Boldini e la Moda, l’irresistibile connubio in mostra a Ferrara

E’ da poco iniziata a Palazzo dei Diamanti di Ferrara una mostra che fin dal titolo si rivela imperdibile, Boldini e la Moda. L’artista, ferrarese di nascita e parigino d’adozione, viene raccontato attraverso un originalissimo percorso in cui abiti e dipinti sono cuciti insieme, trasformando la prestigiosa sede espositiva in un affascinante museo – atelier. Una meravigliosa occasione per parlare di modernità attraverso una delle sue incarnazioni più efficaci e universali, la Moda.

di Gabriella Maldini

Ritratto di Gladys Deacon, 1908

Protagonista assoluta dell’opera di Boldini è la donna, che egli intuisce e rende interprete privilegiata della modernità anche in virtù del suo rapporto naturale e strettissimo con la Moda, le mille sfaccettature e significati dell’abito. Le parole chiave della modernità che Boldini declina sulla tela sono comete infuocate: donna, moda, immagine e desiderio. Attraverso i ritratti sfolgoranti delle donne più affascinanti del bel mondo di fine secolo, l’artista sintetizza l’essenza della nuova era, dominata dal mutamento, dall’effimero, dal seduttivo potere delle immagini  e dal desiderio più pervasivo e invincibile, il desiderio del desiderio. 

I quadri di Boldini anticipano il ruolo fondamentale che per la Moda avrà la fotografia. Anni dopo, il grande fotografo Cecil Beaton dirà

Boldini sapeva riprodurre la sensazione sfolgorante che le donne sentivano di suscitare quando erano viste nei loro momenti migliori.

La signora in rosa, 1916

I corpi, i volti e gli abiti da sogno che Boldini getta sulla tela sono meravigliosi fermi immagine di un’epoca e di una sensibilità, quella estetico decadente che la mostra sceglie, giustamente,  di far parlare anche attraverso i suoi maggiori autori letterari: Baudelaire, Oscar Wilde, Proust e D’Annunzio. Dimostrando come l’intreccio fra Moda e arti sia stato sempre fecondo e di grande rilievo. E di come sia la pittura che la letteratura abbiano colto l’importanza della Moda come volto e spirito del tempo.

Lady colin Campbell, 1894.

S’intende l’Alta Moda, anzi, quella Haute Couture ancora tutta solo parigina che vestiva le dame dell’aristocrazia internazionale o le scandalose cortigiane celebri di quegli anni audaci, profetici di tante rivoluzioni sociali e culturali. Donne come alfa e omega di una nuova visone del mondo, in cui la bellezza diviene il simbolo dei simboli e l’Arte il fine ultimo di ogni cosa. E l’Alta Moda è il filo nascosto che lega Boldini a Baudelaire, Wilde, Proust e D’annunzio: l’aver compreso il suo essere forma d’Arte e Stile di vita,  soprattutto grazie al potere erotico seduttivo del corpo femminile.

Scrive Baudelaire

La donna è proprio nel suo diritto e anzi compie una sorta di dovere quando si studia di apparire magica e sovrannaturale: è necessario che stupisca e incanti. Idolo, deve dorarsi per essere adorata. Prendere a prestito da tutte le arti i mezzi per meglio soggiogare i cuori e colpire gli spiriti.

Ma a voler essere precisi, la prima icona di stile ed eleganza del decadentismo è il dandy,  figura maschile per eccellenza, perché simbolo dello spreco e dell’inutile, anche sul piano della sessualità, mentre la donna è portatrice di vita. Ecco quindi il ritratto, del 1897, del Conte Robert de Montesquiou, il  celebre dandy parigino amico, tra gli altri, di Proust e D’Annunzio, e dunque incarnazione perfetta del legame trasversale tra mondanità e grande arte proprio di quel tempo e di quel mondo. Fu lui ad ispirare alcuni tra i principali protagonisti dell’estetismo letterario, come il Des Esseintes protagonista del romanzo ‘A rebours’ (1884) di Huysmans e l’eccentrico barone di Charlus della Recherche proustiana.

Conte Robert de Montesquiou, 1897

Il capitolo Proust, in particolare, è tra i più affascinanti e moderni, poiché nelle sue pagine gli abiti diventano il misterioso e sempre cangiante scrigno del tempo perduto. Porta della Memoria e dell’inconscio. E Proust – spiega Quirino Conti nel suo bellissimo saggio ‘Mai il mondo saprà’– ne scrive

quasi da clinico, da psichiatra, ma anche da cosmologo, teologo e perfino da mistico. Proust è estasiato e insieme intimorito da quanto gli abiti, come stelle morenti, riescano ad assorbire, a trattenere e quindi a documentare dei successivi stati d’animo di una intera stagione, di una giornata o di un solo attimo. I suoi sono abiti da auscultare perché hanno trattenuto ogni respiro e ogni battito di cuore, insieme a ogni cigolio di porta, ogni scricchiolio, tintinnio e sussurro.

L’emozione con cui ci sorprende la mostra è dunque accorgerci che, tra gli abiti reali, sui manichini, e quelli trasfigurati dall’arte, sulla pagina e sulla tela, quelli che sentiamo più veri e più vivi sono proprio questi ultimi! A ricordarci di come la grande arte sia sempre più forte e più vera della vita.

Elisabeth Wharton Drexel, 1905

Note biografiche sull’autrice

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo classico si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di sceneggiatura cinematografica  alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e letteratura e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie, per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Nell’aprile dello scorso anno è uscito il suo primo libro, edito da CartaCanta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno.

Per ArteVitae scrive nella sezione Cinema e TV

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