Il Caffè con la psicologa – Essere adolescenti oggi

Nell’ambito della rubrica “Il caffè con la psicologa”, Virginia Palombi oggi ci proporrà alcune riflessioni sul rapporto fra genitori e figli in età adolescenziale, prendendo spunto dai tragici fatti accaduti lo scorso 7 dicembre in un locale della provincia di Ancona, poco prima dell’esibizione del trapper Sfera Ebbasta.

di Virginia Palombi

Prima di entrare nel merito della questione, credo sia necessario soffermarsi su due domande. Cosa vuol dire essere adolescenti? Ma soprattutto: cosa vuol dire esserlo oggi? Per definizione l’adolescenza è quel periodo che va dagli 11 anni circa fino ai 20-21 e che segna il passaggio dallo stato “bambino” a quello “adulto”, durante il quale abbiamo la necessità di sperimentare i molteplici aspetti che compongono la nostra personalità, cercando di capire quali siano i nostri limiti e quali invece potrebbero essere le nostre mete future.

Sono anni di prove, di conflitti, di profondi cambiamenti, anche dal punto di vista fisico, che destabilizzano le certezze fino a quel momento acquisite dai ragazzi, che oscillano costantemente tra due poli opposti: dipendenza e autonomia. Queste dinamiche generano conflitti anche nei genitori che devono fare i conti con la consapevolezza che tutto quello che fino a qualche mese prima era funzionale all’educazione dei propri figli, di colpo non lo è più!

Tipico di questa fase è lo sviluppo della socialità che porta i nostri ragazzi a ricercare momenti di aggregazione tra pari; ma al tempo stesso è anche forte la rivendicazione che fanno di sé stessi, per il bisogno di affermare la propria personalità, scegliendo di attuare comportamenti che li distinguano dagli altri ed in particolar modo dal mondo degli adulti. Vorrei soffermarmi però ancora un po’ su questo aspetto perché ritengo sia un fattore chiave che definirei “subdolo” nella scelta dei comportamenti che mettono in atto gli adolescenti. Perché subdolo? Perché tutto avviene inconsciamente, in maniera autonoma come conseguenza degli anni vissuti prima del periodo adolescenziale e che nel tempo si è strutturato.

Ma facciamo un passo indietro e ripercorriamo in una sorta di recap quanto appena detto. Vi invito, quanto più possibile, a fare un rewind delle vostre relazioni passate, delle vostre dinamiche genitore – figlio piccolo: ora ci è chiaro che generalmente mettiamo in atto dei comportamenti che nel tempo si sono strutturati e che quindi sono diventati automatici, inconsci. Questo se è vero sempre, lo è a maggior ragione nel periodo adolescenziale.

Facciamo un’ulteriore precisazione che inizialmente è di carattere generale ma che poi lentamente degrada fino a restringere il focus sul particolare: in maniera forse un po’ astratta, possiamo tranquillamente affermare che noi esistiamo solo nel momento in cui c’è almeno un’altra persona che si accorge di noi, che ci chiama per nome, che ci saluta, che ci “vede” insomma; i nostri bambini, sin da piccoli, richiedono, anzi bramano i nostri occhi, altrimenti la loro esistenza non sarebbe affermata; badate bene che mi riferisco non solo a quelli che usiamo per vedere, ma soprattutto agli occhi dell’anima! Per questo motivo, da subito i bambini tendono a ripetere quei comportamenti che catturano l’attenzione degli adulti, come ad esempio quelli che li fanno ridere o che in generale li gratificano.

Pongo allora alcune domande che hanno lo scopo di farci riflettere: con che tipo di lenti abbiamo visto i nostri figli? Quando ci siamo accorti di loro? Come li abbiamo aiutati nella loro affermazione esistenziale? Siamo certi di aver favorito la manifestazione di comportamenti positivi rispetto a quelli meno funzionali? Sono stati più i rinforzi positivi o negativi? Abbiamo saputo costruire con loro delle relazioni equilibrate?

Portiamo adesso quanto detto fino ad ora su Sfera Ebbasta, ma potremmo estendere il discorso a tutti gli altri fenomeni musicali e sociali oggi sempre più in voga fra i ragazzi; questi personaggi sono molto apprezzati da molti degli adolescenti di oggi:  il loro look  è controcorrente e provocatorio; il linguaggio utilizzato è una sorta di “codice”, che si presta quindi a quello che gli adolescenti ricercano come scopo ultimo: fare gruppo con i propri pari, tenendo quanto più possibile  lontani gli adulti. I contenuti delle canzoni sono per definizione “contro”, vertono essenzialmente su argomenti come successo, droga, cash, sesso ed orientano inevitabilmente le inquietudini che i ragazzi si portano dentro, dando loro delle risposte parziali, non filtrate dai corretti valori e con una modalità che potremmo definire “tutta loro”.

