Digressioni sulla fotografia, a tu per tu con Andrea Rossato.

Per la rubrica Digressioni sulla fotografia, curata da Luigi Coluccia, in copertina oggi c’è Andrea Rossato. Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento dei nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Luigi Coluccia

Le Digressioni sulla fotografia di oggi sono dedicate ad un’autore il cui lavoro seguo da tempo, Andrea Rossato. La sua fotografia sa cogliere l’essenza di un’architettura esaltandone i tratti più profondi e significativi, riesce ad intuirne il valore evocandone la vera natura, attraverso il ricorso proprio a quell’indeterminazione data da un certo senso di incompiuto che molto spesso gli permette di ricomporre mentalmente il non esibito, proponendolo nel suo linguaggio fotografico.

Dopo studi scientifico-tecnologici, attività professionale nel mondo dell’ IT prima e della Formazione Professionale poi, inizia a fotografare nel 2011. Autodidatta, viene formato attraverso l’opera quotidiana di molti autori, da lui considerati dei maestri, con i quali ogni condivisione, discussione, diventava occasione di crescita.

Non avendo frequentato corsi di fotografia ogni condivisione, ogni discussione sono divenute lezioni e quindi ha avuto l’opportunità di avere infiniti maestri. Un paio di amici però sono per lui, più di altri, un riferimento costante, sia per le loro competenze sia per il loro spessore umano.

E’ Coordinatore Generale presso un Ente di Formazione Professionale e dal 2014 si occupa anche degli aspetti legati alla fotografia, reportage, eventi, fotografia per comunicazione istituzionale, docenza.

AVB: Andrea, intanto grazie per aver accettato il mio invito a raccontarti, è sempre molto piacevole ascoltare le storie degli amici che si avvicendano in questo spazio. Amo molto il tuo lavoro, per me quindi è davvero un onore averti qui oggi ed avere il privilegio di approfondirne la conoscenza della tua fotografia portandola ai nostri lettori.

AR: Grazie a te, l’onore è senz’altro mio. Cercherò per quanto possibile di raccontarmi e di raccontare la mia fotografia in maniera naturale, come fossimo seduti uno di fronte all’altro davanti ad un buon caffè. Permettimi però prima di salutare i lettori di ArteVitae e tutti gli amici di ArchiMinimal, vi sono grato per questa bella opportunità che mi avete offerto. 

AVB: Andrea, per cominciare, quali progetti e pubblicazioni realizzate fin’ora ritieni più significative per il tuo percorso?

AR: Al di là delle pubblicazioni, dei premi ricevuti e delle copertine, ciò che ritengo maggiormente significativo per il mio percorso sono essenzialmente tre cose: lo studio; la condivisione; la ricerca continua. Rimangono sicuramente nel cuore i successi ai vari concorsi, ma quelli li considero dei punti di partenza, mai d’arrivo. Mi hanno dato modo di conoscere dei grandi fotografi e permesso di confrontarmi con loro. Dalla provincia bussare alle porte che contano è difficilissimo, avere l’opportunità di essere “preannunciati” aiuta molto.

AVB: Dalla professione agli interessi personali passando attraverso le grandi passioni. Quanto hanno influito la tua formazione e professione nello sviluppo delle tue passioni artistiche?

AR: Moltissimo, prima di avvicinarmi alla fotografia, l’informatica, il disegno tecnico, il modellismo ricostruttivo navale sono tutte esperienze che mi hanno aiutato a formare un’identità precisa, allenando l’occhio nell’individuare geometrie, prospettive, percezione dimensionale, allineamenti, tutte caratteristiche perfezionati dall’uso del digitale sia in scatto che in post-produzuone.

AVB: Come hai cominciato dunque, da dove arriva questa passione? Quale è stato l’evento che ha scatenato in te la voglia di misurarti con la fotografia e quando è successo?

AR: Mi sono avvicinato inconsapevolmente alla fotografia, sin da bambino, quando  “rubavo” la Olympus OM di mio padre. Mi divertivo molto quando sviluppava le fotografie impresse sulla pellicole e trovava i segni del mio passaggio. Successivamente sono stato Direttore di un’attività commerciale che si occupava di materiale fotografico, era la più fornita di Udine. Ho sempre fotografato quindi, ma in modo inconsapevole. Solo nel 2011, quando mia moglie mi regalò la prima Reflex con due obiettivi ho realmente scoperto questa passione che negli anni è divenuta molto di più che un hobby.

AVB: Dici che la fotografia è diventata per te più che un hobby, cosa rappresenta allora esattamente per te?

