Digressioni sulla fotografia, a tu per tu con Franco Ferretti.

Per la rubrica Digressioni sulla fotografia, curata da Luigi Coluccia, in copertina oggi c’è Franco Ferretti. Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento dei nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Luigi Coluccia

Franco ha 64 anni, è nato e sempre vissuto in Romagna, precisamente a Conselice, in provincia di Ravenna. Un piccolo paese della Bassa Romagna ai confini tra Ferrara e Bologna, uno di quelli in cui puoi imbatterti in due case adiacenti che si trovano però in due provincie diverse. Dove oltre ai confini anche i dialetti si mescolano.

Forte è l’attaccamento alla sua terra, condizione che lo porterà nel tempo della maturità ad amare anche quelle lontane che visiterà. Forte il legame con la via, quella Garibaldi al civico 77, in cui è nato e cresciuto. Perché se non dimentichi mai le tue radici, riesci a rispettare anche quelle del paesi lontani.

“La mia strada è lì, coi suoi bar che nel tempo hanno cambiato nome, ma per tutti restano il “bar dei socialisti”, quello “dei comunisti” e il “bar del prete” che è all’ombra della chiesa; in quello difronte a casa mia, ora battezzato Bar Nuovo, ricordo che c’era un posto telefonico, di quelli col conta scatti.” –  dice Franco e continua – “Pochi allora avevano il telefono in casa e molti andavano lì per ricevere o fare telefonate.”

Dalla mia finestra potevo vedere Pino, il proprietario del bar, che affacciandosi alla porta, gridava: ”Franco, ti cercano al telefono”. Come mi manca quella voce!

Franco si diploma come perito elettronico e dopo diverse esperienze nel mondo dell’industria entra nella Pubblica Amministrazione locale. E’ in pensione da un anno.

Conosco Franco da molti anni, di lui ho sempre apprezzato la gentilezza, l’onestà intellettuale e la schiettezza, tratti tipici delle zone in cui è nato e cresciuto. Ho sempre amato il suo modo di far fotografia, perché rispecchia un po’ quel mondo ormai lontano in cui c’erano ancora il rispetto, la passione e l’amore per le cose che ci circondano.

AVB: Franco, anche se questa nostra amicizia è solo virtuale, nutro grande stima e rispetto per te e per il tuo modo di essere. Sono sempre stato affascinato dalle tue fotografie, immagini ricche di pathos, di sentimento, di contenuti. Immagini didascaliche che rimangono impresse nell’anima. Scontato quindi per me invitarti in questo spazio per parlare di te e della tua fotografia. Grazie quindi per aver accettato il mio invito a raccontarti. Vivo questo momento sempre come un grande onore, come un punto di vista privilegiato sulla vita, sulla fotografia e sulle emozioni dei miei ospiti.

FF: Grazie a te, a voi. Per me è un grande piacere essere qui. Spero solo di essere all’altezza delle vostre aspettative! 

AVB: Dalla professione agli interessi personali arrivando alle grandi passioni. Quanto hanno influito la tua formazione e professione nello sviluppo delle tue passioni artistiche?

FF: Mio padre è stato un professore di materie tecniche e laboratorio all’ITIS. Forse “respirare” in casa un certo clima ha influenzato anche la mia formazione, dapprima nel percorso di studi poi nel lavoro e contemporaneamente negli interessi. Ho anche una patente da radio amatore, sai quelli che passano le notti con le cuffie in testa o con uno stagnatore in mano per costruire o adattare marchingegni da interporre tra radio ricetrasmittente e computer. Poi è arrivato internet con la sua rete.

AVB: Come hai cominciato quindi? Da dove arriva questa passione? Quale è stato l’evento che ha scatenato in te la voglia di misurarti con la fotografia? Quando è successo?

FF: Ho cominciato a fare fotografie per gioco. Ricordo che avevo 11-12 anni quando mio padre mi portò con sé a vedere le prove libere di F1 a Imola. Mentre lui si divertiva a guardare e a fare foto alle auto che ci sfrecciavano davanti con la sua reflex, io mi annoiavo a morte. Fu così che per farmi stare tranquillo mi diede una Kodak con cui giocare.

Kodak

Alcuni giorni dopo sentii una conversazione tra i miei genitori. Parlavano delle foto fatte a Imola e mio padre diceva a mia madre che le mie erano di gran lunga più belle delle sue. Se grande fu il mio stupore nel vedere che le aveva fatte sviluppare ancor più grande fu la gioia nel sentire il suo apprezzamento.

