Dal pezzo unico all’abito per tutti. La nuova era del prêt-à-porter.

Nuovo appuntamento con il Favoloso viaggio della Moda tra simbolo e Desiderio che oggi ci racconta un momento spartiacque nella storia del costume: l’avvento del prêt-à-porter, ovvero il passaggio dal capo su misura a quello realizzato in serie.

di Gabriella Maldini

Cindy Sherman, Armani 1983

Il passaggio dall’Alta Moda al prêt-à-porter fu una rivoluzione non solo sul piano del costume ma su quello sociale e culturale. La produzione in serie infatti, rese ciò che chiamiamo Moda accessibile a tutte le donne, cambiando per sempre il ruolo e il significato dell’abito. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non fu un passaggio netto e repentino ma avvenuto in tempi e modi sgranati nel tempo. Tutto ebbe inizio nel XIX secolo, quello della nascita del mondo moderno e della città moderna, con i suoi nuovi luoghi e i suoi nuovi riti. Ad esempio, l’andare a passeggio su quel nuovo spazio della modernità che è il marciapiedi per godere della nuova metropoli come di un immenso spettacolo, reso sempre più affascinante da edifici e architetture metafora di un sempre più aggressivo sguardo sul mondo: ponti, stazioni ferroviarie e della metropolitana, grandi alberghi e … i Grandi Magazzini. Una realtà rivoluzionaria non solo sul piano economico, dei consumi, ma su quello sociale e culturale, dei costumi sociali poiché per la prima volta offrirono alla massa e in particolar modo  alle donne il pretesto di uscire di casa da sole o con le amiche per immergersi in quel nuovissimo irresistibile rito laico che oggi si chiama Shopping.

La Rinascente

Mentre L’Atelier creava e custodiva abiti che erano pezzi unici realizzati interamente a mano, e dunque costosissimi e accessibili solo a una ristrettissima élite, i grandi magazzini compirono il passo rivoluzionario della produzione in serie. Nelle loro sartorie, i tagliatori dei tessuti, coordinati da una prima sarta, provvedevano all’assemblaggio dei capi che poi, per la restante lavorazione, venivano passati alle sarte che ne realizzavano a mano i vari dettagli: orli, colli, ricami, applicazioni…Il risultato erano capi d’abbigliamento a basso costo per la piccola e media borghesia.

Furono sempre i Grandi Magazzini ad introdurre l’idea della Fiera del bianco,  la formula dell’entrata libera e la possibilità di restituire la merce; e naturalmente nasce con loro la figura del commesso/a, il cui compito era guidare negli acquisti una clientela ancora inesperta. Clientela, ripetiamolo, quasi esclusivamente femminile, poiché il sistema capitalistico di produzione in serie aveva capito lo straordinario potenziale di questa fetta di mercato e aveva pensato i Grandi Magazzini proprio come ad un nuovo irresistibile Paradiso delle signore(per citare il celebre romanzo di Emile Zola).

E poiché la storia della Moda è innanzitutto una storia di donne, ecco che lo strumento più rivoluzionario del secolo fu la macchina da cucire. Una in particolare, la mitica Singer, nata nel 1851 (anno simbolo dell’esplosione della modernità, con la prima Esposizione Universale, a Londra, e la costruzione del leggendario Crystal Palace). Fu la macchina da cucire a cambiare la vita di milioni di donne, dando loro per la prima volta la possibilità di lavorare rimanendo a casa e quindi di guadagnare soldi finalmente svincolati dal controllo dell’uomo di casa, marito, padre o fratello. Il lungo e durissimo cammino delle donne verso l’indipendenza iniziò così, con una piccola (grande) macchina da cucire. Quindi, se da un lato il sistema dei consumi favoriva l’emancipazione femminile  solo per asservire anche la donna al mercato, dall’altro la produzione di massa di nuovi strumenti di lavoro come la macchina da cucire offrì a milioni di  donne una libertà e una possibilità di riscatto fino ad allora inimmaginabili.

Ma ogni cambiamento epocale ha un prezzo. Se l‘Alta Moda cercava la differenza ed era espressione della unicità, di una personalità forte, il nuovo prêt-à-porter  incarnerà la serialità e l’omologazione, divenendo spesso  il misero surrogato di un sempre più preoccupante vuoto di identità. Se prima, la musa del Couturier era la signora di mondo, la béte de mode, dopo, al nuovo uomo di marketing che sarà lo stilista, basterà una testimonial: attrice, cantante, o vip da reality.

 

L’Alta Moda era quanto di più antidemocratico si potesse immaginare, certo, ma portava bellezza, eleganza e stile veri. Senza parlare di quanto fece crescere e giungere ad altissimi livelli il grande artigianato. La sua era un aristocrazia non soltanto economica ma soprattutto estetica e culturale.  Mentre il successivo prêt-à-porter , nel suo voler essere per tutti,  svelerà un volto molto più pericoloso, perché aggressivo ed esclusivamente economico. Il suo vero obiettivo non saranno più né la bellezza né l’eleganza ma solo che nessuno possa più sfuggire al consumo.

 

 


Note biografiche sull’autrice

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo classico si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e romanzo e uno di sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ dovete di cinema e letteratura e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie, per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Nell’aprile dello scorso anno è uscito il suo primo libro, edito da CartaCanta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno.

Per ArteVitae scrive nella sezione Cinema e TV


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