Il bilocale – Racconto breve di Daniela Luisa Bonalume

Il bilocale  è il nuovo racconto breve scritto da Daniela Bonalume per la raccolta “Suggestive Evasioni”. Una lettura veloce, intensa e dal finale bruciante, quello che non ti aspetti e ti sorprende sempre. Una storia bonsai che concentra la trama in pochi, avvincenti paragrafi. Da leggere in un respiro.

di Daniela Luisa Bonalume

 

La stanza era ampia ed aveva le pareti bianche, bianchissime. La luce entrava dalle finestre. Tanta luce. I raggi di sole colpivano con regolarità la tunica di lino bianco, candida e luminosa anch’essa. Sembravano freccette provenienti dagli immensi vetri che, con la loro trasparenza, permettevano questa sassaiola di dardi. Queste lance di luce le attraversavano il corpo e le scaldavano il collo, liberato dai capelli raccolti.

Giuseppina era in piedi al centro della stanza e si godeva questa inondazione di bagliori. Era immobile, il pavimento di grisaglia non la voleva mollare. Le piante dei piedi erano incollate alla superficie, e la sua anima si faceva nutrire da tutta quella luce accecante, percorrendo tutte le sue vene da cima a fondo. Spostando leggermente la testa indietro e socchiudendo gli occhi, guardava davanti a sé. Un’altra stanza si affacciava alla sua attraverso una vasta apertura squadrata. Era un ambiente rettangolare e largo, senza finestre e con le pareti nere. Un’atmosfera cupa, quasi oscura, ospitava un antico letto in legno, a due piazze, composto da reti e materassi avvicinati tra loro. La piazza di sinistra era intonsa, il copriletto di raso damascato color rosso scuro non faceva una grinza. Quella di destra, invece, era completamente sfatta. Tra le lenzuola bianche ma ormai stropicciate ed ingiallite dal vecchiume e dall’usura, vi era un uomo. Paonazzo in viso, era completamente assorbito da un cortometraggio televisivo in cui satiri e caprette si rincorrevano saltellando sulle pareti gobbe della brulla montagna, ed egli si spostava continuamente tra il letto ed il televisore per sintonizzarne le frequenze.

Giuseppina guardava nella stanza difronte a lei. Non sapeva se andarci o meno. I piedi, comunque, non si scollavano dal pavimento, quindi non le sarebbe stato possibile prendere posto nella porzione libera del letto. Lei conosceva quell’uomo. Gli occhi della sua mente erano dentro la stanza buia, nonostante il suo corpo fosse bersagliato dalla luce di quella bianca. Gli occhi venivano attratti ma l’anima si opponeva. Anche lei vedeva le caprette ed i satiri, e questa visione le creava un certo fastidio. Decise, così, di ritirare la percezione. Fece appena in tempo. Sul soffitto scuro si materializzò una grande ala di pipistrello nera che, spingendosi quasi oltre l’apertura di collegamento tra le due stanze, cercava invano di catturare l’essenza di lei. Tentò più volte di adombrarne il corpo, ma la luce abbagliante proveniente dalle finestre, e quella luminescenza scaturita dalla tunica di lino bianco, respinsero quella membrana inquietante, ricacciandola e dissolvendola tra le tenebre.

Giuseppina, inamovibile dalla sua postazione, assisteva a tutto questo senza provare alcuno scuotimento. La serenità che la pervadeva era la sua armatura dorata, un immenso scudo che la proteggeva da tutta quel disordine emotivo. Poteva essere nella stanza senza che quell’inquietudine la fagocitasse. Poteva accarezzare il raso del copriletto senza farsi disturbare dai bugni ruvidi del ricamo. Sulla piazza di sinistra del letto, quella intonsa, apparve il parroco della sua infanzia, un uomo burbero ma pulito, una figura che Giuseppina aveva sempre temuto e stimato nel contempo.

Ne rimase molto sorpresa, lei non era una baciapile di certo, ed erano anni che non frequentava più la Chiesa se non per necessità data dalle occasioni di  matrimoni e funerali. Oppure passeggiava all’interno delle ecclesie per godere delle bellezze dell’arte, che rappresentava una delle sue passioni. Nel suo abito talare, il parroco, era in piedi sul letto, le scarpe non arrivavano a toccare la superficie del talamo mantenendo il corpo rivolto verso l’uomo che occupava la parte sfatta.

Il Ministro di Dio affilò lo sguardo destinato a lei: – Non ti muovere da lì – diceva quello sguardo – stai nella luce e non farti attrarre dall’ombra, anche se potrebbe sembrarti ristoratrice quando la luce del sole brucerà – continuava a dire, con quegli occhi che sembravano spilli.

Quegli occhi esercitavano una forza benevola e ostinata, una forza che, unita al tepore della luminosa stanza, faceva sì che Giuseppina si sentisse in Paradiso.

Un senso di giustizia la pervase.

I muscoli si rilassarono, una stella percorse tutto il suo corpo. I suoi quattro occhi, quelli della mente e quelli del cuore, finalmente poterono vedere con chiarezza dentro la sua anima, e decidere la strada da percorrere. Consapevole che, comunque faticosa e dolorosa, sarebbe stata quella giusta.

Giuseppina si svegliò.

Un passaggio sotto la doccia per ripercorrere con leggerezza tutte le fasi del sogno e per consolidare razionalmente le indicazioni ricevute.

Si, la strada era quella giusta. Giuseppina avrebbe continuato la propria vita lontana da quell’uomo che aveva tradito la sua fiducia, il suo amore, e l’aveva ferita quasi a morte.

Ma solo quasi.


Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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