Castelluccio di Norcia, un giorno di Luglio

Le Libere Divagazioni oggi ci portano in un breve ma intenso viaggio verso l’altipiano di Castelluccio di Norcia, una zona che dopo un forte sisma cerca di tornare alla normalità, ci riuscirà, ne siamo certi.

di Luca Tizzi

Ci sono luoghi deputati ad attrarre le persone per la loro bellezza. Se queste persone sono portatrici sane di apparecchi fotografici è allora che questi posti si elevano a icone paesaggistiche e finiscono, forse snaturandosi, per divenire oggetti di culto fotografico. Uno di questi luoghi è il Pian Grande di Castelluccio di Norcia, durante il periodo della fioritura estiva si riempie di colori e i campi diventano la tavolozza impazzita del più bravo degli impressionisti.

Fiori a Castelluccio

Ci sono stato diverse volte, sempre in estate e ogni volta questo luogo quasi magico mi dona nuove emozioni. Dopo qualche anno di assenza dovuta anche ad una certa forma di pudore, questo luogo due anni fa fu devastato da un forte terremoto, ci sono tornato qualche giorno fa.  Tornare a visitarlo, a fotografarlo, mi sembrava una mancanza di rispetto per tutte quelle vite distrutte, sconvolte da un’improvvisa pazzia della natura.

Fiori e alveari

Ho anestetizzato il pudore con la convinzione che il modo più sicuro per aiutare quelle persone è tornare a far vivere il loro territorio e anche il turismo becero, spesso irrispettoso, può servire ad evitarne l’abbandono ed aiutare chi quei posti li vive, giorno dopo giorno. Così convinto, una mattina di luglio  ho preso la mia pandina, ho puntato la prua in direzione sud e, superati Perugia e Foligno, ho sfiorato Spoleto e sono arrivato a Norcia.

Pian Grande

La strada inizia a salire quasi subito in direzione di Castelluccio e dopo pochi chilometri ci si trova a un bivio, a sinistra si sale per il Pian Grande e a destra si prosegue, girando attorno alla montagna, in direzione di Ascoli Piceno. Da lì per arrivare alla meta la strada si allunga di una trentina di chilometri.
Sapevo che avrei dovuto svoltare a sinistra ma  la mia auto è voluta girare attorno al grande massiccio del monte Vettore facendomi fare il percorso più lungo attraverso la provincia marchigiana.

Fin dall’inizio la strada presenta segnali di lavori in corso e sensi unici alternati gestiti da semafori, non ci si fa caso ma appena si giunge alla prima frazione del comune di Arquata del Tronto si capisce perché il terremoto non è un’isteria della terra che appena finita sparisce e va. Piuttosto lascia strade franate, case crollate, macerie nel territorio e nell’anima. Due anni non sono bastati per sanare  le cicatrici, ma siamo in montagna e le montagne conservano memorie antiche e anche le più piccole ferite guariscono lentamente.

Non mi fermo, non voglio scendere a fotografare e sciacallare immagini di un territorio devastato. La macchina prosegue il cammino per alcuni chilometri fino a quando si imbocca il bivio che sale dalla parte marchigiana del monte, quella che non avevo mai percorso.
La strada, naturalmente stretta, presenta piccole frane, consuete in montagna anche se queste non lo sono; continuo a salire senza incontrare nessuno, nè auto nè persone, gli unici cenni di vita sono le luci accese e i rivoli di fumo dei camini delle casine prefabbricate dove vivono gli abitanti del luogo che, testardi, non vogliono arrendersi al destino. Sono pulite, ordinate, forse comode ma anonime, fredde, niente a che vedere con il calore della pietra.

