensabili di ricerca per studiosi come Cavalcaselle, hanno subito nel tempo una trasformazione totale man mano che i principi scientifici della storiografia artistica, dell’analisi stilistica e dello studio filologico si ricomponevano in una vera prassi metodologica. Insieme all’impiego sempre più diffuso della fotografia, ciò ha portato gli storici dell’arte a ridurre a zero l’uso del disegno nell’analisi dei quadri.

Si è passati perciò da un’indagine (anche) disegnata a una (solo) raccontata, con una distinzione sempre più evidente tra disegnatori e narratori, accresciuta anche dall’evoluzione del rilievo strumentale che, nel corso del Novecento, ha esteso di molto il campo d’indagine sulle opere d’arte.

Inoltre, dalle prime importanti riflessioni teoriche sull’origine e sulle applicazioni della prospettiva, anche gli studi specifici sulla rappresentazione prospettica dello spazio pittorico hanno virato, sempre più, verso una specializzazione dell’analisi, molto distante dal metodo grafico di disegnatori come Cavalcaselle.

Nel corso del XX secolo, le opere dei pittori soprattutto quattrocenteschi (Piero, Bellini, Andrea Mantegna, Masaccio, l’Angelico, i Lippi, Veneziano, tra gli altri) sono state accuratamente rilevate nei Dipartimenti di Rappresentazione e Disegno delle Università, al fine di ricostruire il metodo di elaborazione dello spazio pittorico di ogni artista. Ciò sebbene i disegnatori non siano partiti, necessariamente, dalla osservazione dal vero dei quadri, ma si siano affidati anche alla fotografia.

Questo perché, messe  da parte le questioni attributive, archivistiche o stilistiche, indispensabili nel XIX secolo ma in seguito affidate esclusivamente agli storici dell’arte, i disegnatori hanno dovuto cercare, in un campo parallelo, i propri termini di decodifica delle opere.

Tuttavia, per un artista come Antonello, la cui leggenda raccontabile resta più affascinante della vita documentata e la cui esegesi, per certi dipinti, è tuttora in divenire, lo spazio pittorico ha tardato a evidenziarsi come tema specifico. Solo negli anni ottanta del XX secolo, infatti, è maturata l’idea che, per comprendere la fama di prospettico presso i contemporanei fosse necessario un rilievo scientifico dei quadri, a prescindere dai prestiti stilistici e dall’iconografia.

san sebastiano_moduli_punto principale_linea d’orizzonte_elaborazione galletta da Convegno di Messina 1981

In due ricerche distinte sul San Sebastiano e sul San Gerolamo nello studio, pubblicate rispettivamente nel 1981 e nel 1985, fu rivelata, per la prima volta, la costruzione prospettica di quei dipinti. Tuttavia, pur nella individuazione di dati tecnici simili (punto principale, linea di orizzonte, punto di distanza, moduli), i due studi si differenziano soprattutto per l’ambito in cui furono divulgati.

Le considerazioni sul San Sebastiano fanno parte, infatti, di un insieme di interventi esposti da vari studiosi al Convegno di Messina del 1981 e pubblicati nei successivi Atti. In quella occasione, fu evidenziata anche la precisa struttura modulare del quadro e presentata la restituzione planimetrica, in sezione e alzato della piazza.

san sebastiano_ricostruzione della sezione longitudinale_Sound Sonda 1978_Messina 1981
san sebastiano_ricostruzione della panimetria_Sound Sonda 1978_Messina 1981

I dati, dibattuti in un ampio confronto tra gli storici dell’arte presenti al Convegno, portarono a nuove definizioni, in parte condivisibili, del modo con cui Antonello ha utilizzato lo spazio architettonico. Furono persino inventati alcuni termini originali come prospettiva modulare e dinamica, venne rilevata la novità iconografica del martirio ed evidenziata l’originale interpretazione prospettica dello sfondo.

Il dibattito al Convegno del 1981 è stato, purtroppo, l’unica occasione di confronto mai avvenuta sul tema della rappresentazione in Antonello benché, per certi versi, la scelta dell’opera e l’enfasi data ai risultati, abbiano risentito della condizione di preminenza attribuita, in quel momento, al ciclo veneziano del pittore sul resto della sua attività.

Al contrario, la scheda sulla restituzione prospettica del San Gerolamo curata da Grazia Sgrilli nel 1985 è, invece, un’opera isolata e, per certi versi, poco incisiva, pur rimanendo – per i disegnatori – una tappa importante nello studio dello spazio pittorico di Antonello.