È così che è nato tutto e da quel momento ogni occasione è stata buona per portare con me quella macchina fotografica, la macchina fotografica che mi aveva dato mio padre e che, naturalmente, ho ancora.

AVB: Meraviglioso questo racconto. 11 anni è l’età in cui ho perso il mio di padre. Non sai quanto mi sarebbe piaciuto avere un’aneddoto così da raccontare. Tornando a noi, dimmi, cosa rappresenta per te la fotografia?

FF: La fotografia è un modo per ricordare o per rivivere un momento, un’emozione ormai lontana nel tempo. C’è un detto che recita più o meno così: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Credo che la fotografia sia un modo molto eloquente di esprimere noi stessi che al contempo ci offre la possibilità di capire chi siamo. È un modo per entrare in contatto col nostro Io interiore attraverso la rappresentazione del mondo che ci circonda.

Durante i viaggi si ha occasione di vedere le bellezze del mondo, ma sono i volti delle persone incontrate a rimanerti dentro per sempre. Non sarebbe stata la stessa cosa senza loro. E tante volte la prima cosa che mi viene in mente di un luogo non è un’attrazione ma un viso.

 

AVB: La fotografia che prediligi è essenzialmente quella di reportage. Come sovente accade però, immagino sia stata l’approdo finale maturato dopo un percorso di ricerca stilistico ed artistico più lungo ed articolato, puoi raccontarcelo? Da ultimo, cosa ti attrae in questo genere?

FF: Credo di essermi avvicinato alla fotografia come molti altri prima di me, con le foto fatte durante le gite scolastiche: quando non c’era la privacy. Ricordo le classiche foto ricordo di famiglia o di vacanza in cui il soggetto principale era sempre l’uomo contestualizzato con l’ambiente circostante.

C’è stato poi un periodo in cui ero affascinato ed attratto dal mondo delle farfalle. Ne studiavo la vita, il comportamento, l’habitat per poi fotografarle. Trascorrevo ore sdraiato in un fosso ad aspettare che si posassero da qualche parte, alla ricerca di un bruco che costruiva il bozzolo o di una femmina che deponeva le uova.  Passavo ore e ore per riuscire ad ottenere ingrandimenti con rapporti anche di 10:1.

Usavo un tubo di cartone, quelli in cui venivano avvolte le stoffe, che si interponeva tra corpo macchina e obiettivo. Avete mai visto una farfalla uscire dal bozzolo mentre spiega le ali stropicciate e si prepara al suo primo volo? Uno spettacolo unico. La vita e l’uomo sono il vero spettacolo della natura e poterli raccontare è un privilegio che arricchisce.

AVB: Franco parliamo ora della tua fotografia. Nel reportage si riporta sempre e comunque una visione parziale, non in grado di raccontare la realtà che si ha davanti agli occhi ma solo di sezionarla e di riproporla in un quadro espressivo che attiene più ad una poetica individuale che non alla raffigurazione oggettiva degli eventi.

L’etica diventa quindi un valore primario, il sintomo di un atteggiamento teso a rispettare il reale senza giocare la facilissima carta della retorica che in genere nasconde solo un punto di vista. Come si riesce a gestire questa grande responsabilità, come ci si prepara a farlo? Come si evita di cadere nella trappola della banalità?

FF: Tu affermi che bisognerebbe rispettare la realtà. Già, ma mi vengono alla mente tutte quelle fotografie frutto dell’occasionalità e dell’evento fortuito, quelle offerte dalle scene inaspettate che si presentano girato l’angolo, all’improvviso.

La realtà, credo, si compone di due aspetti: uno è chiaramente oggettivo ed è dato per l’appunto dagli oggetti che la compongono e che rappresentano una costante che possiamo riprendere in tanti modi diversi dando libero sfogo alla nostra creatività, anche studiando i maestri della fotografia e i pittori;

L’altro aspetto è ovviamente soggettivo e viene determinato da come la scena ci si presenta davanti e da come influenza le nostre emozioni. Questi fattori inevitabilmente determineranno la scelta dell’inquadratura e l’istante dello scatto. Guardare film, leggere, documentarsi anche attraverso testimonianze di altri può aiutare a liberare la mente da pregiudizi che potrebbero condizionare l’espressività della fotografia.

AVB: Le tue fotografie regalano sempre emozioni forti. Lasciano spazio all’immaginazione e raccontano storie ricche di pathos. La cura compositiva rende all’occhio di chi la osserva una visione armoniosa che appaga l’occhio. Qual è dunque il lavoro che c’è dietro la tua fotografia, ovvero come ti prepari allo scatto: la ricerca dei soggetti, lo studio compositivo, l’esecuzione in macchina, la post produzione. Quanto incide ciascuna di queste fasi sul risultato finale?