Alla luce di quanto condiviso fino ad ora con voi, possiamo concludere che il vero problema non risiede nella presenza di questi personaggi, ma piuttosto nella nostra incapacità di saper fornire valide alternative ai nostri figli. La connessione tra le esperienze che facciamo, i nostri vissuti e la qualità dei nostri pensieri è strettissima; se vogliamo che i nostri figli siano realmente felici e che riescano nella loro vita è  necessario dare loro la possibilità di fare esperienze il più possibile diverse che sappiano infiammare le loro menti ed i loro cuori e che gli permettano di sperimentare se stessi, scoprendo quali sono i limiti oltre i quali è meglio non andare.

Un’attività come il teatro ad esempio, reca in sé la possibilità di aiutare i nostri figli che sono particolarmente timidi o che più semplicemente manifestano difficoltà a tirar fuori le proprie emozioni, fornendo loro l’opportunità di conoscersi meglio, di “mettersi a nudo” in un contesto che facilita queste dinamiche e che li protegge da eventuali giudizi. La possibilità di frequentare gruppi fra pari, il più possibile sani, come ad esempio gli scout, aiuta a fraternizzare e a condividere le difficoltà quotidiane superandole con il lavoro di squadra, nel rispetto reciproco.

Inoltre, riprendiamoci quel ruolo autorevole che ogni genitore dovrebbe avere con i propri figli; i “No” sono importantissimi e la letteratura a tal proposito è piena di esempi, ma di questo magari parleremo in un altro articolo; i “No”, le regole diventano cruciali proprio quando i ragazzi vivono un momento di confusione, di trasformazione come quello adolescenziale; loro li detestano eppure gli danno sicurezza, poiché delimitano un terreno che è inesplorato e quindi potenzialmente pericoloso; un po’ come per chi scia all’interno di un tracciato segnato da paletti. Se io vedo i confini, se io li vivo, so anche fino a dove posso spingermi.

Ma soprattutto, cominciamo ad essere noi degli esempi concreti e credibili; non possiamo criticare i nostri figli quando ascoltano musica senza senso, che inneggia a disvalori, vuota, se poi noi per primi corriamo freneticamente dietro i mille impegni quotidiani, inseguendo a tutti i costi un successo privato e sociale.  Se non viviamo con passione i nostri giorni, se non consumiamo la nostra vita per qualcosa che valga la pena vivere, allora per i ragazzi ci sarà sempre uno Sfera Ebbasta con le sue canzoni a diventare il sogno, la strada, l’esempio da seguire.

 

Potete scrivere le vostre domande a Il Caffè con la Psicologa scrivendo all’indirizzo mail virginiapalombi@artevitae.it

Virginia Palombi risponde oggi alla domanda di Marta da Roma.

DOMANDA: Ciao Virginia, ultimamente mi capita di avere la sensazione di aver già vissuto dei momenti, dei pezzi di vita che in realtà devono accadere; da cosa dipende? volevo chiederti se può incidere il periodo particolarmente stressante che sto vivendo, sto cambiando città per lavoro; mi sto per trasferire a Milano.

Ti ringrazio, Marta.

VIRGINIA: Cara Marta, il fenomeno di cui tu parli si chiama “déjà vu” ed è stato ampiamente studiato in passato, senza ad oggi avere delle risposte certe; come hai detto bene tu, attraverso il deja-vu si ha l’impressione di vivere una situazione già vissuta in precedenza, che però rimane indefinita poichè non riusciamo a collocarla con esattezza nel nostro passato.

Alcuni studi hanno dimostrato che questo fenomeno si presenta maggiormente in età giovanile ed in momenti di maggior stanchezza cerebrale. Ti voglio rassicurare sul fatto che non hanno nessun valore predittivo, anzi! Ogni cambiamento genera inquietudine, ma non farti condizionare da queste situazioni e viviti il tuo momento.

 


Note biografiche sull’autrice

Virginia nasce a Roma nel 1978, ma vive stabilmente a Marino, uno dei paesi più apprezzati dei Castelli Romani. Dopo aver frequentato il liceo classico si laurea alla Sapienza in Psicologia Clinica e di Comunità. Già durante il percorso di studi, mostra uno spiccato interesse per le dinamiche relazionali e si avvicina al mondo scolastico, lavorando con bambini dai 3 ai 12 anni con disturbi dell’apprendimento e del comportamento. Parallelamente cerca di alimentare la passione per “l’altro”, conducendo per 4 anni, in due radio romane, un programma di attualità e frequentando per 7 anni un corso di teatro che l’ha portata a calcare palchi anche importanti come per esempio il Ghione di Roma. Oggi lavora in un’azienda romana che da oltre 20 anni si occupa di Customer Care, ricoprendo parte attiva nei processi di selezione e di formazione del personale.


Per ArteVitae scrive nella sezione PSICOLOGIA, esplorando il favoloso e complesso ambito delle Relazioni Umane e cura la rubrica Il caffè con la psicologa, uno spazio vivace e interattivo, tutto dedicato ai lettori, nel quale Virginia risponde alle loro domande.

Immagini e video inclusi in questo articolo sono stati reperiti in rete a puro titolo esplicativo e possono essere soggetti a copyright. L’intento di questo blog è solo didattico e informativo.

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