‘Alla finestra del poeta’. Gli archetipi architettonici di Aldo Rossi

di Annalisa Albuzzi

Aldo Rossi (1931-1997), milanese, intellettuale a tutto campo, alternò la progettazione architettonica e il design industriale all’insegnamento universitario, senza disdegnare pittura, scrittura e persino regia cinematografica. Affidando ai video la presentazione della sua biografia e delle sue realizzazioni, mi rimarrebbe il compito di porre in rilievo qualche peculiarità distintiva della teoria e della prassi architettonica di Aldo Rossi.

Un pensiero, il suo, sfumato, lucido, denso, per quanto assai difficile da sintetizzare in formule brevi. Nel suo primo trattato (L’architettura della città, 1966), che ne fece uno dei protagonisti di quella generazione, Rossi introdusse un’idea, apparentemente ovvia ma in realtà spiazzante: la città intesa come «scena fissa delle vicende dell’uomo, carica dei sentimenti di intere generazioni, di eventi pubblici, di tragedie private, di fatti nuovi ed antichi».

Non solo. Amava ripetere ai suoi studenti: «È come se fossimo in un teatro, ognuna di queste architetture è un personaggio, ognuno di questi personaggi ha un carattere e noi percorrendo questo palcoscenico mettiamo insieme questi caratteri».

L’architettura, perciò, era intesa non come tecnica ma come ricerca: conoscenza della realtà esterna, del senso degli edifici, delle istituzioni civili, dell’identità delle cose. La casa dove abitiamo, la scuola dove studiamo, la fabbrica dove lavoriamo dovevano avere per lui forme che rendessero i luoghi della nostra vita riconoscibili. Forme elementari, “realiste e popolari”, geometriche (triangoli, cerchi, cubi, parallelepipedi, cilindri e coni): gli archetipi, candidi e ripetuti modularmente come nel Gallaratese, oppure giocosamente colorati e tra loro assortiti (un esempio su tutti: il Teatro del Mondo a Venezia), dove la luce, le ombre, gli spazi vuoti evocavano assai spesso le atmosfere metafisiche trasmesse dai ben noti quadri di Sironi e dal ciclo delle piazze d’Italia di De Chirico.

Grande innovatore e al tempo stesso poetico (ma a volte anche scanzonato) cultore del passato, Rossi sognava un’architettura capace di bloccare il tempo – potente è il richiamo agli orologi di De Chirico – e di estraniarsi dai rumori del mondo, per tornare, appunto, agli archetipi. Del resto, a illuminarlo nelle sue scelte, come lui stesso racconta nella ‘Autobiografia scientifica’ (1981), era stato proprio un verso liceale di Alceo: «O conchiglia marina / figlia della pietra e del mare biancheggiante / tu meravigli la mente dei fanciulli». La citazione è circa questa e contiene i problemi della forma, della materia, della fantasia, cioè “della meraviglia”. Quasi un manifesto programmatico, insomma, delle sue riflessioni future, tradotte in forme plastiche ed essenziali, nonché in malinconici paesaggi urbani che non potevano sfuggire a due maestri quali Luigi Ghirri (protagonista di una lunga e fruttuosa collaborazione) e Gabriele Basilico. Due maestri dall’approccio sicuramente molto diverso che, tuttavia, bizzarria del caso, permettono di chiudere perfettamente il cerchio da cui abbiam preso le mosse.

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Born in Milan where he lived, Aldo Rossi (1931-1997) can be considered an all-accomplished intellectual; he dedicated his life to architectural and industrial design and was university professor, working also at painting, writing and even film direction. While leaving the presentation of his biography and his artwork and achievements to the short videos below, in this third issue of the Archimimalist of May, I will focus on his theory and practice in Architecture, trying to outline some of his pecularities.

His intellectual thinking, a very clean and deep view on Architecture purpose, can hardly be summarised in few lines. In “The Architecture of the City” first published in 1966, which acknowledged him as one of the main personality at his time, Aldo Rossi is introducing a new, apparently obvious but really surprising concept: the city as «the setting of human achievements, made of the feelings of entire generations, of public events and private pains, of new and ancient facts».

And not only this as he always told his students: «It’s as if we were in a theater , eachone of these architectures is a character , eachone of these characters has a personality, while walking along this stage we are putting together characters». Therfore we assume tha architecture was not meant to be a mere technique but a mean of research and study: becoming aware of the outdoor, surrounding space, of the sense of buildings and civil institutions, getting to the identity of things. The houses where people commonly live, the schools where children study, the factories where people work, all these common places had to be shaped in a way to be inevitably linked to people’s common life.

Shapes are therefore elementary, “realistic and popular”, geometric – triangles, circles, cubes, paralleleppeds, cylinders and cones – a kind of canded and sequential archetypes, as in teh Gallaratese area, rather than vividly colored well combined archetypes as in the Teatro del Mondo in Venice, where the combination of light, shadow and blanks recalls the metaphysical atmospheres already perceived in the well-known paintings by Sironi and by De Chirico with the series of “Le piazze d’Italia”.

Aldo Rossi has been a great innovator and a poetic and sometimes uncoventional lover of the past at once, he dreamt of a kind of architeture aimed at freezing time – with a clear recall at the Clocks by De Chirico – and at isolating from the noise of the world, to come back in fact, to the archetypes. As he wrote in the “Autobiografia scientifica” (1981), he got the inspiration by reaing a verse of Alceo: «Oh sea shell/daughter of stone and the white sea/you wonder children’s mind». The quote is about this and includes the relevant aspects of shape, matter and imagination, in one word of “wonder”.

Almost a manifesto of his future reflections, translated into plastic and essential shapes, as well as in melancholic urbanscapes that firmly attracted Luigi Ghirri – successfully cooperating for a long time – and Gabriele Basilico. Two great artists, Ghirri and Basilico, with very different approaches, that however lead the story exactley where we started weeks ago.

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Fondazione Aldo Rossi

 

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