Digressioni sulla fotografia, l’architettura a colori di Daniela Berutti.

Per la rubrica Digressioni sulla fotografia, curata da Luigi Coluccia, in copertina oggi c’è Daniela Berutti. Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento dei nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Luigi Coluccia

Daniela nasce a Torino nel 1964, città in cui ha sempre vissuto. Sua mamma dipingeva, si distingueva nel genere paesaggista e così, fin da bambina, frequenta mostre di pittura, gallerie d’arte e trascorre moltissimo del suo tempo in negozi specializzati in tele e colori a olio ascoltando i discorsi degli adulti.

Nonostante le esortazioni della mamma che la spingeva alla pratica realistica, Daniela non sembra interessata. Ma è frequentando quegli affascinanti ambienti, intrisi di arte, che scopre l’astrattismo, da cui rimane subito conquistata. Kandinsky su tutti, ma anche Klee, Mondrian, Pollock.

… in quelle opere la mia mente poteva immergersi, spaziare e perdersi… – DB

Ama il disegno e la grafica ma, per quell’indirizzo pratico che la maggior parte delle famiglie tendeva a dare ai propri figli a quei tempi, anziché al liceo artistico si iscrive all’Istituto Tecnico Commerciale, indirizzo ragioneria.

…. Quell’indirizzo ha tracciato la mia formazione professionale e così da sempre mi occupo di contabilità in azienda. – DB

Per molti anni il suo bisogno di arte, da sempre così essenziale, si è concretizzato solo di riflesso, attraverso la passione per il cinema e la lettura. Mentre la fotografia era solamente un mezzo per registrare, in maniera totalmente inconsapevole, gli eventi in famiglia e tra amici.

LC: Daniela, quando invece hai cominciato a fotografare in maniera più consapevole? Quale è stato l’evento che ha scatenato in te la voglia di misurarti con la fotografia?

DB: Alla fine del 2011 ho fatto un viaggio in Australia e, al cospetto di paesaggi immensi e fantastiche metropoli, per la prima volta mi sono resa conto che con la fotografia avrei potuto non solo documentare ma anche interpretare e rappresentare la mia visione di un luogo. Così l’estate successiva mi sono regalata la mia prima reflex, una entry level digitale della Nikon. Avevo solo vaghissime nozioni tecniche, ragione per la quale mi sono iscritta a un corso di fotografia base in cui sostanzialmente ho imparato a “domare” lo strumento che avevo tra le mani. 

LC: Hai mai riflettuto su cosa rappresenti davvero per te la fotografia?  

DB: Per me la fotografia è una sorta di riconquista dell’arte perduta. E’ il mezzo con cui posso raccontare il mio modo di vedere il mondo, anche quello più prossimo a noi, come quello che prende vita ogni giorno sotto casa. Talvolta invece diventa il modo di evadere dalla realtà. Amo molto osservare ciò che mi circonda alla continua ricerca di geometrie, volumi e di equilibrio e con la fotografia posso fermare e conservare queste mie visioni. Per concludere, è una passione che mi fa stare bene e che mi sta ricompensando con molte gratificazioni personali.

LC: La fotografia che prediligi è essenzialmente quella di architettura urbana e minimalista. Come sovente accade però, immagino questo sia stato l’approdo finale maturato dopo un percorso di ricerca stilistica ed artistica più lungo ed articolato, puoi raccontarcelo?

DB: Dopo il corso base ho iniziato a sperimentare vari generi: paesaggio, naturalistica, macro, architettura. Ma, dopo l’iniziale entusiasmo, tutto scemava in una sorta di insoddisfazione perenne, non riuscivo a perseguire un progetto. Avevo tanti buoni propositi che alla fine generavano in me solo una gran confusione! Credo di poter affermare senza ombra di dubbio, che la svolta determinante per me e la mia fotografia, sia arrivata nel 2015, in occasione di Expo2015. E’ lì che ho capito senza alcun dubbio cosa davvero desideravo fotografare: architettura contemporanea!

Nella fotografia di architettura Daniela ritrova il fascino dell’ordine, dell’equilibrio, della precisione, ma anche la possibilità di interpretare ciò che si ha di fronte. Un’architettura può catturare e fare viaggiare la creatività ben oltre i materiali costruttivi con cui è stata realizzata, può farti sognare. Passando in rassega i lavori fotografici di Daniela, sono rimasto colpito da quello dedicato alla Stazione Mediopadana di Reggio Emilia, un progetto volto ad indagare gli stimoli creativi che l’architettura contemporanea può regalare.