Continuo a salire, cercando di non guardare le macerie, per rispetto.  Nell’ultima frazione di case, prima che il grande piano di Castelluccio si apra, due figure mi costringono a fermare l’auto. Sono due manichini, o meglio due statue in legno, che rappresentano una, un antico guerriero medievale e l’altra un tipico agricoltore, un allevatore, forse un boscaiolo del luogo. Immobili, una davanti alla porta di ingresso, l’altra sull’angolo di una casa ancora in piedi, fiera di non aver ceduto. Sembrano proteggerla e con lei tutte quelle persone che non hanno intenzione di arrendersi e intendono far rivivere quello che fino a due anni fa era sempre stato. Scendo, due fotografie alle statue, altre due al piccolo borgo e a quello che ne rimane e poi su, al Pian Grande di Castelluccio.

Quando si arriva dall’Umbria il paese appare subito di fronte, lontano ma evidente, dalla parte di Ascoli Piceno invece si arriva prima in una piccola valle e solo quando si finisce di scendere la costa del Vettore si vede il paese. Sempre lontano e sempre evidente, come evidenti sono i segni delle macerie tra le poche case rimaste in piedi. Sotto il paese gli immancabili prati colorati, quelli che attirano i turisti e i fotografi, poche auto, qualche camper, è ancora mattina presto. 

Il tempo di fotografare i campi di lenticchie e un’auto mi si avvicina, scendono due ragazzi che si incamminano verso i prati fioriti, li seguo da lontano, ho il mio teleobiettivo che mi permette di avvicinarli. Ad un certo punto lei si siede sul prato, lui, un paio di metri alle sue spalle, monta un piccolo cavalletto, ci sistema sopra uno smartphone e alcuni secondi dopo si fanno un selfie.
Torno alla macchina, lentamente percorro la strada che mi riporterà verso Norcia, mi fermo per qualche ultimo scatto, cercando di cogliere quello che gli altri non vedono. Stanno già arrivando altre auto che affolleranno quella piana, altre ne arriveranno ancora fino a riempirla, tutto sembra tornato normale.

Selfie a Castelluccio

Non so se sono riuscito a cogliere l’anima di questo posto, l’estate forse non aiuta, sono quindici giorni, un mese di colori in quell’immenso verde che in autunno o in inverno, quando non c’è neve, assomiglia di più a un grigio. Ci tornerò quando i fiori saranno un ricordo, quando i colori saranno ancor più naturali e le persone che incontrerò saranno lì per la bellezza della natura e non solo per i suoi colori.

 In questo blog si parla di musica, di spettacolo, di arte, questa volta ho voluto parlare di emozioni personali e ho difficoltà ad associare i suoni con le sensazioni. La prima opera musicale che mi è venuta in mente è stata “Notte su Monte Calvo”, ma l’aria era calda e serena. Questo brano evoca streghe e tempeste e forse  due anni fa, quando la terra tremava, avrebbe avuto più senso. E allora “Wish You Were Here”, dedicata a tutte quelle persone che involontariamente e prematuramente ci lasciano.  Con i Pink Floyd non si sbaglia mai.

Grazie!

Fotografie di Luca Tizzi ©


Note biografiche sull’autore

Florentini natione non moribus – Luca Tizzi nasce a Firenze nel 1961, la abbandona dopo 30 anni e si trasferisce nel paese di origine dei genitori, sull’Appennino Tosco-Romagnolo in provincia di Forlì-Cesena. Percorso di studi arruffato, bancario per motivazioni alimentari ma senza convinzione, si interessa di Cinema, Musica, Fotografia, Arte, Fumetti e molto altro. Gli piace scrivere anche se dice di non esserne capace, gli piace fotografare perché non sa disegnare, ma anche in questo dice di riuscire poco bene. Sogno nel cassetto, diventare ricco scrivendo cose orribili che leggono in molti. libere Divagazioni è la rubrica di intrattenimento da lui condotta, nella quale scrive di musica e canzoni, ma anche di arte e libri e molto altro, con la spiccata caratteristica che lo contraddistingue di saper ricercare l’aspetto meno noto, la curiosità più stuzzicante, per regalarvi delle chicche molto appetitose.

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