Amos Farnitano, un viaggio alla radice di una street photography d’altri tempi

In copertina oggi c’è Amos Farnitano. Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento sui nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Luigi Coluccia

Oggi ci occuperemo di un genere fotografico molto in voga che ha appassionato negli anni milioni di fotografi di tutto il mondo, la Street Photography. Lo faremo avvalendoci di un punto di vista privilegiato, quello di un testimone d’eccezione, di un amico, Amos Farnitano. Cercheremo di sviscerare, grazie al suo prezioso contributo, quello che si cela “dietro” questi scatti sempre molto accattivanti e particolari. Capiremo come prendono forma, cosa vogliono comunicarci e come sono cambiate nel tempo le immagini di Street Photography.

La fotografia di strada probabilmente trae origine proprio dalla nascita della fotografia stessa. Ambisce ad annoverare immagini che come caratteristica principale abbiano quella di “arrivare” immediatamente, che raccontino una storia. A differenza del reportage fotografico, in cui il messaggio veicolato è sempre chiaro, deciso, quasi sfidante, le immagini Street racchiudono in un fotogramma un concentrato d’informazioni spesso criptico, allusivo, allegorico,da decifrare. Possiamo considerarli dei veri e propri “trattati” minori di sociologia e antropologia. Moltissimi sono gli esempi di immagini simbolo dei tempi, rimaste nella storia e realizzate dai grandi maestri della fotografia. La Street Photography è caratterizzata, o quantomeno dovrebbe esserlo, dalla spontaneità sia del soggetto, che non è in posa; sia del fotografo che deve leggere la scena che vuole raccontare in una frazione di secondo. Per cui è nella maggior parte dei casi un’immagine “onesta” che di artifizi non vuole proprio saperne.

Ma veniamo adesso al nostro Amos. Romano, 56 anni, amante delle due ruote, quindi della libertà, che sia di pensiero o d’azione non importa, basta che sia libertà. Acuto osservatore della realtà che lo circonda, cosa che lo aiuta moltissimo a coglierne tutte le sfumature. Amos incarna tutti quei valori quindi, che rappresentano i cardini di questo genere fotografico. Riesce sempre nelle sue immagini a raccontarci l’essenza stessa dei valori culturali che sono alla base delle società che ci racconta.

Dice infatti, “Sono testimone di quello che incontro sulla mia strada, cerco di raccontare brevi storie, spesso banali ed insignificanti. Penso che il mondo sia fatto da persone comuni che lo colorano quotidianamente con i loro gesti. Situazioni invisibili a molti, perchè quotidiane e poco importanti. Immagini e storie che non finiranno mai su giornali, libri o trattati di sociologia, ma resteranno per sempre nella mia memoria e in quella di chi le guarda“.

Gente comune allora. Facce, smorfie, sensazioni, espressioni, emozioni. Tutto racchiuso in un unico fotogramma, che riesce sempre a raccontare una storia, anche la più complessa, con la semplicità di chi riesce sempre ad arrivare al cuore di ogni situazione. Una fotografia senza scalpore, senza artifizi, una semplicità che rende sempre originale ogni immagine. Amos riesce a cogliere ogni sfumatura della contemporaneità e per proporcela fa leva essenzialmente sulla sua profonda sensibilità. Personalmente i suoi lavori fotografici mi riportano alla mente quelle vignette dei fumettisti tanto in voga negli anni ’80 nei due settimanali di informazione più diffusi. Trovo siano, alla stessa stregua delle vignette, una rappresentazione satirica di una realtà complessa che alla fine, sdrammatizzando, si riduce sempre a gesti primordiali.

AVB: Amos, grazie per aver accettato questo nostro invito a raccontarti. Lo sfondo di questa amabile chiacchierata non può che essere la Street Photography, un genere fotografico da te molto amato. Oltre a dare ai nostri lettori la possibilità di conoscerti, vogliamo avvalerci infatti del tuo punto di vista privilegiato per approfondire meglio l’argomento in questione. Partiamo però dall’inizio di questa storia, come piace fare a noi. Come nasce in te la passione per la fotografia? Dove poggia le radici questa robusta pianta?

AF: Grazie a voi di questa opportunità. Nella mia famiglia si è sempre “respirata” fotografia, mia madre da giovane ha lavorato in uno studio fotografico, mio zio è stato un grande fotografo del periodo della Dolce Vita a Roma, perciò viene da sè la mia passione per la fotografia. A 11 anni mi viene regalata la mia prima macchina fotografica, una Kodak instamatic e da quel giorno il divertimento non è mai finito, perchè per me la fotografia è soprattutto divertimento. 

AVB: Immagino che come è successo a molti di noi, tu sia approdato al grande amore per la Street Photography solo dopo il consueto “pellegrinaggio” attraverso i diversi generi che quest’arte mette a disposizione. Perché dunque proprio la “street” ha catturato la tua attenzione, catalizzando tutta la tua passione?