AR: La fotografia è quella forma espressivo-comunicativa che mette in relazione tre entità: soggetto, fotografo, fruitore. Trovo sia essenzialmente legata allo scopo cui è destinata, questo vale dalla fotografia di matrimonio, all’advertising fino ad arrivare alla fine-art. Questo pensiero mi porta alla considerazione che per la mia fotografia è fondamentale la ricerca continua. Se non ci fosse un’evoluzione del linguaggio, non ci sarebbe percorso. No rinnego il mio passato, lo considero propedeutico per il presente. In fotografia, oggi giorno, è stato già realizzato tutto, quello che rimane innovativo è il contenuto e l’abbinamento contenuto-stile, che può determinare come risultato l’originalità, che si ottiene solo con ricerca, sperimentazione e tanto studio.

AVB: Da quali grandi autori della fotografia o del mondo della pittura hai tratto ispirazione per realizzare i tuoi lavori fotografici?

AR: Per i fotografi, mi ispiro essenzialmente a Erwitt Eliot, Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Giovanni Chiaromonte, solo per citarne alcuni. In campo artistico dal famoso quadro rianascimentale “La città ideale”, Edward Hopper, Edgar Degas, Ernst Paul Klee, Grant Wood, Joan Mirò, Giorgio De Chirico e molti altri.

AVB: La fotografia che prediligi è essenzialmente quella di architettura. Come sovente accade però, immaginiamo sia stato l’approdo finale maturato dopo un percorso di ricerca stilistico ed artistico più lungo ed articolato, puoi raccontarcelo?

AR: Tranne la fotografia Macro e Naturalistica fotografo di tutto. Come spesso mi fanno notare però, nelle mie composizioni di street photography, di reportage, sport, food, c’è sempre una forte connotazione geometrica che è del tutto spontanea e istintiva. Sono più un riproduttore che un creativo, forse questo è dettato anche dal percorso di studi, così come l’amore per le geometrie, che percepisco e scompongo in maniera quasi automatica. Qualcuno lo definisce occhio, altri impropriamente talento per me semplice attitudine.

Ho iniziato sin da subito a fotografare paesaggi urbani, palazzi antichi e moderni, ma agli inizi ho lavorato molto sulla luce, il ritratto e solo successivamente mi sono concentrato sulla singola costruzione. Sin dai primi scatti ho ricevuto importanti suggerimenti e riconoscimenti, sino al punto che un grande fotografo e amico un giorno mi disse “sei portato per l’architettura”. Dopo vari tentativi fatti per dissuaderlo, cercando di convincerlo che mi piaceva anche altro mi disse “sul resto devi ancora lavorare, per l’architettura, quella ce l’hai nel sangue e si vede” era il 2014 fotografavo da tre anni. Quel fotografo è Graziano Perotti che considero ancora mio Maestro e amico.

AVB: Cosa ti attrae invece degli altri generi fotografici che hai praticato nel tuo percorso artistico e di ricerca, che differenze di approccio e finalità trovi vi siano con la fotografia d’architettura? Da ultimo, quale e perché riesce a soddisfare di più la tua anima?

AR: Nella fotografia architettonica scelgo intenzionalmente di non inserire la figura umana, gli altri generi completano questa assenza anche se il mio approccio compositivo ad essi è sempre di tipo geometrico. Per me fotografare è raccontare ciò che vedo e di conseguenza il mio appagamento risiede nella riuscita di questo mio intendimento.

AVB: Ammirando alcuni tuoi lavori, mi sono venute spesso in mente le fotografie di un autore che amo particolarmente, Matteo Cirenei. Una sua citazione, più di altre «L’astrazione? Mi ha spesso aiutato a trovare un equilibrio», mi ha riportato allo stile che ho intravisto in alcuni dei tuoi lavori. Dove la ricerca di una lettura diversa dell’elemento architettonico, del tutto personale e caratterizzante del tuo modo di vedere e percepire le cose, si riesce a toccare con mano.

AR: Ringrazio, innanzitutto, per il richiamo ad un grande autore italiano. Sino a questa intervista non ci siamo mai parlati e mi sorprende la profondità della tua lettura sulle mie foto. Sì hai ragione, è diversa. La mia ricerca mi porta a sviscerare un’architettura cercando di leggere il pensiero dell’architetto che l’ha progettata. Riprendendo quanto detto prima sulle tre entità, nella fotografia d’architettura per me i soggetti veri e propri sono l’architetto e il suo pensiero.

Nulla è costruito e  posizionato a caso: colori, materiali, forme, particolari, punti di vista, illuminazione, geometrie. Tutti elementi parte di scelte ponderate, studiate e progettate dall’architetto, legate senza dubbio al suo retaggio culturale, al periodo storico, al suo stile. Individuare questi legami, queste “firme” è ciò che cerco quando fotografo. Questo diviene facile fotografando Archistar come ad esempio Calatrava, diviene una ricerca più complessa ma più entusiasmante con architetti meno noti.

