Dior e il New look, rinascita o passo indietro?

Il Favoloso viaggio della Moda tra simbolo e desiderio racconta oggi dello stile fastoso e ultra chic di uno dei più grandi maestri della Haute Couture, Christian Dior.

di Gabriella Maldini

Dior

Durante la seconda guerra mondiale la moda aveva vissuto un periodo di depressione.  In Francia, in particolare, a seguito della durissima occupazione tedesca, molte  grandi case di moda avevano chiuso. L’impegno bellico aveva imposto misure restrittive sull’utilizzo dei tessuti, l’imperativo era risparmio e praticità. Ma quando la guerra finì, a Parigi iniziò per la Moda una favolosa rinascita. Il suo artefice fu Christian Dior che, nel 1947, lanciò il New Look, uno stile ultafemminile e ultra chic che rappresentò il ritorno all’abbondanza e al lusso.

Dior

I cardini di questa rivoluzione creativa erano: vitino di vespa, seno in evidenza, gonne immense o che modellavano il corpo. L’abito doveva disegnare e quasi scolpire il corpo, esaltando le forme femminili anche con imbottiture e rinforzi. Tacchi alti, cappello e guanti erano obbligatori. Ovviamente, questa non era una moda comoda, pratica; e soprattutto non era per tutti. Questi abiti sontuosi dai costi vertiginosi erano accessibili solo da una ristrettissima élite di aristocratiche milionarie.

Non stupisce che lo stile Dior non piacesse affatto a Chanel. Lei, che aveva finalmente liberato la donna dalle costrizioni degli abiti vittoriani e l’aveva resa padrona di sé, indipendente, libera di muoversi veloce nel nuovo mondo moderno, non poteva accettare un simile passo indietro. Gli abiti magniloquenti di Dior allontanavano la donna dal mondo reale e non esprimevano più una donna universale ma solo uno sparuto gruppo di aristocratiche.  Con abiti simili, pensava Chanel, non si poteva vivere ma dolo apparire; e oltretutto una volta sola! Erano creazioni di altissimo livello sartoriale ma espressione di una gravissima recessione, non solo nella storia della moda ma nel lungo, complesso cammino di scoperta e affermazione dell’identità femminile. Gli abiti di Dior erano una nuova principesca gabbia.

Jacky Kennedy

Da vera combattente, spinta da un moto di indignazione e di rabbia, Chanel tornò sulla scena dopo lunghi anni di silenzio e nel 1954 presentò la sua nuova collezione proprio per dimostrare la forza senza tempo del suo stile, fatto di grazia discreta e raffinata. Alla prima sfilata la stampa le riservò una crudele stroncatura ma non il pubblico, che seppe vedere più lontano, tanto che il suo tailleur coperto di catene spettinate entrò negli armadi di mezzo mondo. A cominciare dalle donne più belle e famose di quegli anni. Tra tutte, Romy Schneider e Jacky Kennedy. La foto qui sotto mi piace particolarmente perché ci mostra la grande Chanel nel suo ruolo più vero, quello di sarta, tutta naturalmente concentrata nell’atto di provare l’abito alla sua cliente. Un’immagine di grande semplicità e verità in cui il mito Chanel fa un passo in dietro rispetto, appunto, alla sarta che, come ogni sarta, si pone a margine della scena, in disparte, per lasciare lo spazio (e lo specchio) alla cliente, l’unica donna che in quel momento deve venire fuori. Luminosa, Bella, completamente se stessa.

Chanel e Romy Schneider

La portata rivoluzionaria di Chanel è data dal fatto che lei non ha vestito solo le grandi miliardarie ma ha cambiato il modo di vestire di tutte le donne. Chanel ha coniato l’abito occidentale perfetto. Come il sahari per l’India e il kimono per il Giappone.

 


Note biografiche sull’autrice

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo classico si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Da pochi mesi è uscito il suo primo libro, edito da Carta Canta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno.

Per ArteVitae scrive nella sezione Cinema e TV.


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