AF: Certamente si inizia con le foto ricordo. Poi vengono quelle delle gite, dei viaggi. Poi una volta acquisita una certa consapevolezza di quello che si è, ci si rivolge a qualcosa di più definito. Sono nato e cresciuto nella periferia di una grande città come Roma, la strada è stato il luogo dove sono cresciuto, dove ho giocato, dove sono nate le amicizie e gli amori. Il resto è stato quasi automatico. Aggiungo anche che è un “genere” fotografico atipico, un po’ anarcoide, dove il caos è regolato da altro caos e questo rispecchia molto il mio modo di essere.

AVB: Sei amministratore di un gruppo Facebook – Street Photography in the World – che rappresenta un autorevole punto di riferimento internazionale per il genere. Sono molti anni che svolgi con dedizione e passione questo ruolo, per cui il tuo è sicuramente un punto di vista privilegiato come dicevamo prima. Come hai visto cambiare negli anni questo genere? Per contro, tu hai cercato di cambiare la tua produzione in funzione di questa evoluzione generale o sei rimasto fedele ai tuoi valori, al tuo “credo”?

AF: Si un impegno molto stimolante ma anche faticoso: dover gestire un gruppo con 160.000 membri, puoi immaginare cosa significa. “Street Photography in the world” nasce dall’idea della mia amica Roberta Pastore, che mi ha coinvolto. Devo dire che siamo soddisfatti del lavoro svolto,anzi, se posso, è uscito all’inizio di marzo Street Photography in the World – Volume 1, in vendita su Blurb.com. Un meraviglioso libro nel quale abbiamo raccolto 38 fotografi che partecipano nel gruppo e le loro fotografie, per dar loro la possibilità di essere notati da un pubblico più ampio. 

E’ stata una bella esperienza. Come dicevo prima, è un genere atipico e come in ogni cosa, capita che si abbiano diverse visioni della street. Cambia in continuazione, a volte perde il punto di vista della street stessa. Devo dire però che anche se non sempre mi entusiasmano le evoluzioni che assume, non mi ritengo un “estremista”, perciò va bene sperimentare, purchè non la si faccia diventare un altra cosa. Il rischio maggiore è l’emulazione, l’omologazione delle scene riprese che alla fine portano le fotografie ad essere solo stile e non contenuto, oltre ad essere tutte uguali. 

AVB: Una peculiarità molto evidente, se si osserva attentamente la tua produzione fotografica, è l’inquadratura che hanno molte delle tue immagini. Quando il soggetto ti è molto vicino infatti, il punto di ripresa che prediligi sembrerebbe sempre essere posto su un piano inferiore rispetto a quello canonico. Ovviamente io conosco già la risposta. Credo però possa essere interessante per i nostri lettori capire meglio come realizzi dunque i tuoi scatti. Perché hai perfezionato questa personalissima tecnica?

AF: Il mio modo di inquadrare e scattare nasce dall’esigenza di non interferire nella scena, non porto la macchina all’occhio, ma tendo a scattare tenendola in mano, in basso. Con l’esperienza si riesce a trovare l’inquadratura desiderata, cercata. Inoltre, usando focali fisse, dal 28 al 50, devi avvicinarti e questo ti rende partecipe della scena, ma al contempo invisibile. Non è comunque un dogma. 

 AVB: Le fotografie risentono sempre un po’ del carattere e del temperamento di chi le ha realizzate. Le tue non sono mai fine a se stesse. Mi è capitato di ammirare infatti delle vere e proprie serie fotografiche che sembrerebbero avere un tema. Le cataloghi poi scientemente in virtù della loro appartenenza. Questo è semplicemente un bisogno che senti per facilitare successivamente la loro ricerca o rappresenta piuttosto un viaggio fotografico del quale sottolinei l’inizio e la fine, rimettendo insieme i pezzi di questo puzzle? Se è vera la seconda, come nasce e quando invece senti essere finito il viaggio da te intrapreso?

AF:  Il viaggio fotografico dipende dai luoghi, dai soggetti e dalle situazioni, ma anche dallo stato d’animo che si ha in quel momento. Sicuramente ha un inizio, per quanto riguarda la fine ho qualche dubbio, non riesco sempre a definirla nitidamente. Mi piace raccontare visivamente delle brevi storie che durano pochissimi minuti, nascono senza essere programmate, ma semplicemente captando i messaggi della strada, carpendo quello che offrono. In poche parole, io non esco per andare a fotografare, ma per fare una passeggiata, non sapendo mai quello che potrò scoprire.

