Alto contrasto, la fotografia di Alessandro Malinverni

In copertina oggi c’è Alessandro Malinverni. Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento dei nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Luigi Coluccia

La fotografia è essenzialmente composizione, inquadratura, taglio e alla fine, se lo si desidera, un pizzico di post produzione. Per me però è anche vibrazione, emozione, possibilità di comunicazione utilizzando un linguaggio non convenzionale ma universalmente riconosciuto, codificato e codificabile. La fotografia di Alessandro Malinverni per me è essenzialmente questo, una vibrante emozione che arriva grazie all’utilizzo di un linguaggio codificabile solo attraverso l’uso della propria sensibilità.

Come sempre mi accade quando qualcosa mi attrae, mi intriga, cerco di arrivarci il più vicino possibile, quasi a toccarla, per capirne l’essenza. Una passeggiata romana con Alessandro e la sua splendida Paola mi ha messo di fronte ciò che inconsapevolmente avevo già intuito, un artista a tutto tondo, un maestro di fotografia che ama condividere le sue conoscenze e le sue esperienze. Una di quelle persone che capisci subito che avranno su di te un impatto determinante.

Per cui tra un piatto di “cacio e pepe” ed una “arrabbiata”, ecco che prende forma l’inevitabile e privilegiata finestra su una fotografia molto accattivante, articolata ma al tempo stesso semplice ed efficace. Le fotografie di Alessandro sono infatti capaci di suscitare sensazioni, di creare pathos. Ognuna di esse racchiude in sé un’emozione, un aneddoto, una storia. Ecco, racconta una storia! Le immagini di Alessandro parlano di ciò che ha visto, probabilmente anche di lui, della sua vita. Anche di questo abbiamo amabilmente chiacchierato, anche per questo è nata l’idea di questa collaborazione.

AVB: Alessandro, raccontaci un po’ di te, di come e quando è scoppiata forte in te la passione per la fotografia, di come l’hai coltivata, abbandonata e poi ripresa, come spesso accade con i grandi amori.

AM: La mia passione per la fotografia nasce molto presto, in età adolescenziale, grazie a mio papà, grande appassionato di fotografia. Mi emozionavo quando sentivo il “click” della sua macchina. Era solito ritrarre le gite familiari fuori porta; ricordo che non vedevo l’ora di poter ammirare le foto stampate dal laboratorio. Un giorno poi, lo ricordo bene, chiesi a mio papà di poter usare un rullo intero per “provare” da solo a “fermare la vita” sul quel pezzettino di cellulosa argentea in formato 24×36.

Mi caricò allora sulla sua Kodak Retina un rullo Ilford FP4 da 20 pose, mi diede qualche consiglio pratico e mi lasciò fare, era un grande mio papà! Dopo qualche tempo, un amico di scuola mi regalò la sua attrezzatura per stampare in bianconero. Cominciai a chiudermi in cucina dopo cena, per stampare le mie prime immagini; ricordo che quando dovevo allestire la mia camera oscura personale, mia madre brontolava. Poi però mi lasciava fare e alla fine della serata guardava con molto interesse il risultato ottenuto. Era il 1982, mio papà era scomparso da poco e non ha potuto vedere i miei primi risultati in camera oscura.

Carta ILFORD

AVB: Ad un certo punto però questa tua grande passione diventa anche un lavoro. Come nasce l’idea di fare il salto e diventare un professionista della fotografia?

AM: Gli anni passavano lasciandosi alle spalle i metri di pellicola stampata, i litri di prodotti chimici per lo sviluppo e la carta fotografica utilizzata. Nel 1985, mentre mi trovavo al matrimonio di una mia amica, ho realizzato alcuni scatti fatti poi stampare in un laboratorio professionale. Il titolare di quest’ultimo le ha notate e mi ha proposto di collaborare con loro per qualche servizio. Io ovviamente sono rimasto un po’ spiazzato, anche perché inesperto in materia professionale, ma ho accettato: in fondo le sfide con me stesso mi sono sempre piaciute. Ho iniziato la collaborazione con questo studio in cui ho appreso tecnica e malizia, che mi hanno permesso poi di collaborare con altre agenzie, tra cui una in particolare che si occupava di sport motoristici.

AVB: Dall’esigenza lavorativa alla tua fotografia come forma espressiva. Oggi noi ti riconosciamo come autore Urbex, come sei arrivato a questa deriva fotografica, a questo genere così particolare di cui tanto abbiamo già parlato?

AM: Mi sono avvicinato al mondo Urbex qualche anno fa, facendo un giro in un paese abbandonato sulle colline del Lecchese e mi ha affascinato parecchio, perché potevo raccontare qualcosa di diverso, ovvero, di quello che l’uomo ha costruito, usato e poi lasciato al proprio destino. Ho cominciato quindi a frequentare gruppi Facebook che si occupano di urbex, cercando di capire e di imparare da chi ne sapeva più di me. E’ in questa circostanza che ho incontrato l’amico Stefano Barattini e il Gruppo Manicomio Fotografico di cui oggi faccio orgogliosamente parte.

AVB: Nel tuo linguaggio fotografico, c’è una particolarità in cui sembri eccellere più di ogni altra, la realizzazione di Black & White molto accattivanti. A parte l’influenza dei tuoi studi relativi alle opere dei grandi autori del genere – so che ad esempio sei un grande estimatore del Maestro Berengo Gardin – e di quella derivanti dalla tua grande esperienza, a cosa pensi di dovere questa tua particolare capacità e preferenza nell’espressione fotografica?