L’equilibrio a mio avviso è un fattore totalmente soggettivo, uno spazio è in grado di metterti a tuo agio, l’architetto che lo ha pensato lo ha fatto analizzando il modo in cui la luce gira, in cui i pieni e i vuoti si rapportano con le persone, ma l’equilibrio di cui parlo io è totalmente soggettivo. Deriva da una lettura delle forme e degli spazi attraverso la luce. È una cosa che si può ricreare con la fotografia, riportandola ad una dimensione che se vuoi non è altro che l’antitesi della fotografia documentaria.

AVB: L’equilibrio quindi, secondo te, è raggiungibile a occhio nudo, o solo attraverso la fotografia? Come si è evoluto il tuo concetto di equilibrio, negli anni?

AR: L’equilibrio si può raggiungere anche ad occhio nudo, ma dura qualche istante, quello raggiunto in una fotografia dura per sempre. Trovare l’equilibrio o meglio la sua concezione richiede esercizio, come per il pianista sono indispensabili i solfeggi e le scale, nella fotografia è indispensabile scattare, esercitarsi. Con il passare del tempo e l’esperienza si creano degli automatismi che ti permettono di creare equilibrio con il contrasto, con il disequilibrio stesso, con l’imperfezione, con il colore, con la luce piuttosto che con i volumi.

AVB:  Veniamo ora alla fotografia che ti ha, diciamo così, catapultato in una nuova dimensione, “Industrial geometries”, vincitrice del Sony Award e IPA 2015. Come è nato questo scatto, ne hai capito subito il reale potenziale o sei rimasto sorpreso dal suo incredibile successo? Come cambia la parabola di un fotografo dopo un evento del genere? Cosa scatta dentro di lui?

AR: Quella fotografia oramai la chiamo in due modi “la mia ragazza afgana” o semplicemente “la giallina”. Era il primo novembre del 2014 e stavo andando a trovare dei parenti. Passando in prossimità del capannone mi colpi il taglio di luce. Sovente mi capita di percorrere quella strada ma sempre a orari diversi da quello in cui la percorrevo quel giorno, erano le 11.00. Fermai la macchina e scesi, giro sempre “armato”, in mezzora fotografai quella costruzione.

La sensazione di aver realizzato un bel lavoro lo ebbi già durante i “click”. Andrea Rossato

Per giunta in quel periodo stavo sperimentando il “giallino” come impostazione di macchina e non avevo ancora mostrato alcun lavoro fatto con quello stile. Il mese successivo feci la post e l’editing della serie. Quello era il periodo finale per partecipare al Sony 2015 e decisi di mandare 3 foto delle 15 realizzate in quella mezzora, tra cui quella, “la mia ragazza afgana”. Non era il mio primo riconoscimento internazionale e non è stato neanche l’ultimo, sicuramente quello che mi ha dato maggior visibilità.

Da quel momento da tutti sono stato visto come fotografo d’architettura. Dentro di me non è scattato molto. Gioia sicuramente ma come i calciatori che vincono uno scudetto e si mettono subito dopo a preparare la stagione successiva, dopo ogni successo mi rimbocco le maniche e continuo nella ricerca, nello studio e nella sperimentazione.

AVB: Nell’ambito del rilievo architettonico, lo studio del dettaglio riveste una notevole importanza in quanto esso è parte costitutiva dell’insieme e concorre in modo significativo alla determinazione del carattere dell’edificio. In alcuni casi, laddove il manufatto presenti notevole complessità di forme, il rilievo di insieme non può restituire le specificità del dettaglio, che riveste invece grande importanza in quanto le diverse modanature e l’articolazione del profilo sono espressione di precise scelte linguistiche. In tal caso il rilievo di dettaglio provvede a restituire dei particolari accorgimenti che in molti casi concorrono in modo determinante a definire l’ambito linguistico del manufatto. La tua fotografia si concentra molto sullo studio e sulla rappresentazione del dettaglio architettonico. Quanto pensi sia importante la rappresentazione del dettaglio rispetto alla riproposizione fedele dell’intero edificio e del suo carattere architettonico?

AR: Sin dai miei primi scatti mi sono sempre concentrato non sullo scatto singolo, ma sullo sviluppo di un progetto più articolato, di un portfolio, di una narrazione per somma di immagini. Di conseguenza le mie foto dei particolari sono quasi sempre legate anche a visioni d’insieme, perché di queste narrazioni è costituito il lavoro dell’architetto. Anche il formato gioca un ruolo rilevante. Per ogni serie scatto sia in orizzontale che in verticale, a volte anche la stessa inquadratura e in taluni casi compongo già per un eventuale crop in formato quadrato, in modo da poter essere sempre pronto a soddisfare più scopi finali.