FF: Mi trovo spesso in difficoltà su questo aspetto così affascinante: l’armonia del rigore e l’armonia del caos, un universo tutto da scoprire. A volte per esempio mi diverto a fare foto ai miei compaesani intenti nelle loro attività.

Anche se li conosco abbastanza bene prima di cominciare a fotografare passo un po’ di tempo ad osservarli, parlando con loro e sperando di riuscire a capire l’essenza del carattere abbinato al loro lavoro. Non è facile. Prima e durante un viaggio cerco di fare la stessa cosa.

Anche se i ritmi del viaggio rendono questo lavoro più difficile, cerco sempre di avere un approccio umano “discreto” con i soggetti delle mie fotografie prima di scattare. Non per niente sono sempre l’ultimo a raggiungere il gruppo e ad ogni viaggio mi perdo almeno una volta. 

La post produzione è, secondo me, una componente fondamentale della fotografia, indispensabile per valorizzarne il contenuto. Uso quasi esclusivamente Lightroom per raddrizzare le mie foto, proverbialmente sempre storte e per ottimizzare le foto nella gamma dinamica.

AVB: Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un saggio di Serge Tisseron sull’opera del fotografo documentarista Statunitense Eugene Smith, “A proposito di Eugene Smith: cos’è un’immagine emblematica?”, nel quale l’autore affermava che «L’immagine non è il riflesso del mondo, è il mezzo che l’uomo ha inventato per misurare la distanza che separa il mondo reale da quello delle sue rappresentazioni». Qual è il tuo pensiero in merito a quest’affermazione?

FF: Mi manca la lettura di questo saggio; in un certo qual modo mi ricorda Pirandello, credo che l’affermazione si riallacci a quanto dicevo poco sopra. All’interno di ogni immagine ci sono sempre tre aspetti: il mondo che si presenta, la nostra visione di quella parte di mondo, la visione di chi osserva l’immagine. La nostra visione e quella di un ipotetico spettatore non saranno mai uguali fra loro e non rimarranno immutate nel tempo.

Iran

AVB: Nella fotografia di reportage, più che in ogni altro genere fotografico, ad ogni immagine è legato sempre un aneddoto. Puoi raccontarcene un paio? Magari uno che più di altri ti ha particolarmente fatto riflettere ed un altro che invece ti ha regalato una forte emozione.

FF: Ero in Birmania, in un villaggio semi sperduto in mezzo al nulla e mi fermai ad osservare una donna che appoggiata alla staccionata fumava un sigaro. Mi sorprese vedere che raccoglieva la cenere in un guscio anziché lasciarla cadere sulla terra nuda mentre noi siamo abituati a buttare la cicca intera sull’asfalto.

Mi fermai a guardarla e cercai un modo per relazionarmi con lei. A modo suo mi chiese l’età. Fu significativo per me notare lo stupore nei suoi occhi quando capì che avevamo la stessa età, 60 anni. Lo rimarcò sfiorandomi la pelle del viso per farmi notare che era liscia al contrario della sua che invece era segnata dal vento e dal sole. Questo incontro mi fece riflettere molto, nascere da una parte del mondo anziché un’altra fa la differenza e non ci è data la possibilità di scelta. 

Un’emozione grande invece la provai in India. Mi trovavo su un sentiero percorso dalle donne che andavano ai pozzi, per l’approvvigionamento dell’acqua portando le brocche in equilibrio sulla testa con una eleganza unica. L’acqua è uno dei beni più preziosi in certe zone del mondo, in particolare durante la stagione secca. Lungo il sentiero mi fermai per fare una foto ad una famiglia. Mi ringraziarono tantissimo, orgogliosi del mio interesse. Al ritorno mi fermarono, mi fecero entrare nella loro capanna e, nonostante le mie resistenze, aprirono una bottiglia di acqua minerale per me, forse l’unica che avevano. Mi emozionai. 

AVB: Franco, di quali strumenti tecnici ti avvali per realizzare le tue fotografie, tipo di macchina fotografica, obiettivi, software di post produzione?

Ho diverse reflex che porto sempre con me in viaggio anche se per scaramanzia cerco di usarne solo una abbinata a tre obiettivi: un 50, un 24-70 ed un 70-200 millimetri. Devo dire che a volte sento la mancanza di una macchina digitale equivalente alla mia vecchia Minox 35GL.

