Deep Blue. Racconto breve di Daniela Bonalume

Deep Blue è il nuovo racconto breve scritto da Daniela Bonalume per la raccolta “Suggestive Evasioni”. Una lettura veloce, intensa e dal finale bruciante, quello che non ti aspetti e ti sorprende sempre. Una storia bonsai che concentra la trama in pochi, avvincenti paragrafi. Da leggere in un respiro.

di Daniela Luisa Bonalume

Ballerina blu, 1912 – Olio e lustrini su tela – Collezione Gianni Mattioli Collezione Peggy Guggenheim, Venezia © Gino Severini

“Voglio essere blu, vivere blu, voglio essere il blu”.

Nadia, in equilibrio sulle punte dei propri piedi, era davanti allo specchio posto sul piccolo comò della sua camera. Si guardava fissamente ripetendo nella testa queste parole:

“Voglio essere blu, vivere blu, voglio essere il blu”.

Riusciva a vedere solo la testa ed un pezzettino di busto che aveva privato dei vestiti. Non era abbastanza alta per inquadrare il mezzo busto classico. Ma era abbastanza cocciuta da sapere che quel colore rosa pallido un po’ beigiolino con delle venuzze rosse ai lati delle narici non poteva essere il suo colore. Lei, quel colore lì, non lo voleva proprio. Non vi si riconosceva, non le piaceva, le sembrava un colore senza personalità. Quel colore ce l’avevano quasi tutti, un po’ più marroncino, un po’ più giallino, ma era un colore troppo comune.

– Naaaadiaaaa – le strillava la mamma dalla cucina – ancora in camera tua? Vieni ad aiutarmi ad apparecchiareeee”

– Vengoooo – rispondeva lei, senza muoversi da dove fosse. Passava le sue mattinate davanti allo specchio sopra il comò, guardava bene il colore dei propri occhi ed era sempre più convinta che, se lei fosse stata blu, i suoi occhi verdi sarebbero stati valorizzati. Del resto, anche il mare era un po’ blu ed un po’ verde, e stava benissimo!

Tutte le mattine la stessa storia, aspettando che la scuola ricominciasse. Aveva notato, sul sussidiario, che al mondo esistevano anche bambini di altri colori, alcuni proprio gialli, alcuni quasi neri, altri bianchi bianchi. Aveva anche letto dei “pellirossa”, ma non ne aveva mai visto uno, neppure in fotografia. Quelli che le avevano mostrato erano appena un po’ più marroncini di lei.

Che banalità! Lei voleva essere blu. Ma non un blu di Prussia o un blu oltremare, o ancora un blu China o blu cobalto.

Lei sapeva bene di quale blu volesse essere. Un blu speciale. Quel blu lì, lei lo aveva visto sullo stesso sussidiario nella lezione sulle percezioni visive, che era successiva a quella di geografia. La ruota coi colori primari ‘primeggiava’ unita a quella dei colori complementari.

E poi, accanto, c’era un quadrato blu.

Proprio di quel blu: “Io voglio essere questo blu, voglio essere un colore e voglio coprire tutto quello che mi piace. Voglio prendere la forma di tutto quello che mi piace e diventare ogni volta una cosa nuova tutta blu”.

– Naaaadiaaaaa –

– Veeeengoooooooo – rispose avviandosi verso la cucina. Aveva deciso. Una grande idea le era venuta mentre si risistemava la maglietta. Mise sul visetto il miglior sorriso del mondo e si presentò davanti a sua madre pronta per ricevere le stoviglie da posizionare.

Trangugiò velocemente il suo pranzo, non stava più nella pelle ma decise di affrontare la trasformazione e la sua nuova condizione con cautela, responsabilità e, soprattutto, con calma. Aiutò a sparecchiare e si rimise davanti allo specchio esattamente come nella mattinata. A metà pomeriggio aprì il suo borsellino personale e contò quanti soldi contenesse. Molti erano di carta e questa le sembrò una buona cosa. Le luccicavano gli occhi dalla gioia. Si preparò per uscire da casa con il sussidiario sotto il braccio, ed il borsellino tra le pagine.

– Maaammma escoooo –

– Dove vaaaaai? –

– Al parco a leggere un po’ il sussidiario –

– Va bene, torna per le sei –

Nadia si avviò a passo volutamente lento verso il parco, per poi schizzare in direzione contraria imboccando la porta del “Colorificio Desparelli Belle Arti e FaidaTe”.

– Ciao Giorgio – disse all’uomo che stava dietro il bancone. Uno lungo e magro, sempre vestito di bianco, i capelli rossi e le lentiggini. Tante. A Nadia era molto simpatico. La faceva pensare ad un cerino. Anche a Giorgio, Nadia, risultava molto simpatica. Ogni volta che la vedeva entrare come una furia, non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, ma a qualcosa di speciale sicuramente. E si divertiva un sacco, con lei al negozio!

La bimba parlottò a lungo col suo interlocutore, mostrando il sussidiario aperto alla pagina del blu speciale. Giorgio alzò più volte le mani in segno di resa. Quel blu non lo conosceva, non era tra i suoi colori. Non era un blu naturale. Era un blu ‘inventato’.

– Aiutami, Giorgio, – piagnucolò sbattendo il portamonete sul bancone – senza questo blu la mia vita non sarà mai più la stessa!

