Buon nonno nuovo! – Racconto breve di Daniela Luisa Bonalume

Buon nonno nuovo! è il un racconto breve scritto da Daniela Bonalume per la raccolta “Suggestive Evasioni”. Una lettura veloce, intensa e dal finale bruciante, quello che non ti aspetti e ti sorprende sempre. Una storia bonsai che concentra la trama in pochi, avvincenti paragrafi. Da leggere in un respiro.

di Daniela Luisa Bonalume


Ero proprio sotto Castel Sant’Angelo.

Io e Giovanni avevamo brindato alla mezzanotte da una ventina di minuti. Subito dopo, eravamo usciti dal teatro scelto per festeggiare il capodanno, avviandoci verso la sorgente dei giochi pirotecnici che invadevano il Tevere.

Tutto il lungofiume era una discoteca all’aperto. Esplosioni e colori si dilatavano sullo specchio d’acqua, ed io ero rapita dalle mille cascate di luce che salivano da dietro i palazzi, e che proprio nell’acqua sparivano. Tra un botto e l’altro, nella tasca di Giovanni vibrava il cellulare e, quando portò all’orecchio l’attrezzo, lo vidi traslucidare sotto i colori della città.

– Le acque … si sono rotte le acque e Anna è già al Pronto Soccorso – disse Giovanni al mondo intero. Forse cadde la linea, non sentiva più nulla.

Era stato fagocitato da un Blob, non era più nel mondo ma stava gesticolando nel ventre del Blob. La telefonata interrotta della sua ex moglie lo aveva privato di ogni capacità di intendere e di volere. Non rispondeva più alla chiamata razionale.

Come le zampe di una formica rossa, le sue grosse dita si muovevano sulla tastiera di quel piccolo concentrato di tecnologia che ti mette in contatto con chi vuole stare in contatto con te. E le onde radio cercavano di ricontattare chi, assaporando l’erba verde della vendetta coltivata per anni e sapientemente condita, aveva affondato la lama e fatto saltare i ponti, lasciando il povero Giovanni in corto circuito.

Io lo guardavo annaspare tra ossigeno e anidride carbonica, incapace di trasportare il prezioso elemento alle cellule della sua materia grigia.

– Cosa è successo? – chiesi.

– Si sono rotte le acque – rispose.

– E quindi? Dov’è ora?

– Forse già al Fatebenefratelli.

– Cosa vuoi fare? – gli chiesi guardandolo.

– Andiamo là e vediamo la situazione.

– Va bene, dissi. Andiamo là. Ti lascio la macchina, io prendo un taxi e torno a casa.

– Mannòòòò, vieni anche tu: se si tratta di emergenza, che emergenza sia. E’ chiaro che a capodanno tu sia con me, ed è altrettanto chiaro che non possono pretendere che ti molli in mezzo alla strada. Sei con me e vieni con me.

A questo punto fui io a perdere il contatto col mondo.

No.

L’idea di inoltrarmi nei corridoi del nosocomio per irrompere nella sala d’aspetto dove:

a) la mamma della futura puerpera già ex moglie di Giovanni,

b) insieme al genero futuro padre,

c) ed alla consuocera futura nonna,

d) l’amico di famiglia

e) con la moglie perenne cornuta, consapevole e contenta,

f) e la sorella incombente della futura puerpera quindi futura zia,

che formavano un capannello delirante di gioia, mi gettava in una delle crisi di panico più bestiali della mia vita.


“Il rumore dei tacchi sul pavimento a scacchi bianchi e neri rimbombava in quel corridoio largo e vuoto, desolato e decorato con qualche filo dorato e alcune palline argentate.

I nostri quattro occhi cercavano le indicazioni ‘pronto soccorso’, ‘maternità’, ‘ginecologia’. Qualcosa che ci indicasse la direzione da seguire per raggiungere i parenti di questa nuova vita.”


Ero già stata lì altre volte, alcune amiche avevano scelto quella rinomata struttura per dare alla luce le loro creature, non sempre i giudizi a posteriori furono entusiasmanti.

Ripresi il senno e proposi di andare in auto fino all’Isola Tiberina, piccolo borgo insediato tra le due rive del Tevere sulla quale insiste la struttura ospedaliera. Avrei atteso sul ponte qualche minuto la decisione di Giovanni, dopo essersi consultato con gli astanti.

Trovammo un buco nonsocome. Parcheggiammo nella baraonda totale della festa proprio prima del semaforo di Ponte Cestio. Lasciammo l’auto e ci avviammo verso la portineria dell’istituto.

Era tutto buio, o quasi. Giovanni si guardava intorno senza orientarsi: sembrava Mister Magoo. Che tenerezza vedere Giovanni così posseduto e sprovveduto. Scelsi il corridoio che indicava ‘Pronto soccorso’.

Mano nella mano lo trascinai guardando il pavimento a scacchi bianchi e neri e le decorazioni natalizie nel desolato spazio semibuio, con qualche filo dorato e alcune palline argentate. Sulla sinistra c’era un’infilata di sedili di legno old-cinema. Il rumore dei tacchi echeggiava nell’aria rarefatta dall’attesa.

– Di qui, “pronto soccorso” – dissi.

– Eccoli là – gracidò Giovanni .


Spuntammo dall’ombra. Si voltarono tutti, la mamma della futura puerpera mi guardò. Tutti ammutolirono e mi guardarono. La mia predecessora si voltò di scatto dall’altra parte e scappò verso il corridoio opposto. Tutti la guardarono, poi guardarono di nuovo me e infine Giovanni. La mia predecessora si fermò voltandosi verso di noi. Scoperse tutti i denti come una jena ridens e ci venne incontro.

Guardò Giovanni e gli sibilò soffiandogli in faccia come un python molurus – questa me la pagherai per tutta la vita, e le tue figlie te la faranno pagare per tutta la vita ” .


Eccoli là – gracidò Giovanni accelerando il passo e tirandomi forte per la mano. Vidi le loro sagome nella luce bianca della sala illuminata dal neon. Uomini e donne si agitavano chiacchierando ad alta voce in preda all’eccitazione.

Presi Giovanni per le braccia e lo guardai dritto negli occhi sorridendogli:

– Amore mio, ti aspetto seduta qui. Io non vengo, non mi sembra il caso di turbare questo momento con la mia presenza. Non me la sento. Ti aspetto qui e fammi sapere cosa intendi fare.

Mi sedetti e mi misi a giocare col cellulare, godendo per lo scampato pericolo nel quale si sarebbe vorticosamente inabissato il mio vulnerabile ed intontito uomo. Poco dopo lo salutai con un bacio in fronte e lo rimandai dai suoi parenti.

Non volevo esporlo a sottili, quanto perfide, ulteriori umiliazioni. Già erano pesanti quelle che gli venivano quotidianamente perpetrate da oltre dieci anni, evacuazioni di un risentimento sempre vivo.

Tornai a casa.

Mi allungai sul divano zappinando alla ricerca di qualcosa che mi distraesse nell’attesa. Quando Giovanni rientrò, mi trovò con due calici di ottimo spumante italiano ed ebbi la gioia di brindare con lui per il “nonno” nuovo.



Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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