Digressioni sulla fotografia cinese.

Vi propongo oggi, senza pretesa alcuna, un affaccio sulla storia della fotografia cinese. Dalle sue origini fino ai giorni nostri, faremo un affascinante viaggio attraverso la storia di una cultura così distante dalla nostra, cercando di capire come essa si sia riflessa sul linguaggio fotografico e quanto questo sia stato influenzato dai numerosi stravolgimenti sociali che l’hanno caratterizzata.

di Luigi Coluccia

Le passioni, di qualsiasi natura esse siano, sono sempre caratterizzate da una particolarità, prima esplodono, poi ci portano ad approfondirle. Così è stato per me con la fotografia e così con la sua storia. E’ stato un viaggio appassionante fin dall’inizio, sia nelle fasi dell’apprendimento della tecnica realizzativa, che in quelle successive che miravano a conoscerne la storia. Dopo aver approcciato i grandi autori e le loro opere, idoli incontrastati di chiunque si avvicini a questa potentissima forma di comunicazione, di cui in genere si imparano a memoria gli aforismi, sono passato all’approfondimento della  storia dei vari generi. Ma è solo a margine di una illuminante chiacchierata con un noto fotografo, evidentemente profondo conoscitore della fotografia, che mi si è palesato un mondo che non conoscevo affatto  e che mi ha subito entusiasmato e intrigato, quello legato alla storia della fotografia cinese.

Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato.

Questo aforisma di Ansel Adams, è stata la prima cosa che mi è venuta alla mente. Mi sono chiesto, prima ancora di approfondire l’argomento, cosa avrebbero potuto mai mettere i cinesi nella loro fotografia, popolo notoriamente e storicamente prigioniero di una società chiusa, rispetto alla vastità del mondo, in cui tutto viene filtrato, dove la libertà del pensiero e dell’informazione è ancora molto lontana da venire, almeno così come la concepiamo noi – che poi, anche su questo aspetto ci sarebbe da scrivere molto. Insomma, mi incuriosiva davvero moltissimo l’idea di quello che avrei potuto scoprire. Un viaggio è tanto interessante infatti, quanto più è costellato da incognite e questo ne recava in sè davvero molte..

La storia della fotografia in Cina in realtà nasce e si sviluppa subito dopo quella della fotografia, poco prima della metà dell’800. La città di Macao, con il suo importantissimo porto, raccoglieva già, tra i numerosi viaggiatori in transito, molti fotografi europei. Negli anni successivi però, questi stessi fotografi incontrarono moltissime difficoltà e resistenze, a causa dei forti pregiudizi nei loro confronti e in quelli delle loro fotocamere straniere. Tutto questo faceva sì che raramente si avventurassero al di fuori delle città portuali e di conseguenza le loro immagini raffiguravano esclusivamente la popolazione e i paesaggi di luoghi singoli e non certo la Cina imperiale nel suo complesso.

Agli inizi del Novecento poi, esattamente come nel resto del mondo, la fotografia cinese diventa un vero e proprio mezzo di divertimento e di intrattenimento. Comincia in questo periodo infatti la sua diffusione di massa sui quotidiani e sulle riviste e viene utilizzata sia per la propaganda politica sia come forma d’arte. E’ assai difficile ad oggi identificare e mappare tutti gli studi fotografici che all’epoca erano operanti, in primo luogo perché questa ricerca storica è solo agli inizi e poi perché il paese, per buona parte del secolo scorso, venne attraversato da diversi sconvolgimenti sociali e tali stravolgimenti furono causa di enormi perdite e distruzioni. Anche la stessa scarsità di fonti, come quotidiani o documenti commerciali, rende difficile definire e tracciare una cronologia precisa.

Piacevolissima lettura, che consiglio a tutti coloro i quali volessero approfondire l’argomento, è senza dubbio: “Storia della fotografia in Cina: le opere di artisti cinesi ed occidentali”.

Uno degli aspetti più interessanti di questo libro – esordiva così il giornalista della Stampa, autore di una recensione su questo libro di qualche anno fa – è il suo essere il primo contributo italiano a un dibattito internazionale già avviato da tempo e con molti aspetti ancora da approfondire: è come la punta di un iceberg, che emerge dall’acqua. Rende cioè visibile una piccola parte dell’enorme resto ancora sommerso, non sempre percepibile ma tutto da scoprire. È un’indagine storica su come l’immagine fotografica si sia affermata e sia stata divulgata in Cina fino al 1979 e con la quale si rende visibile la complessità insita nelle scelte espressive, talora sottilmente impenetrabili, ma che nascondono una vastità di contributi, apporti e confronti, in parte ancora da esplorare.
Storia della fotografia in Cina.

Il merito di questa approfondita analisi è quello di prendere in esame un codice figurativo che, dopo millenni di ricerca sull’immagine da parte delle varie culture, è finalmente condiviso a livello mondiale; esso offre numerosi spunti di riflessione sulle modalità espressive scelte dagli autori cinesi e occidentali in Cina, nel succedersi delle epoche, laddove emerge sempre più l’esigenza di valicare i confini tra le culture. All’inizio, quella cinese è stata essenzialmente una fotografia ritrattistica, ereditata alla fine dell’Ottocento dall’attività dei numerosi fotografi-viaggiatori occidentali insediatisi a Macao, Hong Kong e Pechino. Nella prima metà del secolo scorso, nell’immenso mare di nuovi fotografi cinesi attivi in varie zone del Paese, tre si distinsero particolarmente raggiungendo notevole popolarità: Liu Ban Nong , Zhang Yin Quan e Fan Ho, nato nel 1937 e tuttora vivente.

In epoche più recenti però la fotografia cinese è stata caratterizzata da almeno due momenti di svolta. Tra gli anni Sessanta e Settanta, si distinguono ed assumono notevole importanza, benché sotto lo stretto controllo del Governo, la fotografia documentaristica e sociale, che acquistano grande rilievo sulla stampa del tempo. La street photography di Fan Ho invece fa da scuola mentre si affacciano al suo cospetto, visioni originali, frutto di esperienze di viaggio, come quella di Wang Fuchun, dipendente dalle ferrovie che inizia a fotografare sui treni. Molti fotografi lavorano direttamente per lo Stato, tra cui lo stesso Fuchun, divenuto freelance solo nel 2002. Col 1978 e l’ascesa al potere di Deng Xiao Ping, l’apertura economica e sociale della nuova Cina coincidono in fotografia con una maggiore libertà e iniziativa nei soggetti, nei temi e negli stili.

A metà degli anni Novanta un nuovo grande impulso viene in dote dall’East Village di Pechino, comunità artistica che raccoglie e consacra la fotografia cinese racchiudendola in un ventaglio artistico più ampio e in un ambito questa volta internazionale: la ricerca concettuale diviene centrale, l’espressione dei contenuti più trasversale e rarefatta.

Il nuovo millennio invece pone al centro del suo manifesto il paesaggio. Lo rappresenta nella sua trasformazione e nel suo isolato lirismo, ma soprattutto il corpo, oggetto di riflessione ma anche strumento ludico e ritratto di una società in evoluzione: della sua nuova libertà come delle sue colpe.

Un po’ quello che racconta la vicenda artistica di Wang Ningde, fotografo di Pechino i cui lavori in bianco e nero della seconda metà degli anni Novanta sono di una bellezza struggente. Solitudine, desolazione che però ad un certo punto cominciano a segnare il passo a vantaggio del colore e della speranza. In Some Days invece, racconta con ironia e distacco i riti e i riferimenti culturali della società cinese come la scuola, il partito, la famiglia, la vita quotidiana; nella serie Playground, ci regala composizioni a colori che esprimono che assomigliano ad un sogno; Forms of Light infine diventa una riflessione concettuale sul paesaggio come luogo onirico per eccellenza.

Liu Bolin invece mette in risalto la crisi di identità della società cinese, che poi non è poi così diversa da quella della nostra, utilizzando una tecnica che ha alla base un’idea che buca, che arriva. La smaterializzazione del corpo nel paesaggio naturale come negli elementi urbani. Bolin inserisce in armoniosi e immobili scorci di natura o in scenari industriali e metropolitani il suo stesso corpo, camuffandolo ad arte, rendendolo simile allo stile pittorico, che mimetizza nella fotografia la sua figura intera mentre rivolge lo sguardo in camera. La fotografia è solo l’ultimo, significativo atto di una performance artistica, ricerca di una verità e di una simbiosi impossibile dell’uomo e del fotografo con ciò che lo circonda. Il concept di Hiding In The City approda elegantemente anche nella campagna 2017 di Moncler.

Per concludere, la particolare storia di questo popolo ha senza dubbio influenzato la sua fotografia, che forse non è nota ai più, la cui conoscenza varrebbe senz’altro la pena di approfondire. Spero quindi in questo senso, di aver suscitato in voi quella voglia di approfondirla.


Note biografiche sull’Autore

Gigi, salentino di nascita e romano d’adozione, intraprende il percorso di laurea in Economia Bancaria e successivamente abbraccia la carriera militare. Alterna la passione per l’economia e la letteratura, ereditata dal nonno, a quella per la fotografia che coltiva da tempo, applicandosi in diversi generi fotografici, prima di approdare alla fotografia di architettura e minimalismo urbano in cui trova espressione la sua vena creativa. Dotato di personalità votata alla concretezza e con uno spiccato orientamento alla cultura del fare, Gigi intuisce le potenzialità aggreganti della fotografia unite alla possibilità di condivisione offerte dal Social e fonda il Gruppo ArchiMinimal Photography attraverso il quale riesce a catalizzare l’attenzione di tanti utenti italiani e stranieri attorno ad progetto di più ampio respiro che aggrega una nutrita comunità attiva di foto-amatori. Impegnato nella promozione e nella divulgazione della cultura fotografica, crea il magazine ArteVitae, progetto editoriale derivato dal successo della community social, per il quale scrive monografie ed approfondimenti sugli autori fotografici e cura la rubrica Digressioni sulla Fotografia, ricercando nel panorama fotografico contemporaneo, personaggi e spunti di interesse di cui parlare.


[Ndr] Tutte le foto e i video presenti in questo articolo sono stati reperiti in rete a puro titolo esplicativo e possono essere soggetti a copyright. L’intento di questo blog è solo didattico e informativo.

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