L’uomo la guardò incredulo e divertito. Muto, sparì nel retrobottega senza muovere un filo d’aria. Nadia attese con gli occhi incollati alla tenda. Giorgio tornò con una piccola ampolla di vetro spesso come le lenti degli occhiali della maestra. La mise nella manina di Nadia insieme al borsellino.

– Provala, dimmi se è quello che stai cercando. Se fosse il blu giusto, torna qui col portamonete, solo allora mi pagherai.

Allontanatasi dal colorificio, Nadia corse al parco. Arrivata alla quercia preferita, vi si sdraiò sotto, mise il sussidiario sotto la nuca e, aperta la misteriosa ampolla, chiuse gli occhi e la rovesciò sul viso e sui capelli. Sentiva il denso liquido che conquistava la fronte e le gote, il mento, un po’ di collo e l’attaccatura dei capelli. Attese ad occhi chiusi la trasformazione, che finalmente arrivò pensando ad una rosa.

Si percepì profumatissima e blu, le sue braccia erano sottili sottili e vellutate, ed erano blu, “quel” blu! Avvertì un solletico sul velluto, aprì gli occhi, che non erano più occhi ma delle palline al centro della sua corolla blu. Percepì il battito d’ali di una farfalla.

Ecco subito che Nadia si sentì librare nell’aria, e non si distingueva tanto dal colore del cielo. E’ vero che lei era blu, quel blu, ma anche il cielo era quasi blu. Volava in tuta mimetica, e rideva. Rideva a crepapelle, ma non aveva più pelle, rideva e nessuno la sentiva. Rideva e saliva, sempre più in alto, su, su. “Che freddino! Mi ci vorrebbe una coperta”

Giù giù giù giù un po’ rallentando perché si sentiva quasi una vela, ovviamente blu. Giù a posarsi tutta spaparanzata sulla chioma della quercia, fino a spiegarsi e coprire totalmente la chioma come una coperta. Ma lei era una coperta, e di quel blu!

Nadia aveva capito di non poter scegliere cosa essere, perché qualsiasi cosa le venisse in mente, condizionava la sua morfologia. In realtà il suo desiderio era un altro: lei avrebbe voluto essere quel blu conservando intatta la sua volontà. Avere la consapevolezza di sè e godere dei nuovi stati man mano che i desideri le si esaudissero. E allora era a se stessa, che pensò repentinamente, al suo corpo, alle sue gambe, al suo visetto. Si piaceva così, aveva bisogno del suo corpo per essere se stessa.

E fu se stessa quando si ritrovò a cavallo di un ramo di quercia, il più alto. Guardò in basso e, timorosa, iniziò a scendere pian piano. “E’ vero che voglio essere blu, ma voglio continuare ad essere Nadia, io sono io e sono una bambina, non mi è piaciuto essere altro”. Si lavò il viso alla fontanella vicina all’uscita del parco e tornò a casa.

Le mattinate successive passarono come le precedenti, davanti allo specchio del piccolo comò. In punta di piedi col sussidiario aperto al capitolo di geografia. Sulla mensola del mobile vi erano delle ciotoline con alcuni pigmenti colorati diluiti nell’acqua, rosso, giallo, marrone, verde. Di tanto in tanto se ne metteva uno addosso. “Che ne so” pensava “ho il braccio rosso ma sono io”, “ho la gamba verde ma sono io”, e così fino all’ultimo giorno di vacanza.

Proprio quel giorno tornò da Giorgio: – ciao, vorrei quel blu, me ne serve un litro, ma non metterci quella cosa … – Giorgio scomparve nuovamente nel retrobottega per riapparire dopo pochi minuti col barattolo ed una piccola etichetta. Nadia pagò e tornò a casa. Quella notte non chiuse occhio. Sistemò il barattolo ed il pennello in modo tale da non farsi scoprire dalla mamma, e l’indomani mattina uscì col suo segreto nella cartella.

Entrò nella scuola e si infilò nel bagno. Si tolse fiocco e grembiule e si dipinse tutta di quel blu, si rivestì e posizionò l’etichetta sul petto appena sotto il fiocco. Entrò in classe fermandosi a pochi passi dalla porta d’ingresso. I compagni scoppiarono in una rumorosissima risata e la maestra aggredì la piccola:

– Naaadiaaa, ma come ti sei conciata, cosa significa questa messinscena?! Cosa è questa cosa?

– Buongiorno Signora Maestra. Sono Nadia, e di qualsiasi colore sia la mia pelle, continuo ad essere Nadia, una bambina. Ma soprattutto continuo ad essere una bambina che spera di crescere. Di diventare adulta prendendosi la responsabilità delle proprie azioni. Qualsiasi sia il colore della mia pelle. E siccome il mio non mi piace, ho scelto di essere Nadia “Blu Klein”! –

Diede un’occhiata ai suoi compagni, erano già tutti seduti.

Attraversò l’aula sfilando tra i banchi e si sedette nell’ultima fila vicino al nuovo arrivato. La sua pelle aveva un colore bellissimo che, accanto al Blu Klein di Nadia, era ancora più luminoso.


Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017. Daniela conduce la rubrica “Suggestive Evasioni”, una vivace collezione di racconti bonsai da lei scritti.

La tua opinione ci interessa. Facci sapere cosa ne pensi. Grazie!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: