Antonellus messaneus. Quel solido rapporto fra Antonello e Messina

Con una affermazione paradossale, potremmo dire che Antonello è tornato a essere davvero “da Messina” solo da un certo punto in poi della sua storia critica, quando il contesto cittadino, inizialmente arretrato ad accessorio casuale, attraverso una lettura più ampia delle fonti, dei circuiti culturali e delle dinamiche economiche del Quattrocento, sarà ricollocato – secoli dopo – nella naturale posizione di ambito imprescindibile dalla personalità artistica e umana del pittore.

di Francesco Galletta

Al di là dei rilievi del Cavalcaselle sui due unici dipinti di Antonello ancora a Messina alla data del suo mitico viaggio in Sicilia del 1860, il punto di partenza simbolico del riavvicinamento fra Antonello e la Città può essere considerato quel periodo di fitte ricerche che nei primissimi anni del Novecento consentirono a Gioacchino Di Marzo e Gaetano La Corte Cailler di ritrovare i contratti del pittore negli archivi cittadini.

Di Marzo era uno storico dell’arte palermitano in età avanzata, La Corte un giovane impiegato comunale messinese appassionato di Storia Patria. I due, al tempo abbastanza sconosciuti al grande pubblico (soprattutto il secondo), con quei ritrovamenti riscattarono la vasta schiera di storici locali del passato a lungo disattenti verso l’illustre cittadino quattrocentesco.

Pur frammentari, quei documenti rivelarono, in ogni passaggio, il legame radicato e mai rinnegato di Antonello con Messina, come già dimostrava l’orgoglioso appellativo utilizzato per firmare i quadri: Antonellus messaneus.

Se quei documenti furono l’inizio di una storia d’amore ritrovata, la congiunzione interiore con l’Isola fu sublimata da Leonardo Sciascia in un breve ma intenso contributo in premessa a una monografia (L’ordine delle somiglianze, in Mandel 1967), che rappresentava in modo poetico la sicilianità del pittore. Nella memoria critica collettiva, però, furono le mostre messinesi del 1953 e del 1981 a ricollocare la Città al centro dell’universo antonelliano.

Antonello: crocifissione di Anversa: sullo sfondo lo Stretto da Capo Peloro alla Calabria; a destra la fortezza messinese di Matagrifone

Tuttavia, malgrado nei dipinti siano chiare le prove della forte relazione tra il pittore e Messina (basti pensare ai paesaggi e ai brani urbanizzati, più o meno realistici, che compaiono in molti sfondi), va ricordato che la critica storica ha cominciato a ragionare su questo argomento, solo negli ultimi vent’anni del Novecento, a partire da “Antonello e la sua città”, un testo di Salvatore Tramontana del 1981. Nel bene e nel male, un classico.

Il volume, a quel tempo deflagrante, ma non esaustivo a mio avviso per i fatti non storici e non sempre coerente nei metodi, secondo un’impostazione attenta all’indagine degli eventi quotidiani, apriva comunque la strada al possibile rapporto di Antonello con la multiforme realtà cittadina del Quattrocento.

L’autore ci raccontava delle dinamiche economiche di quella società e dei suoi bisogni giornalieri, dell’ambiente culturale e delle relazioni di forza tra le classi sociali, degli affetti personali e dei pensieri interiori, del senso comune della religione e della morte.

Antonellus messaneus: cartellino del Salvator Mundi, cristo benedicente (National Gallery, Londra)

Antonellus messaneus quindi, fu a tutti gli effetti un civis messanae del XV secolo, un vero cittadino della sua terra, quel luogo di mercanti e trafficanti che al tempo stava, non solo geograficamente, al centro delle rotte mediterranee e intratteneva rapporti commerciali con il Ponente e il Levante.

La “città carovaniera” per eccellenza (Pispisa, 1996, cit. da Trasselli), la seconda dell’Isola per numero di abitanti, con aspirazioni da capitale. Il punto d’incontro dei siciliani con “francesi, inglesi, ragusei, genovesi, pisani, veneziani, catalani” (Pispisa, 1996).

Anche Antonio de Antonio, inteso Antonello, nipote di Michele, “dominus et patronus” di un brigantino, fu a tutti gli effetti un uomo di mare. Non necessariamente nella capacità di governare un’imbarcazione ma, senza dubbio, nel modo di intendere la vita.

Antonello fu discendente di abitatori del mare e artista-viaggiatore; uomo di mare e di terra. Palazzolo Acreide, Caltagirone, Randazzo, Ficarra e Noto (dove ha dimorato) sono le città siciliane di terra per cui lavorò; Catania e Reggio Calabria le più vicine via mare. Napoli e Venezia (con una deviazione a Milano) sono invece le mete documentate più lontane raggiunte per nave.