AVB: Hai nel breve periodo dei progetti fotografici di cui ti stai occupando o che vorresti mettere a punto?

FF: Uno dei progetti di cui vado fiero è stata la realizzazione di un evento in collaborazione con altre 16 persone: fotografi, scrittori, attori e musicisti. Un evento che definirei quasi teatrale, incentrato sulla storia del nostro territorio e la nostra gente, dove la fotografia proiettata su un grande schermo è stata accompagnata da musiche, recitazione, letture di testi scritti ad hoc e poesie romagnole, tutto eseguito dal vivo; le stesse foto e altre ancora hanno dato vita successivamente ad una mostra con 275 stampe in vari formati di cui una era di m 10,5 di lunghezza.

Un altro invece, che sto portando avanti ormai da un anno e spero veda la luce per l’autunno prossimo, è un progetto incentrato sugli immigrati che si sono trasferiti nel nostro paese a partire dagli anni 40-50 fino ai nostri giorni. Diciamo che la fotografia è solo uno degli aspetti di questo progetto sviluppato in collaborazione con altri tre amici: una fotografa, un professore di arte e una attrice scrittrice.

AVB: Per finire, si percepisce nel tuo lavoro e nelle tue parole molta passione per ciò che fai, cosa ti sentiresti di suggerire a coloro che inesperti vogliano approcciare la fotografia? Cosa ti ha insegnato la tua esperienza?

FF: Farò parte di un gruppo composto da professori, psicologi e fotografi che terrà un breve corso ai ragazzi delle seconde delle scuole medie del nostro comprensorio. Il tema è “Guardare e vedere le differenze”. Penso che dirò loro, come dico sempre del resto durante i miei corsi, che se la fotografia li attrae devono sperimentarla.

Non ci sono ricette o formule da applicare per fare fotografie. Ci sono delle regole che se applicate possono aiutarci a trasmettere il messaggio che vogliamo esprimere con la nostra fotografia. Si dice che la fotografia digitale non costa nulla, si dice, ma evitiamo di scattare migliaia di fotografie inutili che finiremo col non guardare.

Scattiamo poco ma “pensando”. I risultati sono garantiti. Sicuramente la passione, la pratica e la conoscenza della tecnica aiutano molto. Ritengo infine che lo strumento abbia una importanza relativa e che, per alcuni generi di fotografia, anche un telefono possa andare bene per iniziare.

AVB: Franco, ti saluto strappandoti la promessa di risentirci una volta ultimato il tuo interessante progetto fotografico sociale. E’ stato davvero un bel viaggio quello che ci hai fatto fare Franco. Davvero bello il tuo modo di vedere le cose, semplice, vero. Mai artefatto e roboante, il messaggio che lanci con le tue immagini sa arrivare dritto al cuore. Come amo ripetere spesso, dietro ogni fotografia c’è una storia, ed è quella che mi affascina più della fotografia stessa. Grazie per averci raccontato la tua con generosità, disponibilità e sincerità.

FF: Grazie a voi, davvero. Un saluto a tutti gli amici di ArteVitae. 

Photogallery Franco Ferretti


[Ndr] : Tutte le immagini contenute in questo articolo sono coperte dal diritto d’autore e sono state gentilmente concesse Franco Ferretti © ad ArteVitae per la realizzazione di quest’articolo.


Note biografiche sull’Autore

Gigi, salentino di nascita e romano d’adozione, intraprende il percorso di laurea in Economia Bancaria e successivamente abbraccia la carriera militare. Alterna la passione per l’economia e la letteratura, ereditata dal nonno, a quella per la fotografia che coltiva da tempo, applicandosi in diversi generi fotografici, prima di approdare alla fotografia di architettura e minimalismo urbano in cui trova espressione la sua vena creativa. Dotato di personalità votata alla concretezza e con uno spiccato orientamento alla cultura del fare,  Gigi intuisce le potenzialità aggreganti della fotografia unite alla possibilità di condivisione offerte dal Social e fonda il Gruppo ArchiMinimal Photography attraverso il quale riesce a catalizzare l’attenzione di tanti utenti italiani e stranieri attorno ad progetto di più ampio respiro che aggrega una nutrita comunità attiva di foto-amatori. Impegnato nella promozione e nella divulgazione della cultura fotografica, crea il magazine ArteVitae, progetto editoriale derivato dal successo della community social, per il quale scrive monografie ed approfondimenti sugli autori fotografici e cura la rubrica Digressioni sulla Fotografia, ricercando nel panorama fotografico contemporaneo,  personaggi e spunti di interesse di cui parlare. 

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