LC: Daniela, come nasce l’idea di questo progetto fotografico?

DB: Nasce da un workshop sulla progettualità in fotografia dal titolo “IO progetto me”. Fino a quel momento trovavo difficile ragionare in termini di progetto con le mie fotografie sparse, così ho deciso di iscrivermi a quella giornata teorica. Al termine della lezione è stato dato a tutti i partecipanti il compito di produrre una storia scritta e coerente con una serie di massimo 10 fotografie.

Avevamo un mese di tempo e naturalmente era vietato attingere dall’archivio. Pensavo sarebbe stato impossibile con le mie foto di architettura tirar fuori qualcosa di compiuto e presentabile. Ma poi sono stata alla Mediopadana di Reggio Emilia, non per il progetto ma perché da tempo volevo visitare quel luogo e sono rimasta incantata, quelle linee bianche morbide e bellissime mi hanno catturata e mi hanno regalato un piccolo sogno. Così è nato il mio progetto “La Stazione”, che ha ricevuto un premio come miglior progetto fra i dieci presentati.    

Ogni grande stazione ferroviaria rappresenta in sé stessa il “viaggiare”. Ma ci sono stazioni che, più di altre, sono in grado di trasportarci in luoghi lontani. Basta lasciarsi condurre. E così potremmo incontrare deserti di sabbia bianca, montagne innevate, grandi navi pronte a salpare, scheletri di animali preistorici. Anche se, in realtà, siamo ancora qui, fermi, in una stazione in campagna. – DB

Pietro Zennaro, architetto che ha impreziosito la sua formazione anche con lo studio della filosofia, a proposito del valore del colore in architettura, afferma che quest’ultimo rappresenta le superfici, le configura e le condiziona. Non vi è forma che eviti di essere interessata dal condizionamento cromatico, con buona pace dell’idea che l’architettura dovrebbe essere in prevalenza un’organizzazione di volumi. Nella fotografia di Daniela ritrovo quella capacità di porre in relazione la fotografia d’architettura e minimalista con il colore, che da semplice attributo diventa protagonista, un valore aggiunto che esalta l’elemento architettonico nel contesto urbano in cui si integra.

LC: Daniela, come spiegheresti la tua scelta di realizzare essenzialmente una fotografia a colori, quasi in controtendenza alla moda del momento? 

DB: Penso che il colore sia fondamentale per rendere più accattivante la fotografia di architettura. Il bianco e nero può certamente esaltare i suoi volumi, le sue forme, senza distrarre, mettere meglio in risalto tutte quelle geometrie create dalle luci contrapposte alle ombre, apparire più documentaristico, ma il colore ha il potere di rendere tutto più luminoso, restituendo al fruitore dell’immagine, come emozione trasmessa, quella della felicità. Mi piace inoltre pensare, di poter trasmettere con la mia fotografia la bellezza e la leggerezza del mondo, astraendo il bello dal contesto generale, dando così il mio piccolo contributo a rendere il mondo un posto più bello, regalandomi al contempo il grande piacere della percezione dell’estetica dell’architettura.

Il colore dedrammatizza, il bianco e nero è più carico di sensi, diceva Jean Baudrillard, filosofo e sociologo francese. Mi sono chiesto e ho chiesto a Daniela se questa affermazione potesse spiegare almeno in parte la sua predilezione per la fotografia a colori a discapito di quella in bianco e nero e quale fosse invece la sua percezione interiore ed istintiva, aldilà della differenza oggettiva esistente fra le due scelte stilistiche.

E’ vero, il colore dedrammatizza – dice Daniela Berutti – ma non penso per questo che renda un’immagine meno carica di sensi. Il colore può trasmettere gioia ma anche grande tristezza, dipende dalle intenzioni del fotografo, da come realizza e determina le cromie, linguaggio del tutto personale ed intimo.  Il mio carattere, il mio modo di essere, mi porta sempre a cercare di fotografare il bello piuttosto che il degrado. Anche se mi trovo in una zona di decadenti palazzi popolari oppure in un’area industriale, ciò che mi verrà naturale e spontaneo sarà cercare e documentare il bello che inevitabilmente è presente in quel contesto. Certamente poi ci sono situazioni in cui la conversione in bianco e nero aiuta ad esaltare forme astratte o architetture complesse, ma al momento prediligo esprimermi a colori.