Già discutibile per l’esito di alcune conclusioni – rispetto ai risultati del confronto sul San Sebastiano – è un’appendice quasi incidentale dell’ormai introvabile volume di Eugenio Battisti, Antonello. Il teatro sacro, gli spazi, la donna, ai cui registri narrativi rimane, infatti, sostanzialmente estranea.

san gerolamo_linea d’orizzonte_punto di distanza_g. sgrilli_1985

Il libro dell’insigne critico, infatti, trasferendo l’esame di Antonello [su un piano] del tutto asistematico […] saltando di problema in problema, srotola i temi del racconto come fili da diverse matasse, riannodandoli in una narrazione trasversale che unisce la lucida consapevolezza dell’analisi allo sfrontato coraggio interpretativo, pur incorrendo, a volte, in certe imprecisioni sull’urbanistica messinese del ‘400 che non ci si aspetterebbe.

san gerolamo_restituzione planimetrica_g. sgrilli_1985

Il testo di Battisti, che a volte è un puro racconto emotivo capace di esplorare registri insoliti – già evocati dai seducenti titoli dei paragrafi – raffigura, finalmente da un punto di vista originale per uno storico dell’arte, il trattamento dello spazio in Antonello.

L’autore passa, infatti, dall’analisi di dettaglio all’esposizione generale, parlando non tanto di prospettiva quanto di punti di osservazione e di linee di orizzonte, riunendo le opere per generi senza mai compilare un vero catalogo; introducendo, pur senza disegni, temi nuovi per i disegnatori e affascinanti definizioni.

Il senso narrativo del linguaggio di Battisti resta, comunque, un caso isolato nella produzione storico-artistica su Antonello, seguito solo – a una certa distanza – dalle raffinate ricostruzioni di stampo poliziesco che Lionello Puppi mette in opera tentando (invano) di assegnare un nome storico al volto del San Gerolamo.

Invece, dopo l’imprescindibile riordinamento di Fiorella Sricchia in Antonello e l’Europa del 1986 – aggiornato nel 2017 con altro titolo e una nuova, folgorante esegesi critica – molte delle successive monografie sul pittore pur contenendo, a volte, spunti incisivi, perdono spesso oltre al tono della narrazione anche il coraggio dell’interpretazione.

Scansando il tentativo “tombale” di Mauro Lucco di mettere, nella monografia del 2006, un punto di fine alla critica su Antonello, solo Teresa Pugliatti, liberandosi dagli apparati filologici e dichiarandosi a piena voce su temi insidiosi, rivaluterà nuovamente nel 2008 la passione del racconto, rinsaldandola però con il registro lucido dell’analisi nel volumetto: Antonello. Rigore ed Emozione.

I disegnatori, invece, nel lungo percorso narrativo tra i primi anni ottanta del ‘900 e i tempi recenti, si sono gradualmente defilati dallo spazio pittorico del messinese, benché gli strumenti d’analisi si siano, invece, nel tempo, potenziati al massimo.

Ciò non è accaduto, però, per l’Annunciazione di Palazzolo Acreide, un dipinto dalla storia unica, anzi forse il più assurdo dei casi fra i tanti pur sorprendenti in Antonello. Dimenticata per quattrocentododici anni in una chiesa defilata di una città siciliana troppo piccola, fu riscoperta in stato morente soltanto nel 1896.

Restaurata cinque volte in novantaquattro anni, con tutti i metodi individuati in Italia prima, durante e dopo l’avvento di Cesare Brandi; massacrata dai critici ancora di più che dal destino, soltanto nel primo decennio degli anni duemila, è stata finalmente rivalutata.

annunciazione prima del restauro 2008_linea d’orizzonte_punto principale_galletta_sondrio_2006

I disegnatori – con i metodi dei convegnisti del 1981 e confrontandosi in molti pubblici dibattiti – decifrarono nel 2006, per la prima volta, lo spazio pittorico del dipinto, rilevandone la struttura modulare e la precisa costruzione prospettica. Malgrado ciò, mentre alcuni critici condivisero le novità con entusiasmo, altri pur non sapendo più cosa raccontare di nuovo per una plausibile storia del quadro, decisero di ignorarle, facendo rientrare lo strano caso dell’Annunciazione tra le ultime leggende su Antonello.