AM: Amo il bianco e nero perché non hai distrazioni, è tutto li, davanti agli occhi. Chi osserva l’immagine non è distratto da qualche colore dominante, da effetti particolari. I colori li costruisce il cervello dell’osservatore nella libertà più assoluta. Salgado e Berengo Gardin sono i miei punti di riferimento, il primo per i suoi bianconeri ai quali io mi ispiro e che studio in continuazione mentre il secondo per la semplicità e purezza della sua fotografia. Confesso che all’uscita dalla mostra “Vera Fotografia” di Berengo Gsardin visitata a Roma lo scorso anno, avevo le lacrime agli occhi per le emozioni che mi ha trasmesso.

AVB: Tra i tuoi tanti lavori, uno in particolare mi ha intrigato più degli altri. Mi riferisco a quello che riguarda la piccola chiesa di Saint Georges a Lukova in Repubblica Ceca. Vorrei tu ci raccontassi delle tue emozioni provate durante quel servizio, del tuo approccio al posto e della storia molto particolare del luogo in questione.

AM: Si, una storia davvero incredibile quella. Nel 1968, il tetto dell’edifico franò. Furono 32 le vittime di quella tragedia, fedeli che si trovavano all’interno della chiesa in quel momento, partecipavano a un funerale. Da allora, la chiesa è stata ritenuta maledetta e abbandonata a se stessa, fino a cadere del tutto in disuso. E’ stata “salvata” dall’intervento di un artista, che ha deciso di sfruttare questa triste storia della chiesa per riportarla in auge. Jakub Hadrava, questo il suo nome, ha realizzato infatti al suo interno, 32 statue di fantasmi, una per ciascuna persona che trovò la morte nel crollo del ’68. Le ha poi disposte tra i banchi dell’edificio.

Il risultato è spettacolare e tetro al tempo stesso. In piedi o sedute, le statue assumono un’aura maestosa e imponente, infondendo un senso di timore reverenziale in coloro che le osservano. Per quanto immobili siano infatti, c’è sempre l’irrazionale paura che prendano vita all’improvviso. Grazie alle donazioni dei tanti visitatori, è stato possibile quindi restaurare parzialmente l’edificio allo scopo di renderlo visitabileUn posto magico la chiesa di Lukova. Quando entri da quella piccola porta di legno e ti trovi davanti a quelle statue di gesso, chi seduto nei banchi, chi in fondo in piedi, chi inginocchiato, rimani senza fiato per un buon quarto d’ora. Un’esperienza difficile da descrivere. Dovete andarci e provare!

AVB: La tua è essenzialmente una fotografia di viaggio, che condividi amabilmente con la tua Paola, una bellissima cosa il poter condividere una passione così forte con la propria compagna di vita. Vi scambiate consigli, visioni?

AM: Assolutamente sì, condividere la stessa passione con la tua compagna di vita è linfa vitale per la mente e per il cuore. Mi ha sempre seguito anche nella “vita fotografica” precedente, ma quello che per me è più importante è che mi ha sempre sostenuto anche nei momenti più stressanti.

AVB: Suppongo poi che la programmazione degli spostamenti necessiti di una preparazione minuziosa. Come organizzate i vostri spostamenti e come preparate nel dettaglio le trasferte? Come scegliete le attrezzature da portare al seguito?

AM: La logistica del viaggio la fa sempre Paola, la scelta degli Hotel, cosa c’è da vedere e anche da mangiare, io guido e basta, poi durante il percorso eventuali deviazioni le scegliamo di volta in volta, simpaticamente l’ho soprannominata “Beppe Tenti”, che è l’organizzatore delle spedizioni Overland. Le attrezzature le portiamo tutte, cavalletti compresi, non si sa mai cosa si trova.

AVB: Con che macchina realizzi le tue immagini? Di quali attrezzature fotografiche ti avvali in genere? Quale è il tuo rapporto con quest’ultime?

AM: Ne ho utilizzate tantissime di attrezzature, soprattutto in pellicola, ora utilizzo una Leica M240 con obiettivi 21-28-50-90. Non esiste una attrezzatura definitiva, ognuna ha i suoi pregi e i suoi difetti, l’importante è riuscire ad esaltare i primi limitando i secondi. Il sogno nel cassetto è la Leica Monochrome. Ho anche un corredo Fuji XT1 con 10-24, 18-55 e FishEye 8mm che sta usando Paola.

AVB: Quali sono i tuoi obiettivi adesso? Come vedi il tuo rapporto con la fotografia a medio lungo termine? C’è qualche aspetto che vorresti sviluppare o qualche altro viraggio che vorresti imprimere alla sua traiettoria?

AM: Di progetti ne ho molti in testa, ma uno in particolare mi sta a cuore e ve lo voglio svelare:“Creuza de Ma”. Vorrei realizzare infatti un omaggio a Fabrizio de Andrè e alla sua Genova. chissà se un giorno riuscirò a portarlo a termine, non lo so, intanto ci provo, poi vedremo cosa nasce.

AVB: Alessandro, a noi non resta che ringraziarti per averci accompagnato in questo affascinante viaggio nella tua fotografia.

AM: Grazie a voi per l’opportunità concessami ed un saluto a tutti gli amici di ArteVitae!

Il piccolo grande mondo di Alessandro
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