Senza dimenticare il misterioso ritorno, non si sa da dove, con tappa ad Amantea (nella Calabria tirrenica) del 1460 e l’ipotesi, spesso ricorrente, che il pittore abbia raggiunto, in quell’occasione o in altre, la Provenza o, evento mai provato, addirittura le Fiandre. In verità, a ben guardare, a quel tempo Antonello era solo uno dei tantissimi messinesi che viaggiavano.

Antonello: pietà del Prado, Madrid; sulla destra il Duomo di Messina nel XV secolo

Infatti, come ci indicano le fonti storiche (Pispisa, 1996), i rapporti degli abitanti dello Stretto con i porti del nord Europa, del Mediterraneo o dell’Oriente erano più stretti di quanto immaginiamo noi oggi.

Per esempio, “a Bruges c’era, addirittura, tra il 1467 ed il 1508, una […] colonia di messinesi di famiglia illustre: Balsamo, Mirulla, Faraone, Muleti”. Inoltre, un’associazione d’affari di nobiles, honorabiles e artisani “organizza, nel 1445, un viaggio in Romania”, mentre un tale “Pietro Rombulo raggiungeva addirittura la Cina”.

Tuttavia, come evidenziato da Tramontana ma riscontrabile anche in altri autori (Trasselli, 1955), al di là dei contratti rinvenuti da Di Marzo e La Corte, non esistono altri documenti che facciano luce tra le pieghe irrisolte del rapporto di Antonello con Messina.

Infatti se, da un lato, il viscerale attaccamento del pittore alla sua terra è evidente nelle opere, dall’altro non abbiamo prove che attestino la partecipazione (anche marginale) agli eventi più importanti della città quattrocentesca. Per esempio, la rivolta Mallone del 1464 che spaccò la comunità in due fazioni belligeranti per almeno quattro anni.

Antonello: pietà Correr, Venezia: a destra le absidi della chiesa messinese di San Francesco

In definitiva, siamo di fronte a una fortissima contraddizione storica: il personaggio messinese del XV secolo oggi più conosciuto, risulterebbe del tutto assente dagli avvenimenti collettivi, ordinari o straordinari della sua città. O meglio, non abbiamo documenti che ce ne riferiscano in modo inequivocabile.

Un caso specifico su tutti, per esempio, riguarda il misterioso divieto di partecipazione ai funerali del pittore, imposto nel testamento del 1479 al clero della “maioris messanensis ecclesie” (il Duomo). Il testo ci pone di fronte a un dato perentorio ma nulla ci spiega sui motivi. Né li conosciamo da altre fonti.

Il testamento, però, rimane l’unico documento in cui si colgono alcuni risvolti più personali della vita del pittore, tra cui la richiesta di essere sepolto con l’abito dei Frati Minori Osservanti.

Antonello, infatti, come emerge anche da alcune tipologie di dipinti, era evidentemente un seguace dell’Osservanza Francescana, quindi un vero “partecipe e testimone di fede, nel segno di quella spiritualità che, per un qualsiasi uomo del ‘400, era, in via generale, molto intensa e ben diversa dalla concezione attuale, a maggior ragione per un artista che poteva manifestarla, più di qualunque altro, raffigurando i soggetti sacri” (Galletta, 2007).

Bisogna dire, in ogni caso, che per successive circostanze storiche spesso ineluttabili (rivolta anti-spagnola del 1674, che portò all’esodo di moltissime famiglie dalla città; terremoti del 1783 e del 1908, che stravolsero l’impianto urbano provocando, nel secondo caso, quasi l’azzeramento della popolazione; bombardamenti del 1848 e del 1943, che distrussero molto di quanto era stato riedificato dopo quei terremoti), la stessa memoria dei messinesi nei confronti del pittore è potuta riemergere molto lentamente e soltanto nel tempo.

Anche perché la realtà in cui la ricerca si è sempre imbattuta è che la Città di Antonello, nella sua essenza materiale, non esiste più da secoli, benché, attraverso i dipinti del pittore sia ancora possibile tracciarne un ritratto trasfigurato, valido oltre ogni tempo, soprattutto in rapporto alla rappresentazione dei paesaggi dello Stretto.

Partendo da ciò, in tempi ancora più vicini, assodata l’importanza della Città nella costruzione dell’immaginario pittorico e umano dell’artista, gli storici locali hanno sentito l’indifferibile urgenza di mostrarsi più attenti al personaggio, talvolta forzandone, certamente oltre le intenzioni, anche la reale posizione storica nel contesto della sua epoca.

