Quadri di pietra, tra Firenze e Parigi

Marmi policromi e pietre dure: i segni della magnificenza dei regnanti in una meraviglia artistica tutta italiana tra il XVI e il XVIII secolo.

di Giusy Baffi

 

Piano di tavolo – Firenze – Opificio delle Pietre Dure – inizio XVII secolo. Donato a Mazzarino dal Duca di Bracciano. – Parigi Museo di Storia Naturale – ©

Furono i Medici, grandi mecenati e collezionisti e successivamente  i Lorena che, per stupire e mostrare agli altri  Stati la loro magnificenza, fecero realizzare  mobili impreziositi da pannelli di commessi di pietre dure: allo scopo vennero creati stipi, tavoli, consoles  sui cui piani si sviluppavano grandi composizioni decorative, delle vere e proprie “pitture di pietra”, degli autentici capolavori.

Simili arredi, per la loro bellezza,  per la rarità e preziosità dei materiali, per la ricchezza dei colori erano destinati a decorare gli appartamenti più nobili e ricchi rispondendo in pieno al desiderio di ostentazione e di fasto dei principi e degli alti personaggi di tutta l’Europa dell’epoca.

Stipo del Duca di Beaufort – Galleria dei lavori – Firenze – 1726-1732 ©
Dettaglio dello stipo del Duca di Beaufort – Galleria dei lavori – Firenze – 1726-1732 ©

 

 

Nel 1588  Ferdinando I de’ Medici istituì a Firenze  la  “Galleria dei Lavori” (che nel XIX secolo prese il nome di  “Opificio delle Pietre Dure”) l’esclusiva manifattura di Corte dedicata alla creazione di aulici arredi, in particolare la lavorazione delle pietre dure, primo caso in Europa di manifattura artistica al servizio di una dinastia regnante.

Nella seconda metà del XVI secolo e agli inizi del XVII i laboratori romani e fiorentini privilegiarono commessi a motivi geometrici ispirati all’Opus sectile antico,  ma, sotto l’influenza del gusto di Ferdinando I de’ Medici, questi motivi cedettero il posto a elementi decorativi figurativi, in particolare uccelli, fiori, frutta, che ben si prestavano a sontuosi effetti policromi.

“L’allegoria dell’aria” – Manifattura Galleria dei Lavori – Firenze 1765  Piano di tavolo in pietre dure su modello di Giuseppe Zocchi – Museo del Louvre – Parigi ©

Sotto Cosimo II de’ Medici,  tra il 1609 e il 1621 Jacopo Ligozzi, pittore di soggetti botanici e zoologici, fornì alla Galleria dei Lavori modelli naturalistici ed esotici come gli uccelli del paradiso e i pappagalli, gli stessi  che si potevano ammirare nelle voliere del giardino granducale di Boboli a Firenze.

Particolare di un piano di tavolo – Manifattura Galleria dei Lavori – Firenze primo quarto del XVII secolo.- Museo di Storia Naturale – Parigi ©

I soggetti naturalistici si susseguirono pressoché invariati per parecchi decenni. Nel 1732 iniziò a lavorare, prendendone poi  la direzione, l’orafo e incisore francese Louis Siries qualificato in Francia come “orfèvre du roi” (gioielliere del re). Ai motivi naturalisti si affiancarono anche soggetti di altro genere. La sua politica artistica, unita a quella del figlio e del nipote che gli succedettero alla guida della manifattura, mirò ad un’efficace collaborazione con i maggiori artisti attivi all’epoca in Firenze, le cui realizzazioni di creazioni in pietre dure furono spesso all’avanguardia del gusto decorativo europeo. Nel 1737, dopo la morte di Gian Gastone, l’ultimo dei Medici,  con l’arrivo  dei nuovi Granduchi Asburgo-Lorena e sotto la guida dei  Siries che diressero la Galleria dei Lavori fino ai primi dell’800, vennero preferiti i paesaggi e le scene di genere.