AVB: La fotografia d’architettura è fortemente legata all’architettura stessa e a tutte le sue regole. Hai già ampiamente detto che ritieni fondamentale per chi la pratica approfondire il suo studio e quello della storia degli elementi architettonici che ci si appresta a riprodurre fotograficamente. Perché?

AR: Perché studiare, documentarsi e pianificare è fondamentale per approcciare bene il soggetto. In taluni casi non si può fare in forma preventiva ma quel punto si lavora di esperienza. Ritengo che non sia mai abbastanza lo studio, ma non solo della storia dell’architettura, ma anche della storia, della geografia, degli aspetti sociali di un dato luogo.

AVB: Di quali strumenti ti avvali, tipo di macchina fotografica, obiettivi, post produzione?

AR: Reflex con obiettivi standard lunghezze focali principalmente dal 24 al 35mm, Istantanee, Photoshop ma gran parte del mio lavoro di post produzione si conclude con 2 min di lavoro in Camera Raw. Cerco sempre di ottenere in scatto quanto più possibile un risultato vicino al lavoro finale. Molti non ci credono, il cavalletto lo uso esclusivamente in casi rarissimi o in notturne. Mi annoio facilmente in fase post produzione, diverso è per la fase di di editing.

AVB: Hai nel breve periodo dei progetti fotografici di cui ti stai occupando o che vorresti mettere a punto?

AR: Certo che si, ho iniziato uno studio approfondito su un architetto friulano del passato che ha lasciato significativi segni in tutta la città di Udine e provincia, l’idea è quella di sviluppare una ricerca iconografica delle sue opere.

AVB: Per finire, si percepisce nel tuo lavoro e nelle tue parole molta passione per ciò che fai, cosa ti sentiresti di suggerire a coloro che inesperti vogliano approcciare la fotografia? Cosa ti ha insegnato la tua esperienza?

AR: Umiltà, studio, rigore, dedizione, applicazione e tanta ma tanta pazienza sono le caratteristiche per riuscire in questo campo. Non demoralizzarsi mai dopo gli insuccessi, ogni successo nasce da qualche insuccesso. Siate curiosi, siate affamati di immagini e di sapere. Non fermatevi mai solo nella vostra comfort-zone, esplorate sempre il nuovo. Quando vedete la foto di un grande Maestro, come di un dilettante che vi piace, ponetevi le domande, non cercate di duplicare la tecnica, il messaggio, prendete spunto ma pensate sempre con la vostra testa e guardate con i vostri occhi. Personalizzate sempre sino a che raggiungerete uno stile personale e identificabile. Uno dei più bei complimenti che un fotografo può ricevere è “ho visto la foto è ho riconosciuto il tuo stile”. Quello che vi ho raccontato è un sunto di quanto ho appreso in questi anni.

AVB: Andrea, desidero ringraziarti perché oltre al piacere di avere ospite un’autore che ammiro molto, ho avuto modo di conoscere meglio un modo di lavorare che apprezzo tanto e di aprire gli occhi su molti dei passaggi toccati. E’ stata davvero stimolante al punto che sto per uscire a fotografare. Grazie! Grazie anche per la disponibilità, per la franchezza e per tutte le emozioni che ci hai saputo regalare.

AR: Grazie a voi, per avermi dato l’opportunità di raccontarmi, la condivisione è per me fondamentale quanto lo studio. Un saluto a tutti gli amici di ArteVitae. 

Riferimenti dell’autore

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[Ndr]: Tutte le immagini contenute in questo articolo sono coperte dal diritto d’autore e sono state gentilmente concesse da Andrea Rossato © ad ArteVitae per la realizzazione di quest’articolo.


Note biografiche sull’Autore

Gigi, salentino di nascita e romano d’adozione, intraprende il percorso di laurea in Economia Bancaria e successivamente abbraccia la carriera militare. Alterna la passione per l’economia e la letteratura, ereditata dal nonno, a quella per la fotografia che coltiva da tempo, applicandosi in diversi generi fotografici, prima di approdare alla fotografia di architettura e minimalismo urbano in cui trova espressione la sua vena creativa. 

Dotato di personalità votata alla concretezza e con uno spiccato orientamento alla cultura del fare,  Gigi intuisce le potenzialità aggreganti della fotografia unite alla possibilità di condivisione offerte dal Social e fonda il Gruppo ArchiMinimal Photography attraverso il quale riesce a catalizzare l’attenzione di tanti utenti italiani e stranieri attorno ad progetto di più ampio respiro che aggrega una nutrita comunità attiva di foto-amatori. Impegnato nella promozione e nella divulgazione della cultura fotografica, crea il magazine ArteVitae, progetto editoriale derivato dal successo della community social, per il quale scrive monografie ed approfondimenti sugli autori fotografici e cura la rubrica Digressioni sulla Fotografia, ricercando nel panorama fotografico contemporaneo,  personaggi e spunti di interesse di cui parlare. 

 

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