Che si dia inizio alla cerimonia. E’ il nuovo racconto breve di Daniela Bonalume.

Che si dia inizio alla cerimonia. E’ il nuovo racconto breve di Daniela  Luisa Bonalume per la raccolta “Suggestive evasioni”.

 

di Daniela Luisa Bonalume

“Franca mandò l’autista da solo, lei prese la sua automobile e mise tra sé ed il suo matrimonio quanti più chilometri poté. “

Franca si girava e rigirava nel letto. Accese la lucetta sul comodino e diede un’occhiata alla sveglia: “neanche le tre” pensò. Spense, si sdraiò su un fianco e, come faceva da bambina quando non riusciva a prendere sonno, ripassò le tabelline dall’uno al dieci e viceversa. Questa volta, però, non era un compitino in classe a tenerla sveglia. Le tabelline le aveva ripassate abbondantemente. Le era già successo in passato di trovarsi in uno stato così confusionale.

Si sedette sul letto con la schiena appoggiata alla spalliera ed iniziò a raccontarsi, a voce alta, di quell’ultima volta che era stata così male: – Franca – iniziò a parlare a sé stessa – non essere infantile, l’altra volta eri molto più giovane! – continuò – eri stata un po’ incastrata dall’isteria femminile collettiva, ti eri lasciata guidare da quel ragazzo che sembrava sapere il fatto suo, ed anche il tuo, e che decideva per entrambi. Si, certo, un po’ ti faceva comodo, ma poi? –

Franca scese dal letto ed andò in cucina. Infilò una tazza d’acqua nel microonde e preparò una bustina di te allo zenzero ed arancio, tanto non sarebbe più riuscita a dormire. Non si spiegava come mai, quella giornata di svariati anni prima, dopo essere sparita dalla sua testa senza lasciare tracce, all’improvviso irrompeva come un’alluvione spazzando via tutto quello che era stato costruito da allora ad ora.

Prese la tazza con la bevanda. Si sedette ai piedi del letto contemplandosi nello specchio sopra il comò. Nel tragitto buttò uno sguardo al gran casino che regnava sovrano in soggiorno consolandosi col fatto che, da lì a poche ore, tutto quel bailamme sarebbe svanito.

-Franca – riprese a parlarsi – sii seria, adesso sei grande, ti stai prendendo delle responsabilità ed alcune già le hai prese, non essere monotona, non ti puoi ripetere! – concluse con tono perentorio.

Alcuni anni prima, Franca, aveva passato una notte simile a questa. Ancora viveva nella casa dei genitori, in salotto, appeso al bordo della credenza, pendeva il suo abito nuziale. Un abito bianco, lungo e semplice. Come era lei, più o meno. Una persona trasparente ma un po’ debole quando si trattava di contrastare la prepotenza altrui. Quella notte la passò seduta davanti al suo abito. Accarezzava il raso della gonna ed il macramè del corpetto. Era estasiata dall’idea della sua immagine in bianco, e rapita dall’importanza del passo che stava per compiere.

Aveva capito tutto. Aveva capito quello che era giusto fare e, all’alba, aveva preso la sua scomoda decisione. Più tardi ordinò ai genitori di precederla davanti alla chiesa e domandò a suo padre di aspettarla in basso al sagrato.  Avrebbero salito le scale insieme.

Franca mandò l’autista da solo, lei prese la sua automobile e mise tra sé ed il suo matrimonio quanti più chilometri poté. Le conseguenze economiche, per i genitori, furono molto pesanti, quelle psicologiche, per il mancato marito, ancora di più! Il poveretto iniziò a correre in lungo e in largo chiamando Franca a voce spiegata. Una scena commovente e dolorosa, soprattutto per i parenti del ragazzo che, in coro come in una tragedia greca,  continuavano a ripetere “la sposa è assente”.

Franca, seduta ai piedi del letto, con la sua tazza in mano e davanti allo specchio del comò, se la immaginò tutta, quella scena. Questa volta aveva accuratamente evitato di mettere gli occhi sul proprio abito nuziale, una vocina la teneva lontana dall’armadio, non si sa mai…

I genitori avevano ingoiato il rospo, masticato e digerito, anche se l’aneddoto era diventato la barzelletta degli incontri goliardici tra amici. Sempre attenti, però, a non toccare l’argomento quando Franca stava nei paraggi. Da dove era uscita ‘sta figlia, così strana e ribelle, alla quale non si poteva dire nulla perché tanto brava, ma che, alla fine, si sottraeva sempre a quelle cose che non rispecchiano la sua profonda volontà.

Non c’era nulla da fare, l’agitazione non si placava neppure adesso. Franca era arrivata, dopo una lunga relazione amorosa, a rivedere la sua posizione di zitella gaudente, e ad ipotizzare di passare il resto della propria esistenza accanto a Luca, un uomo che rispondeva esattamente alle sue aspettative. Un uomo che l’aveva corteggiata, blandita, supportata, e che le ricordava costantemente quanto sarebbe stato bello avere una casa in comune ed una vita insieme, sacralizzata dal vincolo del matrimonio.

Solo al sentirla, quella parola, e per la gioia della sua estetista, a Franca si rizzavano i peli!  Ci mise un sacco di tempo per farsi convincere, ma l’età avanzava e non c’era motivo di deludere Luca, che sembrava non cercasse altro che impalmare la sua sfuggente amata.

Ed eccoci di nuovo qua, davanti ai nodi ed al pettine a denti stretti. Franca avvertiva la stessa inquietudine di tanti anni prima, un peso sul petto le spegneva quella luce favolosa che aveva sempre negli occhi. Temeva la replica del famoso copione, ma temeva anche il ribaltamento della spada che aveva ferito, ed i proverbi sbagliano poco.

Si infilò i jeans, un maglioncino, scarpe comode, e scese a fare un giro di palazzo. Piangeva. La paura di una vita programmata la devastava e le toglieva lucidità. Girò l’angolo, inciampò nelle gambe di un barbone sdraiato lungo il marciapiede, quasi cadde. Si inginocchiò per scusarsi ed incrociò lo sguardo della persona coperta di stracci: – Signora mi scusi tanto – disse singhiozzando – non l’ho vista! Mi scusi, la prego, le ho fatto male? – Le due donne si scambiarono alcune parole, poi Franca rientrò a casa. La giornata si prevedeva impegnativa.

Arrivò l’ora della cerimonia e, trafelata ed in ritardo, parcheggiò l’utilitaria sul piazzale del municipio. Luca la stava aspettando con impaziente terrore: – Franca sei in ritardo, cazzo! Temevo che non saresti venuta – disse battendo sul vetro dell’orologio – mi son detto, vuoi vedere che non si presenta? Vuoi vedere che non ce la fa ad immaginare una vita con me? – le disse mentre salivano di corsa lo scalone che portava davanti al Sindaco.

-L’unica cosa che non riesco ad immaginare, è una vita senza di te – ripose Franca. Luca estrasse le fedi dalla tasca e le diede al suo testimone.

Che si inizi la cerimonia: la sposa è presente.

Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.


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