Una particolarità della fotografia di Daniela, che ne è anche la cifra stilistica, è la scelta di realizzarla attraverso l’uso dei colori tenui. Ho avuto modo di conoscerla meglio in queste settimane, perché un’intervista ArteVitae è un lavoro complesso che si realizza in due e mi sono intimamente convinto che questa sua scelta derivi dalla volontà di ricercare il bello in ciò che la circonda, anelando ad un mondo perfetto, che ci viene proposto con i colori di una favola, quello che probabilmente lei cerca ancora, senza sosta, nei suoi sogni.

Un mondo colorato, sobrio, elegante, essenziale, un mondo che rispecchia la sua anima bella. Non ho mai nascosto a Daniela la mia ammirazione per il suo lavoro fotografico, per il suo approccio stilistico sempre elegante e caratterizzato da questo riuscito tentativo di ripulire l’architettura da ogni traccia contestuale ed eccesso di forma. Credo che tutto questo si sposi con il suo modo di essere, essenzialmente sobrio, privo di eccesso, elegante e schivo.

E’ molto bello quello che dici e ti ringrazio! – DB

LC: Da quali grandi autori della fotografia o del mondo della pittura hai tratto ispirazione per realizzare i tuoi lavori fotografici?

DB: Franco Fontana è il mio idolo assoluto, nutro una profonda ammirazione per tutti i suoi lavori, per l’eccentricità del suo pensiero fotografico, considerata l’epoca in cui si è sviluppato e sono sempre stata affascinata dal suo modo di rappresentare i colori e dalle prospettive che ci ha lasciato in eredità. Aggiungerei poi Gabriele Basilico, con le sue magnifiche rappresentazioni dei luoghi. Paesaggi urbani o industriali che hanno sempre il potere di trasmettermi grande serenità, calma e addirittura, potrei dire dolcezza. Il tutto con un approccio che non ha nulla a che vedere con la tristezza o con la drammaticità e la denuncia, ma solo con lo scopo di rappresentare la realtà, per fermare un’instante in un luogo ben determinato.

L’idea che mi sono fatto osservando la produzione fotografica di Daniela, mi ha riportato a quel concetto legato al “silenzio” dell’architettura, a me tanto caro. Mi riferisco a quel lavoro di sottrazione che ha il compito di eliminare il disturbo visivo che contraddistingue le moderne giungle urbane a vantaggio dell’esaltazione dell’elemento architettonico, del suo carattere, della sua vera essenza.

LC: Ansel Adams ha sempre sostenuto che nelle nostre fotografie mettiamo tutte le immagini che abbiamo visto, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo sentito, e le persone che abbiamo amato, insomma noi stessi, ti ritrovi in questa affermazione?

DB: La fotografia è una forma d’arte e come tale nasce da ciò che siamo, dal nostro vissuto, dalle esperienze personali e talvolta anche da ciò che più desideriamo. Rimango sempre piacevolmente stupita ogni volta che sento “leggere” le mie fotografie e nel ritratto della mia personalità che si delinea trovo proprio me stessa, quella che non saprei assolutamente raccontare a parole ma che evidentemente viene fuori ogni volta che d’istinto includo o escludo qualcosa dal mio scatto. 

LC: Anche la tua fotografia si concentra molto sullo studio e sulla rappresentazione del dettaglio architettonico. Quanto pensi sia importante la rappresentazione del dettaglio rispetto alla riproposizione fedele dell’intero edificio e del suo carattere architettonico?

DB: Penso siano due modi distinti di “onorare” l’architettura. Con la riproposizione fedele dell’intero edificio, si rende omaggio all’architetto e alla sua opera, si documenta una realtà, si contestualizza un luogo nel suo tempo. Si dà modo a chi osserva, di conoscere la verità, da un punto di vista architettonico, su una certa struttura o un certo luogo.  Con la ricerca del dettaglio, invece, si tende a dare una personale interpretazione dell’architettura, si va oltre l’apparenza, oltre la realtà, per ricercare ciò che ci emoziona, ci sorprende, ci fa sorridere e in alcuni casi arriva a farci sognare. Si può semplicemente isolare un gruppo di finestre così da farle apparire più belle e armoniose, oppure arrivare a trovare qualcosa che in quel luogo non esiste davvero ma che i tuoi occhi riescono a vedere e i tuoi sensi a percepire e quando capita è emozione pura!

