Alice, Anna e Agata a Marrakech

Marrakech è la meta protagonista oggi della rubrica “Sì, viaggiare” curata da Valentina Fenu per ArteVitae. Ma non pensate a National Geographic; è uno dei viaggi onirici del libro “Due di uno” della medesima autrice.

di Valentina Fenu

 

Suuq

Scesero a Jemaa El-Fna, sgranando gli occhi svariate volte: tutta l’umanità – tutta, in maniera
assolutamente indistinta e incredibile, nelle sue molteplici vastità fatte di sguardi, espressioni,
curiosità e parole – era in quella piazza.
I cuori presero a battere forte con lo stesso ritmo di quel frastuono di genti; non era solo il centro
della Medina ma pulsava come se ogni respiro di ogni epoca di ogni nazione giungessero da lì.
– “Che spettacolo!”
– “Sì davvero”.
Non avevano grandi cose da dire, tant’erano ammaliate da cotanta bellezza.
Una serie infinita di banchetti delimitava il bordo della piazza, presentando ogni sorta di artigianato
mescolato a frutti lucenti e spezie odorose, mentre in mezzo alcuni cantastorie avevano
raggruppato una piccola folla attorno, grazie ad una favola berbera che parlava di un viaggio onirico
di un principe dall’animo buono.
Anna si sentì parte di quel racconto, come se non fosse stato altro che un sunto di un pezzo della sua
vita; si guardava attorno e più lo faceva più i tasselli del mosaico prendevano senso: le sovvenivano
alla mente le strette viuzze che da lì si dispiegavano, salvaguardando Marrakech  dal traffico, le
botteghe del tè – che tanto definivano cinese ma che mai era più amato in senso rituale come in
quella terra – che sapevano di caldo e piante e fumo e il suuq.
Il suuq.

Jeema El Fna

– “Facciamo due passi ti va Alice?”
– “Vuoi andare a prendere le babbucce?”, sorrise. E aveva già capito tutto.
Perché in quel mercatino, il suuq adiacente a Jeema El-Fna, avevano girovagato tante volte. Si
smarrirono tra le montagne colorate delle polveri insaporitrici – in tutta onestà quelle erano le masse
cromatiche più belle del creato poiché conservavano l’irruenza turchese di fondali inesplorati, la
focosità gioiosa del rosso delle fiamme accese nel deserto un po’ per timore e un po’ per istinto e il
calore del giallo pieno come il sole – e Anna riusciva a distogliere lo sguardo da quelle cime solo
con la morbidezza delle pelli lavorate delle babbucce.
Ne aveva prese di tutti i decori, forme, spessori; faceva sorridere la cosa, “Sei peggio dei turisti
inesperti!” ironizzava Alice, ma lei continuava a cedere in quella tentazione, sicura che le avrebbe
usate tutte, ma proprio tutte.
-”Sono certa serviranno scarpe comode nel nostro futuro, Alice. Perché il terreno potrà cercare di
ferirci i piedi, il cammino sarà faticoso e il viaggio chissà quanto lungo, e chissà quanto lontano: e
con le babbucce ci sentiremo sempre a casa, morbidamente abbracciate dal tocco di qualcosa di
familiare”

Babbucce

-”Già”, con l’emozione solita ma mai scontata di chi sa di essere due di uno, e che talvolta ama
averne conferma.
La voce del muezzin si diffuse dall’alto del minareto di Koutoubia e interruppe qualsiasi atto,
intenzione, gesto o movenza. Il momento era sacro, persino le mosche smisero di infastidire i nasi
delle donne che menavano datteri, miele e noci con lunghi cucchiai di legno: la Mecca era remota
ma non troppo e la forza di quell’unisono in preghiera la rese ancora più vicina, ancora più viva,
ancora più…

Koutubia

– “E voi che ci fate in piedi? Non vi sembra il caso di inginocchiarvi e rendere lode?”, Agata era
una donna religiosa e rivoluzionaria, particolare per quel paese così chiuso a riguardo. Girava con
un niqab scuro, da cui spuntavano gli occhi immensi.
Neri come la brace dei falò su cui i guerrieri del Sahara cuocevano carni e karkadé, e profondi ben
oltre quel Mediterraneo che lambiva le coste sabbiose di quella bomboniera di Maometto; una linea
di kajal li allungava e un rimando a Dio, o a chi per lui, li animava di un anelito eterno come
l’esperienza del mondo che lasciavano trapelare.
– “Ma noi siamo in viaggio, andiamo oltre le supplichevoli celebrazioni di costoro per giungere
dritte all’essenza” proclamò Alice saccente come un tribunale.
– “E senza gratitudine dove credete di andare? Pensate davvero che l’aria carica di suoni e poesia
vi sia concessa per le vostre belle facce? Pensate che l’arsura delle dune e il refrigerio delle oasi
siano semplici creazioni per farvi sorridere nel trovare sempre un riparo e dal caldo e dal freddo
qualsiasi cosa accada?”
No, effettivamente no;
erano affascinate e attratte così voracemente dall’universo che vi si erano immerse completamente –
seppur sicure vi fosse un qualcosa, una mano invisibile, un burattinaio misterioso che tenesse le
redini di quei milioni di armonici inequilibri che producevano la vita – e si erano autoinvestite un
ruolo di superiorità, che lasciava sottesa la gratitudine di infinita beltà.
Sbagliato.
Agata le fissò, la loro anima venne trafitta come un tempo accadde, e si fece largo un sentimento nuovo.

Note biografiche sull’autrice

Valentina Fenu – Classe 1985, nata “in quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno” – ma con chiare origini sarde – ama da sempre arte e letteratura. Laureata in scienze della comunicazione, ha collaborato per passione con la webzine Lobodilattice – dopo diversi anni di carta stampata – e quotidianamente cura la sua pagina Facebook in cui parla di letteratura, vita e emozioni. “Due di uno” è il suo primo romanzo pubblicato da Edizioni del Faro nel 2014. Valentina Fenu – Facebook


Le immagini di questo articolo sono coperte dal diritto d’autore e sono state gentilmente concesse da Valentina Fenu© ad ArteVitae per la realizzazione di questo articolo. Ove non specificato, le foto sono state prese, a titolo esplicativo, e possono essere soggette a copyright.  L’uso delle immagini è a scopo divulgativo. L’intento di questo blog è solo didattico e informativo.

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