Il ritorno alla Città, cioè l’esigenza di una via messinese ad Antonello, è un concetto che la storiografia cittadina affronta, indirettamente, già nel 1994 (AA.VV., Messina. Il ritorno della memoria. Le pergamene della Fondazione Medinaceli a Siviglia, in particolare il saggio di Teresa Pugliatti).

È, però, nella raccolta a più mani del 2006 dall’emblematico titolo Antonello a Messina – pur nella discontinuità dei temi proposti dai (fin troppo) diversi autori (ben ventiquattro) o nel provincialismo eccessivo di talune narrazioni – che assistiamo davvero all’atto intenzionale di una parte della comunità culturale cittadina per ridefinire, in uno sforzo corale, l’intorno del pittore e la centralità dei luoghi natali.

Il contrastante rapporto dei messinesi con il mito antonelliano ha trovato, inoltre, un fertile terreno di scontro sul sito tombale del pittore, già indicato in modo presuntivamente contraddittorio nel testamento del 1479 ma identificabile con Sancta Maria de Ihesu Superiore, rinvenuta durante uno scavo stradale nel 1989 e non a caso prima chiesa osservante di Sicilia.

area archeologica di Sancta Maria de Ihesu, Messina, presunto luogo di sepoltura di Antonello (foto da Google Maps)

La struttura, di fatto la più vasta area archeologica della città odierna, dapprima liberata ma poi incredibilmente abbandonata, dal 2011 è affidata ad alcuni volontari (da poco riunitisi in Fondazione) che, tramite studi archivistici, analisi strumentali e progetti di scavo, stanno verificando l’effettiva possibilità di ritrovare le spoglie dell’artista (Giacopello, 2018).

Questa ricerca, ancora lontana comunque da un epilogo, in verità ha sempre ricevuto un’accoglienza fredda da parte degli studiosi nazionali (ma anche presso taluni locali), un fatto che ha contribuito a rallentare l’ulteriore salto di scala nel ricongiungimento interiore del pittore con la sua terra.

Va detto, però, a onor del vero, che decrittare Antonello solo tramite gli eventi locali è un’impresa riduttiva anche se, all’opposto, rimuovere del tutto o in parte l’identità messinese è un’azione assolutamente innaturale.

L’artista che l’acume critico di Fiorella Sricchia consacrò, a suo tempo, “europeo” (Antonello e l’Europa, 1986), per essere indagato fino in fondo dovrà mantenersi, infatti, pur sempre messaneus.

Antonello: crocifissione di Sibiu; si riconoscono il porto di Messina e alcune architetture, in parte non più esistenti

Al di là dei documenti, la studiosa aveva capito prima di altri che Antonello non poteva più essere esaminato come un oggetto misterioso capitato per caso dalla periferia del mondo al centro della scena, ma come un soggetto attivo che aveva vissuto per intero la complessa realtà del suo tempo, con l’ancora ben salda nella città natale e la rotta artistica sempre aperta sul Continente.

In ogni caso, al di là delle certezze o delle supposizioni della Storia, spesso interpretata per vie traverse compensando sul rovescio della trama ciò che non si poteva più leggere sul dritto, in questa breve riflessione vorrei richiamare l’approccio irripetibile ad Antonello che ci ha lasciato Vincenzo Consolo ne Il sorriso dell’ignoto marinaio del 1977.

Lo scrittore siciliano, seguendo un suo personale viaggio narrativo destrutturato, re-interpreta e ricompone il ritratto dell’Ignoto Mandralisca di Cefalù, inventando un doppio reale dell’uomo dipinto.

E doppio, in fin dei conti, possiamo considerare, al pari dell’Ignoto di Consolo (e del Mandralisca) anche l’inafferrabile messinese, la cui leggenda raccontabile non si è mai trasformata del tutto in storia definita.

sovrapposizione ignoto mandralisca/rilievo di cavalcaselle (Franco Sondrio 2007)

Il pittore e il suo doppio; Antonello non completamente fiammingo e mai del tutto italiano: l’artista che, al contrario di quanto riportava il Vasari, non ha mai introdotto la pittura a olio in Italia, ma che se davvero l’avesse fatto, nessuno forse ne resterebbe sorpreso.

L’uomo senza volto che tutti vorrebbero specchiato in uno dei suoi tanti ritratti, ma che in ognuno di essi ha sempre impresso la sua anima. Il pittore che insegnò il suo linguaggio ai veneti, assimilando il loro.

Isolano e continentale, uomo di mare ma anche di terra. Analitico e sintetico, narrativo e astraente. Antonello da Messina l’europeo, ma pur sempre (e comunque) Antonellus messaneus.

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