Cinema e donna. La donna in carriera, tra conquiste e sconfitte

Cinema e Donna dedica la  puntata odierna alla figura femminile tutt’ora più irrisolta e complessa, quella della donna in carriera. Divisa tra ambizione professionale e vita privata, tra il desiderio di parità e il rischio di perdere non solo la propria femminilità ma l’ancora più preziosa e vitale dimensione affettiva di donna e di madre.

di Gabriella Maldini

Diane Keaton in Baby boom, 1987.

I primi rivoluzionari passi dell’emancipazione femminile si compiono in America alla fine della Prima Guerra mondiale, quando gli USA diventano la prima potenza mondiale e l’enorme e rapido sviluppo economico e sociale portano a una radicale trasformazione del ruolo della donna. Nei ruggenti anni venti, la famosa ‘età del jazz‘ cantata da Fitzgerald, insieme alla produzione e al consumo di massa e alla diffusione capillare di nuovi beni di consumo come la radio e l’automobile, nasce un nuovo modello di donna, la flapper, la maschietta, chiamata così per il gesto rivoluzionario con cui, per la prima volta, le donne si tagliano i capelli. La lunga chioma, retaggio della cultura vittoriana, viene spazzata via e al suo posto compare il famoso caschetto.

Louise Brook – La Flapper

Le donne diventano sempre più indipendenti e in molti casi spregiudicate. Con la crisi del 1929 e la grande depressione, l’euforia e l’ottimismo vengono di colpo spazzati via ma ormai la società e profondamente mutata e anche nel durissimo contesto della crisi, le donne non fanno passi indietro, soprattutto sul lavoro.

Il cinema hollywoodiano propone per primo l’immagine di una donna non solo inserita nel mondo del lavoro ma sempre più competitiva nei confronti dell’uomo, tanto da avere ormai guadagnato uno spazio sempre più rilevante in settori fino a quel momento  appannaggio esclusivo dell’uomo. Ad esempio quello del giornalismo.

Bette Davis e George Brent in Front page woman, 1935, di Michael Curtiz

Una delle giornaliste più ironiche e grintose del cinema è la Rosalind Russell di ‘La signora del venerdì’, diretto da Howard Hawks nel 1939 e liberamente tratto dalla commedia teatrale ‘Prima pagina’ rispetto alla quale Hawks decise un cambiamento geniale: trasformò il personaggio di Hildy Johnson da maschie a femminile e lo affidò a Rosalind Russell, una delle più straordinarie interpreti di commedia che Hollywood abbia mai avuto.

Qui è una reporter ormai navigata e disillusa che ha deciso di cambiare vita: lasciare il cinico mestiere del giornalismo e risposarsi con un uomo all’antica, ben felice di tenere sua moglie lontana dall’abbrutimento di un simile lavoro. Il momento in cui lei entra in scena e il modo in cui lo fa, ci dice già tutto sul carattere del suo personaggio, una donna sicura di sé, indipendente e intraprendente, che è brava nel suo lavoro e lo sa, e che non solo tratta l’uomo alla pari ma lo prende in giro.

Cary Grant e Rosalind Russell, La signora del venerdì, di Howard Hawks, 1938.

Anche perché, in questo caso, il direttore suo capo è l’ex marito, che da un lato riconosce il talento professionale della moglie ma dall’altro continua a trattarla dall’alto in basso, in modo arrogante e sbruffone, insomma: maschilista. Vuole che torni a lavorare al giornale perché è il suo migliore cronista, e quindi gli serve, ma continua a trattarla da dipendente di serie b solo perché donna, e come se non bastasse, una donna che è stata sua moglie!

Cary Grant e Rosalind Russell

Per tuto il film cerca di dominarla con mille trucchi e raggiri, ma lei, che ormai li conosce tutti, riesce sempre a tenergli testa. Nonostante questo, resta una donna preda di quel conflitto tra lavoro e vita privata insoluto ancora oggi.

Anche lo sguardo ironico e spregiudicato di Hawks ci dice che l’equilibrio tra carriera e privato, e tra uomo e donna, non è possibile. O meglio: che l’unico equilibrio possibile è il conflitto.

Infatti il film si chiude con il ripristino di quella conflittualità da cui era partito: lei che resta al giornale e ritorna con l’ex marito con cui, capiamo, continuerà a scontrarsi sia nel lavoro che nel privato.

Il cinema americano è quello che per primo si è chiesto se sia possibile, per la donna, conciliare la dimensione del lavoro, che la vuole sempre più ‘maschile’ e aggressiva, e quella della vita privata, degli affetti, che invece chiede comprensione, tenerezza e il prendersi cura di; e lo ha fatto ricordandoci che la donna è il pilastro fondamentale della società e che se il suo ruolo perde di equilibrio, e soprattutto di umanità, sarà la società intera a perderli e a diventare peggiore.

Baby Boom, locandina

La parabola della donna in carriera,  di successo che alla fine ‘lascia’ e sceglie di riscoprire la dimensione dell’affettività e della gratuità è diventata un classico.  Nel 1987, il film  Baby boom ci mostra un personaggio femminile che la perfetta incarnazione di quello yuppismo esploso all’inizio degli anni ’80. Diane Keaton è la super manager drogata di lavoro che, nel momento in cui eredita una bambina da un lontano parente, si vede costretta per la prima volta  a guardare dentro se stessa, e a fare una scelta che la porterà a cambiare totalmente la propria vita, a ridefinirne i valori e le priorità. Anche in questo caso la conciliazione non è possibile.

Parabola opposta, quella di Una donna in carriera, diretto da Mike Nichols nel 1988. Sempre in pieno yuppismo rampante, le protagoniste di questo film sono la manager di successo, aggressiva e arrogante, interpretata da Sigurney Weaver, e la sua segretaria, che non ha la sua istruzione, non appartiene al suo ceto sociale, ma è più giovane, carina e sicuramente più simpatica; ed è interpretata da Melanie Griffith.

Una donna in carriera – Cast

All’inizio, tra le due donne c’è una situazione tipo cenerentola, dove la segretaria un po’ sempliciotta e sprovveduta viene sfruttata  dal capo cinico e snob. Ma presto ci accorgiamo che Melanie Griffith non è affatto una cenerentola, anzi. E’ una ragazza sveglia, intraprendente e ambiziosa che, con lucido tempismo, approfitta dell’occasione per soffiare al suo capo lavoro e fidanzato, diventando a sua volta donna in carriera. Un percorso che vediamo anzitutto negli abiti: vistosi, kitch e molto punk all’inizio, e in perfetto Armani look alla fine.

Ma quello che ci aspetta è un falso lieto fine: la nuova manager nel suo nuovo ufficio, con una sua segretaria, mentre la macchina da presa si allontana sempre più, fino a uscire dalla finestra, mostrandoci le mille finestre d’ufficio tutte uguali di quell’enorme, anonimo grattacielo. La protagonista solo all’apparenza ha vinto.  In realtà è divenuta parte del sistema. E’ entrata anche lei nella gabbia, in quell’alveare simbolo di omologazione e alienazione.

 

 

 


Note biografiche sull’autrice

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo classico si è laureata in giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e letteratura e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con l’Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie  per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Da pochi mesi è uscito il suo primo libro, edito da CartaCanta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno.

Per ArteVitae scrive nella sezione Cinema e TV.

 

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