AVB: Impossibile approfondirli tutti questi tuoi percorsi artistici. Mi soffermerei su quello che sembrerebbe essere il tuo marchio di fabbrica, quello rappresentato dall’amore per il popolo nipponico. Come nasce il tuo amore per la cultura giapponese che spesso è il filo conduttore delle tue immagini? Cosa ami di questa terra magica? Cosa ritieni ti abbia dato e cosa pensi di averle restituito nel tempo?

AF: Mi sono innamorato casualmente del Giappone e del suo popolo, è bastato un viaggio in quella terra. Ci sono tornato altre volte e ogni volta è diverso. Premetto che non visito i paesi del mondo per vederne i monumenti, ma per conoscerne i costumi, la vita. In Giappone ho trovato il caos che adoro. Vengo da una città dove il caos regna sovrano ma ti condiziona la vita, invece in Giappone ti rilassa. Mi piace il Giappone moderno, con questa idea di vivere in un fumetto, in una storia. Le nuove generazioni poi, sono spettacolari. Se posso dirlo, le donne giapponesi sono bellissime. Quello che ho ricevuto, in termini di esperienza maturata, non è quantificabile credimi. Quello che ho restituito, con le mie fotografie, non so dirlo. Mi auguro solo di averli saputi “raccontare”.

 AVB: Prima ti ho chiesto come pensi sia cambiato nel tempo questo genere fotografico. Quanto invece pensi abbia inciso in questo cambiamento l’avvento di quello che molti considerano il “grande male” della fotografia digitale, la post produzione? Proprio ultimamente anche alcuni grandi della fotografia sono incappati in grossolani errori riconducibili proprio all’elaborazione dei loro fotogrammi, pratica che ormai sembrerebbe essere proprio parte integrante della produzione fotografica stessa.

AF:  Su questo, che è il grande dibattito della fotografia, penso che il “male” non sia la possibilità di avvalerci di nuove tecnologie, ma che derivi solo dall’uso che se ne fa. Prendiamo ad esempio un pezzo di legno, non rappresenta di per sè il male, me se qualcuno ce lo rompe in testa sì. Per quanto mi riguarda, ne faccio pochissimo uso. Mi capita di regolare la luminosità o il contrasto, ma non mi spingo oltre. Pensa che le mie fotografie non sono mai dei crop, quello che si vede è quello che ho scattato. Comunque ognuno è libero di interpretare la fotografia come crede, per me tengo la libertà di farmela piacere o no.

AVB: So che nonostante tu possegga un’attrezzatura fotografica di livello, sei solito avvalerti di una mirrorless della Fuji per realizzare la quasi totalità delle tue immagini. Questo comporta sicuramente un impatto meno invasivo del mezzo fotografico rispetto alla scena ed ai soggetti che riprendi. E’ solo questo il motivo?

AF: Si, senza dubbio. Poi c’è sicuramente anche un aspetto legato alla loro praticità, ma anche la qualità sta aumentando molto nei nuovi modelli. Consiglio quindi di non svenarsi comprando macchine da migliaia di euro, a meno che non facciano anche il caffè. 

AVB: Una cosa che adoro delle tue immagini, credo questo valga per tutti i loro fruitori, è che in esse tu riesci a catturare per sempre anche l’atmosfera. Un’immagine ferma un momento, spesso rendendolo astratto, asettico rispetto all’atmosfera che ambisce a riportare. Nelle tue immagini invece è tangibile, reale,  quasi come accade nelle foto di reportage. Quale pensi sia il segreto di questa tua incredibile capacità? Qual è invece la sottile linea che differenzia i due generi?

AF:  Ti ringrazio del complimento. Il segreto non lo conosco, probabilmente essere vicini ai soggetti coinvolge di più l’osservatore. Essere attenti a quello che succede intorno, riuscire a vederlo prima e non esserne intimoriti. Consiglio di essere sempre soli quando si fa street, la compagnia distrae. Poi bisogna cercare di non essere un corpo estraneo alla situazione, ma entrarci, senza invaderla. Ci vuole comunque sempre un pizzico di fortuna per fare una buona foto, chi lo nega sta mentendo. Per quando riguarda la differenza tra  la street e il reportage, è qualcosa di molto labile, forse risiede nell’intenzione del fotografo, nel modo di raccontare. Il reportage affronta situazioni più riconoscibili, che sono statiche e che l’indomani staranno ancora lì, immutate. La strada è più imprevedibile, accade tutto in un secondo, se lo perdi, non la ritroverai mai più uguale.

 

Gallery immagini Amos Farnitano

AVB: Amos, a noi non resta che ringraziarti per la tua gentile disponibilità e per averci permesso di conoscerti meglio. Ti auguriamo ogni bene, buona luce.

AF: Grazie a voi per questa opportunità, un saluto a tutti i lettori di ArteVitae.

Riferimenti dell’autore.

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Bibliografia

 

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