LC: La fotografia d’architettura è fortemente legata agli elementi architettonici ed ai principi di design e progettazione con i quali sono stati costruiti. Ritieni sia importante per chi la pratica studiare l’architettura e la storia dei soggetti architettonici che ci si appresta a riprodurre fotograficamente?

DB: Come ti dicevo, la mia formazione scolastica è tutt’altro che inerente l’architettura, quindi si, per me è stato necessario approfondire le regole per una corretta rappresentazione fotografica, curare molto la post-produzione e, come naturale conseguenza, iniziare a conoscere i lavori degli architetti contemporanei. E in tutto questo sono assolutamente all’inizio, ogni giorno mi capita di apprendere nuove cose. Come già era accaduto con la pittura, apprezzo certamente tutta l’architettura classica ma le vere emozioni mi arrivano solo con quella contemporanea.

LC: Ami molto viaggiare, inevitabilmente questo stimola in te una visione molto ampia. A quale tipo di architettura ti senti più vicina ed affine rispetto alle tante che hai avuto modo di vedere e ammirare? Quali sensazioni riporti a casa dopo un viaggio e cosa invece lasci di te ai luoghi che in quei viaggi incontri?

DB: Amo molto viaggiare ma, purtroppo, i viaggi non sono così frequenti. In passato ho visitato grandi città come NY, Boston, Sidney, ancora non fotografavo ma è ancora vivissima in me l’emozione provata nell’essere lì, di fronte a quelle architetture così imponenti. I miei amici e compagni delle scuole superiori sanno bene che i miei quaderni di ragioneria e diritto erano totalmente ricoperti dai miei disegnini di grattacieli di NY! Oggi, mentre sogno Chicago o la Défence di Parigi, appena posso scappo a Milano, che ogni volta mi regala nuovi stimoli visivi e concettuali.

Nei lavori di Daniela ritrovo anche quelle caratteristiche che inevitabilmente conducono il mio pensiero al minimalismo. In uno storico articolo pubblicato qualche tempo fa sul nostro magazine, l’amica Annalisa Albuzzi, affermata ed amata autrice fotografica, affrontava il tema del minimalismo in fotografia:

Le peculiarità attorno alle quali si è raccolta una quasi completa consonanza prevedono una drastica riduzione degli elementi che costituiscono l’immagine, l’utilizzo di campiture cromatiche distintive e di semplici geometrie, l’iterazione di elementi modulari, la ripresa di oggetti piccoli che occupano una minima area del fotogramma – epurato, il resto, da eventuali elementi di disturbo – o di dettagli evocativi, anch’essi colti nella loro essenzialità [….]. Minimalismo prêt-à-porter di Annalisa Albuzzi – ArteVitae 2016

 

LC: A questo punto la domanda è inevitabile, qual è il tuo rapporto con la fotografia minimalista?

DB: Con il minimalismo sento di poter esprimere appieno la mia creatività. Decontestualizzando un dettaglio, rendo il particolare solo mio, cerco di darne una visione unica ed irripetibile, una forma semplice di quell’arte astratta tanto amata.  Non vado mai veramente alla ricerca dello scatto minimal, semplicemente lascio che sia ciò che ho di fronte a catturarmi, a volte sono colpi di fulmine, altre volte occorre più di un semplice sguardo, occorre entrare in sintonia con il luogo e lasciarsi trasportare, ed è una sensazione bellissima.

LC: Di quali strumenti tecnici ti avvali, tipo di macchina fotografica, obiettivi e post produzione?

DB: Da circa un anno ho abbandonato la reflex a favore di una mirrorless Fujifilm XT20 con due obiettivi, 18/55 e 55/200. Per la post-produzione utilizzo Lightroom e Photoshop. Amo sentirmi libera di muovermi quindi, salvo rarissime occasioni, non utilizzo il cavalletto.

LC: Hai nel breve periodo dei progetti fotografici di cui ti stai occupando o che vorresti mettere a punto?