“L’allegoria dell’aria” Piano di tavolo in pietre dure particolare – Manifattura Galleria dei Lavori – Firenze 1765  – Museo del Louvre – Parigi ©

A Parigi, il primo, grande estimatore dei mobili fiorentini con  le applicazioni in pietre dure fu il Cardinale Richelieu al punto che aveva disposto i suoi stipi e i suoi tavoli, mobili fastosi per eccellenza, nei locali di rappresentanza della sua residenza parigina.

Stipo realizzato da Domenico Cucci tra il 1679 e il 1682 per Luigi XIV – Manifattura Gobelins – Alnwick Castle – Gran Bretagna ©

Ma fu Mazzarino a coltivare una vera e propria passione  per i lavori fiorentini in pietre dure, contagiando a tal punto  Luigi XIV,  il Re Sole, che  istituì nel 1668 un laboratorio di commessi di pietre dure presso la Manifattura Reale dei Gobelins; i primi artisti che vi lavorarono erano ovviamente italiani e di formazione artistica  fiorentina,  essi eseguirono splendidi pannelli sia per piani di tavolo che per i superbi mobili destinati agli appartamenti reali di Versailles e del Louvre  realizzati dai migliori ebanisti dell’epoca.

Piano di tavolo con le armi di Francia – Manifattura Gobelins 1680-1690. –  Museo del Louvre – Parigi – ©

Mentre la tecnica era appannaggio italiano, il linguaggio iconografico della Manifattura dei Gobelins era dovuta al gusto e alla bravura del suo primo soprintendente, il pittore e decoratore Charles Le Brun (1619-1690).

La sua puntigliosa ricerca di profondità, l’utilizzo di animali comuni in Francia come le anitre, i fagiani, le pernici e non la rappresentazione di animali esotici come per i pannelli fiorentini, costrinse  la Manifattura dei Gobelins all’utilizzo di un numero maggiore di marmi e pietre dure rispetto alla Galleria dei Lavori con un risultato finale spettacolare.

Particolare del piano di tavolo con le armi di Francia – Manifattura Gobelins 1680-1690. – Museo del Louvre – Parigi ©

 

Particolare dello stipo realizzato da Domenico Cucci tra il 1679 e il 1682 per Luigi XIV- Manifattura Gobelins – Alnwick Castle – Gran Bretagna ©

 

“Lira di Apollo” particolare di un piano di tavolo – Manifattura Gobelins 1680-1690. –  Museo del Louvre – Parigi ©

 

– Piano di tavolo Manifattura Gobelins 1680 -1690 – Chateau de Compiègne – ©
Dettaglio del piano di tavolo Manifattura Gobelins 1680 -1690 – Chateau de Compiègne ©

La Manifattura Reale dei Gobelins cesserà la produzione dei commessi nel 1715 e contemporaneamente tramontò anche il gusto per i grandi tavoli e gli stipi.

Verso la fine del secolo, per fortuna,  i meravigliosi pannelli di commessi vennero smontati dai precedenti mobili per essere riutilizzati dai grandi maestri ebanisti dell’epoca  che li applicarono   riadattandoli perfettamente ai nuovi dettami del gusto su mobili più  alla moda.

Secrétaire realizzato dall’ebanista Martin Carlin nel 1780 utilizzando 6 pannelli di commessi del XVII secolo – Museo del Louvre – Parigi ©
Particolare dei pannelli in commesso del XVII secolo applicati al secrétaire realizzato da Martin Carlin nel 1780 – Museo del Louvre – Parigi ©

 

Tavolo realizzato dall’ebanista Martin Carlin verso il 1780 utilizzando pannelli del XVII secolo –  Museo Nazionale – Versailles – ©
Particolare del pannello del XVII secolo applicato al tavolo realizzato dall’ebanista Martin Carlin verso il 1780 – Museo Nazionale – Versailles ©
Particolare del pannello del XVII secolo applicato al tavolo realizzato dall’ebanista Martin Carlin verso il 1780 – Museo Nazionale – Versailles ©

 

Cabinet (uno di una coppia) realizzato da Joseph Baumhauer tra il 1765 e il 1770 utilizzando pannelli di commessi del XVII secolo – Museo Nazionale – Versailles ©

La cosa più stupefacente in queste opere d’arte è la capacità non solo di creare una “pittura in pietra” in grado di superare il modello pittorico con la straordinaria precisione del taglio delle pietre, ma anche di sfruttare al massimo la tonalità e la varietà delle pietre stesse.