Simile, ma meno romanzatadisegnata, è la storia del Polittico di San Gregorio, il cui stato precario ha ostacolato, anche qui, la decodifica dell’opera, eseguita nel 1474 per il monastero di Santa Maria Monealium extra moenia di Messina.

polittico san gregorio_messina_museo_allestimento 2008

Dato l’impossibile confronto con eventuali dipinti precedenti simili, ormai perduti, è considerabile come prima opera del pittore tra le sopravvissute, a trasmetterci un interno architettonico configurato secondo le regole prospettiche.

In realtà, andando in profondità, il Polittico è, a tutti gli effetti, una vera macchina teatrale che nel campo della rappresentazione, già senza bisogno di rilievi, ci propone il sottile equilibrio di diversi termini visivi: il rosario/collana in caduta, il gradino con il cartellino, l’aggetto della pedana semicircolare in eminentia.

Ancora: lo sporto dei piedi dei Santi, il movimento dei pastorali, il muro basso che stacca il fondo oro, la cornice superiore con un altro muro. In alto, poi: l’aggetto dei libri e il leggio scorciato. A tutto questo si accompagnano la profondità delle ombre, le diverse posture dei sei personaggi superstiti e l’incrocio dialogico degli sguardi con l’osservatore.

A questa macchina visiva con punto principale asimmetrico mancano purtroppo, da qualche secolo, due elementi fondamentali: il pannello centrale del registro superiore e la cornice lignea, contrappunto reale all’eminentia fittizia della pedana.

Queste assenze, insieme alle lacune a destra del San Benedetto e su tutto il San Gregorio, riducono non tanto la comprensione dell’unità figurativa del dipinto, quanto il suo complessivo impatto visivo sull’osservatore.

polittico san gregorio_ricostruzione d’insieme_mandel_1967

Non abbiamo mai saputo quale fosse la posizione del Polittico nell’edificio in cui fu collocato; né ci è rimasto l’edificio, a dire il vero. Tuttavia appare logico pensare che il pittore abbia potuto stabilire una cosciente connessione tra lo spazio reale e quello figurato nell’opera.

Ce lo suggerirebbe il percorso graduale compiuto da Antonello in quegli anni, il filo sottile che lega la cornice lignea del Polittico, finestra reale oltre la quale si apre la scena, a quella architettonica dipinta nell’Annunciazione che inquadra l’interno presagendo un esterno; fino al portale dipinto (quindi ancora fittizio) del San Gerolamo che, visto dall’esterno, espone la narrazione in un interno.

Lo conferma ancora la padronanza delle regole prospettiche da parte del pittore, connessa alla sua capacità di coinvolgere lo sguardo e l’emozione dell’osservatore, indipendentemente dalle diverse dimensioni delle opere.

Il Polittico, fin dal suo apparire fu un modello iconografico con molte repliche. Gli imitatori, però, tentarono di copiare il risultato formale dell’originale senza riuscire a interpretarne il procedimento creativo, banalizzando l’equilibrio asimmetrico e multi direzionale dell’opera con elaborazioni basate su uno spazio centrico e sulla rigida postura dei personaggi.

La tavola, tuttora poco valutata nel campo della rappresentazione – e forse non al massimo in quello storico artistico – potrebbe costituire, senza dubbio, l’ennesima incredibile narrazione su Antonello, ma pure un nuovo giardino di delizie per i disegnatori.

Questa, però, è una storia che nessuno ha mai voluto raccontare, ma neanche ha potuto disegnare.


Note biografiche sull’autore

Francesco Galletta (Messina, 1965), architetto, grafico. Titolare di Tecniche Grafiche alle scuole superiori; laureato con una tesi di restauro urbano, è stato assistente tutor alla facoltà di Architettura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria per Storia dell’Urbanistica e Storia dell’Architettura Moderna. Dottore di Ricerca alla facoltà di Ingegneria di Messina, in rappresentazione, con una tesi dal titolo: “L’Immaginario pittorico di Antonello”. Con l’architetto Franco Sondrio ha rilevato, per la prima volta, la costruzione prospettica e la geometria modulare dell’Annunciazione di Antonello. La ricerca, presentata in convegni nazionali e internazionali, è pubblicata in libri di diversi autori, compresa la monografia sul restauro del dipinto. Sempre con Franco Sondrio ha studiato l’ordine architettonico dell’ex abbazia di San Placido Calonerò nell’ambito del restauro in corso e scoperto a Messina un complesso architettonico della metà del ‘500, collegato al viaggio in Sicilia del 1823 dell’architetto francese Jaques Ignace Hittorff.

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