La “vera fotografia” di Gianni Berengo Gardin

ArteVitae oggi vi propone l’approfondimento della vasta produzione fotografica di Gianni Berengo Gardin, che ha saputo raccontare per immagini, come nessun altro, l’Italia dagli gli anni ’50/’60 fino ai giorni nostri. Spesso accostato alla grande figura di Cartier-Bresson per il lirismo della sua fotografia, questa rappresenta senza ombra di dubbio un’affidabile documentazione dell’evoluzione sociale culturale e paesaggistica del nostro paese.

di Luigi Coluccia

Gianni Berengo Gardin nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930. Considera però Venezia la sua vera città natale, la sua mamma lo dà alla luce in Liguria, solo perché lì in vacanza. Si avvicina alla fotografia agli inizi degli anni ’50. Il suo archivio fotografico è imponente ed annovera fotogramma dopo fotogramma, tutta l’evoluzione paesaggistica culturale e sociale del Bel Paese, dal dopoguerra fino ai gironi nostri. Sfugge l’accostamento alla fotografia di Cartier Bresson, spesso attribuitogli, sentendosi molto più affine a quella di Willy Ronis.

Deve la sua formazione fotografica alla Magnum, se pur indirettamente. La svolta artistica più importante e significativa infatti arriva proprio quando entra in contatto con Cornell Capa che gli fa avere alcuni libri dei grandi della fotografia. Per lui è l’illuminazione, decide allora di voler fotografare la società, cosi come i grandi fotografi della Magnum e di Life.

Della sua fotografia ha detto: “Le mie foto non vogliono essere artistiche, io non ci tengo ad essere un artista. Sono un fotografo e sono un testimone del mio tempo, documento le cose che mi circondano e che vedo. Poi se ci sono critici che decidono che una mia fotografia è un’opera artistica, sono loro che lo decidono, non certo io. La fotografia in generale dovrebbe occuparsi al cento per cento di comunicazione, non di arte. Io non amo il fotografo – artista o l’artista – fotografo“.

L’intero percorso professionale di Gianni Berengo Gardin è caratterizzato dalla scelta del bianco e nero e dall’utilizzo di macchine fotografiche della Leica, Contax, Nikon e Hasselblad. Ama il mezzo fotografico analogico al punto da contrassegnare tutti i suoi scatti nella parte posteriore con la dicitura “Vera fotografia”. Queste due parole saranno successivamente il titolo di una sua mostra.

Le immagini sono scattate in digitale e taroccate al computer. Le fotografie invece, dovrebbero essere scattate su pellicola e non taroccate. Gianni Berengo Gardin

Racconta per immagini tutti gli aspetti di una società vivida ed in rinascita, traendo spunto dai moltissimi aspetti che la caratterizzano. Si occupa di tematiche sociali, della quotidianità della gente comune, dell’architettura, del mondo del lavoro e del paesaggio. Capita spesso di vederlo spaziare fra i vari generi. Si occupa in modo particolare del mondo del lavoro, di riprendere scene di vita dei Gitani, delle fotografie ritraenti i baci “rubati” e della documentazione del passaggio delle grandi navi nella sua amata Venezia.

Sul fenomeno sociale del bacio in pubblico, una novità negli anni ’50, Berengo Guardin svela:” Quando ero giovane, in Italia era proibito baciarsi in pubblico: ti potevano arrestare per oltraggio al pudore. Così, quando sono arrivato a Parigi, dove tutti si baciavano continuamente, sono diventato un guardone. Mi sembrava così strano che la gente potesse baciarsi dovunque: in strada, in autobus, in treno, che ero invidioso e avido di rubare queste fotografie di baci. La sensibilità per i baci mi è un po’ rimasta attaccata, come se fosse ancora proibito farlo in pubblico, mentre adesso per strada ne fanno di tutti i colori. Ma l’idea romantica del bacio rubato, mi è comunque rimasta, come una volta, quando i baci si rubavano e questo mi interessava moltissimo”.

Nel corso degli anni ha poi deciso di affrontare anche temi molto delicati. Negli anni ’70 ad esempio realizza un lavoro fotografico molto intenso, “Morire di classe”, un reportage sui manicomi italiani. Per l’Italia del tempo è un vero shock, la sua fotografia infatti ha l’ardire di introdursi in ambienti proverbialmente chiusi, fuori dall’ordinaria concezione di vita di tutti i giorni caratterizzante la nuova borghesia. Questo suo velleitario lavoro, rappresenta un grande sostegno per la battaglia politica combattuta proprio in quegli anni da Franco Basaglia.

Dice di quel lavoro “Si era nel Sessantotto. Franco Basaglia si batteva per la chiusura dei manicomi e insieme a Carla Cerati, fotografa milanese, avevamo realizzato delle fotografie per L’Espresso sui manicomi. Vedendole, Basaglia rimase allibito. Si trattava di fotografie mai viste prima in Italia. Così, abbiamo deciso di farne un libro, Morire di classe, che, con l’aggiunta di testi di Basaglia, ha fatto conoscere all’Italia le condizioni tragiche di questi malati.

Recentemente quella documentazione è stata di nuovo raccolta nel libro Manicomi. Psichiatria e antipsichiatria nelle immagini degli anni settanta, edito da Contrasto.

Uno dei suoi ultimi lavori, un reportage di denuncia, è quello su Venezia quasi inghiottita dalle grandi navi turistiche che inarrestabili solcano il Canale della Giudecca che fiancheggia Piazza San Marco. “Venezia e le grandi navi” è la mostra ospitata nel 2015 al Negozio Olivetti in Piazza San Marco che include 30 fotografie della città, quasi fagocitata da queste cattedrali del mare. In occasione della mostra, da cui è nato anche un volume, il fotografo ha dichiarato: “Vedere la mia Venezia distrutta nelle proporzioni e trasformata in un giocattolo, uno di quei suoi cloni in cartapesta come a Las Vegas mi turbava profondamente”.

Gallery immagini Gianni Berengo Gardin, Venezia e le grandi navi.

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