Giuseppe Zocchi “La pittura” 1752 olio su tela – Museo dell’Opificio delle Pietre Dure – Firenze ©
“ La pittura” 1775-1780 Quadro in pietre dure con cornice in pietre dure e bronzo dorato, su modello di Giuseppe Zocchi – Museo dell’Opificio delle Pietre Dure – Firenze ©

 

Queste opere di straordinario valore, dai mobili agli oggetti, arricchiscono oggi i musei più importanti del mondo testimoniando la genialità e la tecnica degli artigiani di quell’epoca.

 

I materiali :

I marmi utilizzati sono molteplici:  dai diaspri  bianchi e rossi di Barga , i verdi di Corsica, quelli di Sicilia, di Volterra e d’Alsazia, ai lumachella (chiamati così perchè si trovano spesso  inclusioni di piccoli animali fossili) coniugati nelle varie tonalità che vanno dal giallo al rosa e dal rosso al grigio, al marmo verde antico maculato, a quello dorato giallo antico, all’alabastro e poi il legno fossile o silicizzato, la madreperla per gli inserti luminosi e il marmo il nero del Belgio, detto anche “pietra di paragone” immancabile nei tavoli della seconda metà dell’800, che faceva da splendido sfondo mettendo in risalto l’eclatante policromia delle pietre; e poi le pietre dure, ancora più preziose dei marmi: il calcedonio trasparente che, foderato da una lamina metallica colorata, rende gli oggetti più luminosi; il lapislazzuli, l’agata con striature di colorazioni diverse (bianco,  marrone, blu, nero, verde, rosa), la corniola caratterizzata da un colore rosso-giallo arancio, il crisoprasio con una colorazione uniforme verde chiaro e poi l’onice: opaco o semi-opaco, di colore uniforme che copre le tonalità rosso-bruno e l’intera gamma di grigi fino al nero, la giada e il turchese.

 

 

La lavorazione è altresì estremamente complessa: la tecnica del commesso (da commettere, ovvero mettere insieme) è  oltre che costosa  anche molto lunga a causa della durezza e della fragilità delle pietre: i blocchi di pietre da utilizzare vengono tagliati in sottilissime lastre di 3 o 4 millimetri di spessore, e, a differenza del mosaico, non si utilizzano tessere geometriche ma vengono intagliate sezioni di forme diverse, “commesse” insieme in modo talmente preciso che le zone di contatto tra le varie sezioni restano invisibili; è evidente che occorre una grande varietà di colori e un gran numero di placche per poter permettere l’esecuzione di un motivo. Il modello pittorico che, come sempre, serve da base per il commesso, viene spesso ricreato con la tavolozza naturale delle pietre che,  incassate  l’una con l’altra, si trasformano in disegni che riproducono fiori, paesaggi, nature morte e ogni venatura,  striatura, opacità, brillantezza e sfumatura  si presta a ottenere cromatismi di particolare effetto.

©Tutte le foto sono prese da libri e cataloghi e sono soggette a copyright

©Giusy Baffi 2008

Fonti:

Giusti: Arte e manifattura di Corte a Firenze –

S.  Castelluccio: Les meubles des pierres dures de Louis XIV et l’atelier des Gobelins

Note biografiche sull’autrice:

Giusy Baffi si occupa di antiquariato con la qualifica di perito d’arte nell’ambito di arredi antichi, ha collaborato con diverse testate di settore scrivendo numerosi articoli inerenti l’antiquariato e con una sua rubrica mensile dal titolo “L’esperto risponde”. Ha al suo attivo la pubblicazione di due libri.
La sua passione è la fotografia, vincendo il concorso fotografico Unicredit/Corriere della Sera 2013 e con pubblicazioni di sue foto su prestigiose riviste e quotidiani anche internazionali, sul libro “E poi la luce” edizioni Fioranna, su calendari animalistici e su alcuni siti professionali. Ha partecipato a diverse mostre fotografiche collettive sia nazionali che internazionali ed una personale.

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