DB: Nell’ultimo anno ho lavorato ad un mio progetto sulle aree industriali e commerciali di Torino e provincia che ho intitolato Workplace. Il concept che intendo veicolare con questo lavoro è ricercabile nella volontà, di osservare questi luoghi accantonando, intenzionalmente, ogni rapporto con la loro origine e la loro destinazione al solo scopo di evidenziare forme, colore, armonia e bellezza. Un invito ad osservare ciò che ci circonda provando ad andare al di là delle apparenze o del luogo comune. Mi viene da sorridere ogni volta che racconto di questo mio progetto sulle zone industriali e tutti -ma proprio tutti- mi rispondono con questa affermazione: “…ah, quindi sono tutte foto in bianco e nero.”

Sei foto di questo lavoro sono state premiate a Torino alla XXII edizione di Donna Fotografa:

STORIE DI NON COMUNE ARCHITETTURA INDUSTRIALE

Viaggio attraverso le zone industriali di Torino alla ricerca di forme, armonia e colore. Osservazione dell’architettura accantonando, intenzionalmente, ogni rapporto con la loro origine e la loro destinazione, per scoprire così inattese possibilità interpretative. Un invito a vedere le cose al di là delle apparenze.

Mentre l’intero progetto, di cui sotto è riportata solo qualche fotografia, sarà in mostra dall’ 11 di ottobre per un mese nella sala mostre di un importante negozio di settore a Torino – Grande Marvin.

LC: Per finire, si percepisce nel tuo lavoro e nelle tue parole molta passione per ciò che fai, cosa ti sentiresti di suggerire a coloro che inesperti vogliano approcciare la fotografia? Cosa ti ha insegnato la tua esperienza?

DB: Come penso avrai avuto modo di percepire, sono una persona molto discreta e timida, mi risulta difficile quindi in questo momento sentirmi nella condizione di poter dare suggerimenti a qualcuno. Quello che posso dire, è che da quando ho smesso di scendere a compromessi ed ho iniziato a fotografare solo ciò che volevo e che mi dava gioia, anche se magari non piaceva a molti oppure veniva considerato banale, tutto è stato più facile e sono arrivate le mie più grandi soddisfazioni. Per cui, consiglierei assolutamente solo di provare a seguire il proprio istinto e le proprie idee senza compromessi. 

LC: Daniela, desidero ringraziarti per l’opportunità concessami di fare questo affascinante viaggio dentro la tua fotografia e per le emozioni che hai saputo suscitare in me in tutte le fasi di preparazione di questo lavoro che abbiamo condiviso e costruito insieme. E’ un pezzo di noi che rimarrà per sempre. E’ stata davvero stimolante questa chiacchierata, grazie anche per la disponibilità, per la franchezza e per tutte le emozioni che ci hai saputo regalare.

DB: Grazie a te Gigi per avermi dato l’opportunità di raccontarmi, dandomi la possibilità di soffermarmi su una ricerca rivolta alla parte di me più intima che da un lato mi ha arricchita e dall’altro mi ha permesso di mettere a fuoco dettagli di me stessa, che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. Un saluto a tutti gli amici di ArteVitae. 


[Ndr]: Tutte le immagini contenute in questo articolo sono coperte dal diritto d’autore e sono state gentilmente concesse da Daniela Berutti © ad ArteVitae per la realizzazione di quest’articolo.


Note biografiche sull’Autore

 Gigi, salentino di nascita e romano d’adozione, intraprende il percorso di laurea in Economia Bancaria e successivamente abbraccia la carriera militare. Alterna la passione per l’economia e la letteratura, ereditata dal nonno, a quella per la fotografia che coltiva da tempo, applicandosi in diversi generi fotografici, prima di approdare alla fotografia di architettura e minimalismo urbano in cui trova espressione la sua vena creativa. 

Dotato di personalità votata alla concretezza e con uno spiccato orientamento alla cultura del fare,  Gigi intuisce le potenzialità aggreganti della fotografia unite alla possibilità di condivisione offerte dal Social e fonda il Gruppo ArchiMinimal Photography attraverso il quale riesce a catalizzare l’attenzione di tanti utenti italiani e stranieri attorno ad progetto di più ampio respiro che aggrega una nutrita comunità attiva di foto-amatori. Impegnato nella promozione e nella divulgazione della cultura fotografica, crea il magazine ArteVitae, progetto editoriale derivato dal successo della community social, per il quale scrive monografie ed approfondimenti sugli autori fotografici e cura la rubrica Digressioni sulla Fotografia, ricercando nel panorama fotografico contemporaneo,  personaggi e spunti di interesse di cui parlare. 

 

 

 

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